Venerdì 4 dicembre 2020
«L'autorità politica ha il diritto e il dovere di regolare il legittimo esercizio del diritto di proprietà in funzione del bene comune». No, non si tratta di uno scritto di qualche autore di una precisa parte politica, ma esattamente del numero 2046 del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nel 1992, regnante san Giovanni Paolo II. Per questa ragione appaiono davvero assurde le interpretazioni che diverse testate giornalistiche, in questi giorni, hanno dato ad alcune espressioni di papa Francesco.

«L’autorità politica ha il diritto e il dovere di regolare il legittimo esercizio del diritto di proprietà in funzione del bene comune». No, non si tratta di uno scritto di qualche autore di una precisa parte politica, ma esattamente del numero 2046 del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato nel 1992, regnante san Giovanni Paolo II. Il numero del Catechismo, poi, rinvia in nota ad altri importanti documenti che fanno parte integrante della Dottrina Sociale della Chiesa e precisamente: la costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II e due lettere encicliche di Papa Wojtyla (la Sollicitudo rei socialis e la Centesimus annus). Come a dire che fa parte della tradizione della Chiesa considerare la proprietà privata, certo, come un diritto della singola persona, ma senza alcun dubbio subordinato e in vista di un bene più grande di quello del singolo, vale a dire il bene dell’intera comunità (si tenga presente che l’articolo 42 della Costituzione italiana si esprime in modo non molto dissimile).

Per questa ragione appaiono davvero assurde le interpretazioni che diverse testate giornalistiche, in questi giorni, hanno dato ad alcune espressioni di papa Francesco. Mi riferisco al video messaggio che il Pontefice ha inviato ai giudici dei comitati per i diritti sociali dell’America e dell’Africa, in occasione del loro incontro in video conferenza tenutosi lo scorso 30 novembre. Dopo aver richiamato le cinque basi sulle quali si edifica la giustizia sociale, vale a dire l’attenzione alla realtà, all’altro, all’impegno, alla storia e al popolo tutto, in questo breve video messaggio (dura circa sette minuti) Papa Francesco si avvia alla conclusione invitando i giudici ad essere “solidali e giusti” e ad impegnarsi a combattere «le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, di terra e di alloggio. Terra, casa e lavoro (in spagnolo: techo, tierra y trabajo) le tre ‘T’ che ci rendono degni».

È qui che appare la frase “shock” – come hanno titolato alcuni giornali! – di papa Francesco sulla proprietà privata. Suona così la traduzione dall’originale spagnolo: «Costruiamo la nuova giustizia sociale ammettendo che la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata e ha sempre sottolineato la funzione sociale in ciascuna delle sue forme. Il diritto di proprietà è un diritto naturale secondario derivato dal diritto che tutti hanno, nato dalla destinazione universale dei beni creati. Non c’è giustizia sociale che possa essere basata sull’ineguaglianza, che implica la concentrazione della ricchezza».

Molto opportuno il successivo intervento di Martina Pastorelli in “Lachiesachecè”, una pagina Facebook dedicata a narrare “l’altra storia” e a ricostruire l’esatto significato delle parole del Papa, anche in questo caso storpiate «per schierare il Pastore di tutti dalla parte di alcuni». Per la Pastorelli, «quanto è stato affermato dal Pontefice – la proprietà privata è un diritto, ma non è assoluto – è qualcosa che la Chiesa e la Dottrina sociale hanno sempre detto», a cominciare dalla Rerum Novarum di papa Leone XIII. L’esperta di comunicazione attribuisce la ridda di commenti ed attacchi che si è subito scatenata contro il Papa «ad una distorsione e a un uso politico delle sue parole», dovuti forse al nervosismo di questi giorni nei quali si comincia a parlare di una possibile “patrimoniale”. Ad esso va sommato un difetto di comunicazione: a quanto pare, troppo spesso come Chiesa non riusciamo a far arrivare al destinatario il messaggio che intendiamo comunicare! Aggiungerei anche una profonda ignoranza da parte dei media (e del giornalismo) della Dottrina sociale della Chiesa, ma anche la malafede e la volontà di mettere in difficoltà, in un periodo certamente non semplice, papa Francesco.

Dispiace che tutto questo accada, magari anche per l’azione opportunistica di quanti sono “fuori” dalla Chiesa e piegano le parole il Papa per dare ragione alla propria parte. Ma dispiace ancora di più che possa avvenire per mano di quelli che sono “dentro” e che cavalcano questi episodi per battere un colpo e far sentire la propria voce.
[Alessio Magoga, direttore “L’Azione” (Vittorio Veneto) - SIR]