Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù: 2 dicembre

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Mercoledì 2 dicembre 2020
Oggi si celebra la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù, per ricordare il 2 dicembre 1949, data di approvazione da parte dell’Assemblea generale della Convenzione delle Nazioni Unite per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione altrui.

La schiavitù
toglie la dignità a tutti

In occasione della Giornata internazionale Papa Francesco ricorda che alla base di questa piaga c’è la concezione della persona umana come oggetto: “Oggi come ieri, alla radice della schiavitù si trova una concezione della persona umana che ammette la possibilità di trattarla come un oggetto, di calpestare la sua dignità. La schiavitù è la nostra “in-degnità”, perché toglie la dignità a tutti noi”. [@Pontifex]

Con la pandemia
è aumentato il rischio schiavitù

Indetta dalle Nazioni Unite nel 1986, ogni 2 dicembre si celebra la Giornata internazionale per l’abolizione della schiavitù. La scelta della data è legata al ricordo del giorno (il 2 dicembre 1949) in cui l’Assemblea generale dell’Onu approvò la Convenzione per la soppressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione altrui.

Nonostante il termine “schiavitù” sembri rimandare a tempi lontani, il problema rimane purtroppo drammaticamente attuale. A parlare sono i dati forniti dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil): nel mondo vi sono infatti 40,3 milioni di persone ridotte in schiavitù, un quarto delle quali in età infantile. Dietro cifre così allarmanti vi è la realtà di un fenomeno che negli ultimi anni si allargato e diversificato, sommando a pratiche arcaiche, derivanti da credenze e costumi tradizionali, forme di asservimento più moderne, come il traffico di esseri umani, lo sfruttamento sessuale, il lavoro minorile, il matrimonio coatto e l’arruolamento forzato di bambini nei conflitti armati.

Fra queste risulta essere particolarmente diffuso lo sfruttamento dei migranti: in molti vengono spinti ad attraversare i confini con la forza o con l’ingannevole promessa di una vita migliore, per poi ritrovarsi costretti ad accettare lavori senza alcuna retribuzione o con una paga minima, appena sufficiente per garantirgli la sopravvivenza. L’affermarsi di queste pratiche in tempi recenti ha reso più difficile la creazione di un’unica definizione legale che le raggruppasse tutte, complicando di conseguenza anche il compito di chi si batte contro di esse. Nonostante i numeri legati a questi crimini siano così elevati, infatti, sono poche le condanne emesse ogni anno nel mondo per reati di schiavitù.

L’unica definizione di schiavitù moderna esistente, coniata dall’Oil, è quella di «situazioni di sfruttamento dalle quali una persona non può sottrarsi a causa di minacce, violenze, costrizione, inganno e/o abusi di potere». Queste attività vengono portate avanti da diverse organizzazioni criminali transnazionali, le quali percepiscono ricavi elevatissimi dallo sfruttamento di esseri umani. L’Oil ha infatti stimato come ogni anno la schiavitù generi profitti pari a 150 miliardi di dollari per le imprese criminali che la gestiscono.

Ad aggravare ulteriormente la situazione è stata la pandemia di covid-19. Lo scorso 30 novembre è stato presentato un rapporto su questo argomento all’Onu, redatto da 50 esperti indipendenti. Il documento riporta che «la pandemia ha aumentato il rischio che le persone ai margini della società vengano spinte verso la schiavitù, il traffico di esseri umani e/o lo sfruttamento sessuale», ed esorta i governi degli Stati membri ad agire incrementando il loro impegno per identificare e proteggere le vittime.
[Giovanni Benedetti - L'Osservatore Romano]