III domenica di Avvento – Anno B: “Iniziare processi di luce e di bellezza”

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La sfida missionaria
di scoprire e annunciare lo Sconosciuto

Isaia 61,1-2.10-11; Salmo Lc 1,46-54; 1Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28

Riflessioni
“Chi arriva per primo alla sorgente beve l’acqua più pura”. Questo proverbio della Tanzania ha il gusto dell’acqua fresca delle sorgenti di montagna, risveglia la gioia tipica dell’Avvento, quando lo si vive nell’attesa e vigilanza. In questa domenica “gaudete”, l’invito liturgico alla gioia è insistente: lo si trova nell’antifona di ingresso, orazione colletta, I e II lettura, salmo responsoriale… San Paolo spiega il motivo della gioia cristiana: “il Signore è vicino!” (Fil 4,4-5). Per Paolo (II lettura) la gioia si alimenta nella preghiera e nella fedeltà allo Spirito (v. 17-19). Molto opportunamente San Giovanni Paolo II includeva, tra le caratteristiche della spiritualità missionaria, “la gioia interiore che viene dalla fede” (RMi 91). (*) Tale gioia si manifesta con segni concreti nella speranza, apertura e fiducia in Dio e nei fratelli. Il missionario è testimone e portatore di speranza, sicurezza, consolazione, ogni volta che si avvicina ai sofferenti e ai più deboli.

Il profeta (I lettura) invita alla gioia il popolo liberato dalla schiavitù: c’è “il lieto annuncio” per i miseri e i feriti, c’è la liberazione per i prigionieri, un anno di misericordia per tutti (v. 1-2). Il popolo può gioire pienamente nel Signore (v. 10), perché Egli è capace di rinnovare il mondo con nuovi germogli (v. 11). A questo inno di gioia fa eco Maria, la prima credente, con il suo cantico di lode per le “grandi cose” che l’Onnipotente compie nei suoi servi (salmo responsoriale). In Maria c’è la voce della Chiesa pellegrina e missionaria tra gioie e tribolazioni. C’è la voce di ognuno di noi! C’è la voce di Gesù, che nella sinagoga di Nazareth fa suo il programma del profeta, sentendosi consacrato e mandato per portarlo a compimento (Lc 4,18-21).

Giovanni Battista (Vangelo) ha coscienza di essere “mandato da Dio” (v. 6) per rendere “diritta la via del Signore” (v. 23); riconosce di essere soltanto “voce” di un Altro, che è più grande di lui. Infatti, Dio è la Parola; Giovanni ne è soltanto la voce, perché non ha un messaggio proprio. Egli sa che la forza risiede nella Parola, non nel portavoce. Così come la forza è nel seme, non in chi lo sparge. Giovanni è testimone di questo dinamismo della missione, che lo sorpassa. Egli ne gioisce, lieto di diminuire, perché sa di essere solo “l’amico dello sposo”, ed è giusto che sia Lui, lo sposo, a crescere (Gv 3,29.30). Davanti alla commissione ufficiale di inchiesta giunta dalla capitale, come pure in altre situazioni, Giovanni Battista si rivela un modello ispiratore per i missionari, fino al martirio. (Lo spiega bene il teologo A. Rétif, in Giovanni Battista missionario di Cristo, Seuil-EMI, 1960). Il missionario è ponte di comunicazione, con fedeltà e umiltà.

Nella realtà della missione, la forza di trasformazione viene da Dio, la Parola è Sua. L’evangelizzatore è chiamato ad esserne voce, a spargerne il seme nei solchi del mondo. Di tutto ciò l’apostolo è chiamato a rendere testimonianza, ma non è lui né la Parola, né il seme, né il campo. Il missionario è soltanto voce, inviato ad annunciare. Come il Battista, il missionario “è semplicemente una voce che annuncia, un testimone che attira l’attenzione su Qualcuno che è più importante. Il vero testimone indica il Signore, ma subito si tira da parte. Ha paura di rubare spazio al Signore… Giovanni è il testimone di un Dio che è già qui, fra noi. Ma è una presenza da scoprire; non tutti la vedono, e perciò occorre un profeta che la additi” (Bruno Maggioni).

La sfida missionaria per ogni cristiano e per la comunità dei credenti consiste nello scoprire Cristo che è in mezzo a noi, spesso sconosciuto (Gv 1,26), e additarlo a tutti come già presente nel mondo. Presente non solo nella Parola rivelata e nei Sacramenti, ma nei poveri, nei migranti, nei sofferenti, negli ultimi e oppressi, che sono Cristo stesso: “L’avete fatto a me!” (Mt 25,40). Presente anche nelle aspirazioni di chi non è cristiano, nel cuore di chi dice di non credere a nulla, nella vita di chi lavora per la pace... Il missionario è consacrato e “mandato a portare il lieto annuncio” (Is 61,1), con la vita e la parola, come afferma l’apostolo Paolo: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16). Anche se l’araldo non è padrone dei cuori che accolgono l’annuncio. Come il Battista, anche il cristiano fa un cammino di progressiva maturazione interiore: dapprima scopre la Parola, se ne alimenta, e quindi ne diventa testimone e messaggero. Superando paure e barriere umane, geografiche, culturali... Ovunque!

Parola del Papa

(*) “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”.
Papa Francesco
Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013) n. 1

Sui passi dei Missionari

14   S. Giovanni della Croce (1542-1591), sacerdote carmelitano spagnolo, mistico e dottore della Chiesa, riformatore dell’Ordine carmelitano assieme a S. Teresa d’Avila. Sostenne la riforma tra innumerevoli fatiche, opere, incomprensioni e tribolazioni. Incolpato erroneamente, fu recluso per otto mesi in carcere, dove egli scrisse molte delle sue poesie spirituali. «Come attestano i suoi scritti, ascese attraverso la notte oscura dell’anima alla montagna di Dio» (Martirologio Romano). A una monaca scrisse: «Dove non c’è amore, metta amore e ne riceverà amore».

·     S. Nimatullah Youssef Kassab al-Hardini (1808-1858), sacerdote maronita libanese, uomo ascetico, dedito allo studio e all’attività pastorale.

·     Ricordo di Riccardo Lombardi (1908-1979), gesuita, fondatore del Movimento per un Mondo Migliore (Mmm), ispirandosi in un messaggio di Pio XII, per promuovere la fraternità, il rinnovamento, la comunità e la missione. Efficace comunicatore e animatore ecclesiale e sociale, era noto come “il microfono di Dio”.

16   Bb. 7 martiri thailandesi (un laico, due suore e quattro laiche) uccisi tra il 16 e il 26 dicembre 1940 per essersi rifiutati di abiurare la loro fede; vennero beatificati nel 1989. Il primo a subire il martirio fu Filippo Siphong Onphitak (1907-1940), padre di famiglia e catechista, divenuto guida della sua comunità parrocchiale all’espulsione del parroco. Dieci giorni dopo, nella stessa comunità furono martirizzate le suore Agnese Phila e Lucia Khambang, della congregazione delle Amanti della santa Croce, la cuoca Agata e 3 adolescenti: Cecilia, Viviana e Maria. (Vedi anche il 12/1).
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     Bb. Giuseppe Thao Tien (1918-1954), primo sacerdote e primo martire del Laos, beatificato a Vientiane ne 2016 assieme ad altri 16 martiri: 5 missionari Mep (francesi), 6 oblati di Maria Immacolata (5 francesi e 1 italiano), e 5 catechisti laotiani. Tutti 17 furono uccisi dai comunisti del Pathet Lao, fra 1954 e 1970.

·     Nelle Filippine, inizio della celebrazione del Simbang-Gabi, una novena di Messe dell’aurora, che culmina con la Messa di Mezzanotte (Messa del Gallo) del 24 dicembre. È una tradizione assai popolare nella comunità cattolica filippina.

17   S. Giovanni de Matha (1154-1213), sacerdote franco-spagnolo, dottore in Teologia (per l’Università di Parigi), cofondatore, insieme con san Felice di Valois, dell’Ordine dei Trinitari per il riscatto degli schiavi.

18   Giornata internazionale dei diritti dei migranti, istituita dalle Nazioni Unite nel 1990 e 2000.

19   B. Urbano V (c. 1310-1370), Papa (dal 1362), giurista francese e poi monaco benedettino. Fu eletto Papa durante la permanenza della Santa Sede ad Avignone. Con l’aiuto degli Ordini mendicanti diede impulso al lavoro missionario della Chiesa nell’Europa Orientale e nella Mongolia. Nel 1367 riuscì a riportare di nuovo la sede pontificia a Roma.

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A cura di: P. Romeo Ballan – Missionari Comboniani (Verona)

Sito Web:   www.comboni.org    “Parola per la Missione”

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Iniziare
processi di luce e di bellezza

La domenica della gioia ci presenta ancora la figura del Battista, il precursore. Essere precursori è un’affascinante avventura. Significa giocare d’anticipo sulla vita, restare sulla soglia, non permettere che gli eventi e il tempo ci travolgano e che la vita scorra senza che possiamo stringerla tra le mani e correre il rischio di viverla davvero. Il precursore, infatti, è colui che non trascina la vita nelle cose sempre uguali, ma sta all’erta perché attende che accada un evento. Una prima domanda, allora, si affaccia su questo nostro tempo di Avvento: attendiamo davvero che qualcosa accada? Crediamo davvero che l’evento di una nuova vita, nella persona di Gesù verrà a farci visita? Crediamo che ci sarà un nuovo inizio anche per noi? Camminiamo, anche in questo momento storico difficile, con questo sguardo gravido di futuro e di speranza?

Giovanni Battista ha questo sguardo rivolto al futuro che deve venire e orienta il suo presente verso la luce che gli viene incontro. Essere precursori, anche per noi, significa proprio questo: sapere che siamo in cammino e non possediamo ancora tutta la verità, che ogni meta raggiunta ci chiama a iniziare una nuova avventura, che ogni “terra promessa” non è che una tappa di un percorso più lungo, che il nostro oggi non è il senso di tutto e le nostre attività — anche le migliori — non sono mai un fine ultimo. E, così, siamo invitati a preparare la strada per qualcun altro: perché sappiamo che il senso e il significato di ciò che siamo e viviamo non ce lo diamo da noi stessi, ma è radicato nel Dio-Luce che viene a diradare le nostre tenebre.

Ecco cosa grida alla nostra vita la predicazione del Battista: non siate pigri, non accomodatevi sulla vita, non illudetevi di avere tutto tra le mani e sotto controllo. Il significato è oltre, la gioia più grande è fuori da voi stessi, la luce viene dall’alto: preparategli la strada, restate svegli, aprite il cuore per accoglierla.

E Giovanni dice di sé: sono testimone della luce e sono voce. Egli non è la luce, ma colui che la indica; non è la Parola, ma colui che presta la voce perché la Parola sia annunciata e si realizzi tra gli uomini. Il precursore, cioè, è colui che attende, prepara e poi lascia il centro della scena all’altro. È una splendida indicazione anche per noi cristiani: non siamo noi il Cristo, non abbiamo una verità che ci pone al di sopra degli altri, non dobbiamo mettere noi stessi al centro. O, direbbe Papa Francesco, non siamo chiamati a occupare spazi, ma ad iniziare processi.

Dentro questa vita quotidiana e dentro questo nostro mondo, come singoli e come Chiesa siamo chiamati proprio a questo: iniziare processi di luce e di bellezza, indicare il bene nascosto in ogni cosa, cercare e portare la presenza amorevole di Dio nelle piccole cose quotidiane e nelle situazioni di fragilità e sofferenza. Essere, come il Battista, indicatori di luce e voce che fa circolare la Parola buona del Vangelo.
[Francesco Cosentino – L’Osservatore Romano]

Anche noi “Precursori”
presso gli uomini

Is 61,1-2.10-11; Cant Lc 1,46-54; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

Ancora questa domenica, abbiamo in primo piano Giovanni, «uomo mandato da Dio» col compito specifico di «rendere testimonianza alla luce». La denominazione “Giovanni”, senza altre aggiunte, presuppone che egli sia noto ai lettori. Invece si sembra porre l’accento sul suo ruolo funzionale rispetto al Verbo di Dio che è la luce degli uomini: «Questi venne come testimone per rendere testimonianza alla luce».

La qualifica «testimone», che implica una presa di posizione pubblica a favore di qualcuno, ha lo scopo di fondare la convinzione o la linea di condotta degli altri. La sua testimonianza («a favore della luce») ha quindi lo scopo principale di sostenere l’adesione di fede a Gesù. Il ruolo subordinato di Giovanni viene messo in evidenza nella frase successiva, dove si insiste sulla distinzione tra la «luce» e la missione giovannea che è quella di rendere testimonianza alla luce. Infatti, la ripresa della stessa espressione («rendere testimonianza alla luce») richiama un’attenzione particolare su questo fatto.

Si può leggere tra le righe un accento polemico, e poi immaginare appunto che c’è qualcuno che consideri Giovanni autonomo e «luce» concorrente al Verbo di Dio che viene nel mondo come unica e vera luce. Comunque, si vede la preoccupazione di sottolineare il ruolo subordinato di Giovanni rispetto al Messia, l’unico inviato di Dio che illumina ogni essere umano. Subito dopo questa prima sezione del prologo del quarto vangelo, si presenta la testimonianza pubblica ed ufficiale di Giovanni in due fasi, una negativa e una positiva.

La prima avviene davanti a un gruppo formato dai sacerdoti e leviti su incarico delle autorità di Gerusalemme. Le domande di questa commissione riguardano anzitutto l’identità «messianica» di Giovanni. Egli dichiara apertamente la sua vera identità: «Io non sono il Cristo». A conferma di questa presa di posizione, Giovanni rifiuta anche di identificarsi con le figure messianiche di Elia (atteso come il riformatore religioso e il restauratore della nazione ebraica) e del profeta escatologico (sul modello di Mosè e dei profeti classici).

Sotto la pressione degli interroganti, Giovanni dà anche la sua testimonianza positiva: «Io sono voce di uno che grida nel deserto preparate la via al Signore, come disse il profeta Isaia». Ma i delegati insistono per sapere qual è il significato del suo battesimo, dal momento che egli non ha ruolo messianico preciso. Egli afferma che è un semplice rito di purificazione senza pretese messianiche, perché il Messia è già presente, sia pure incognito: “In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. Costoro erano mal disposti verso Giovanni ed incuranti della verità. Se fossero venuti con intenzioni rette, la risposta di Giovanni doveva essere per loro una rivelazione, e per tutto il popolo un vero argomento di gioia e ricerca del Messia.

Il precursore non ha alcuna pretesa di accentrare l’attenzione sulla sua persona. Egli è testimone verace perché non parla di sé, non è ingombrante, asfissiante, invadente o accentratore; non si costruisce il proprio monumento, rispetta le parti, è capace di scomparire; dà spazio all’Altro e sa che il suo compito è quello di provocare l’incontro col Messia. Il vero testimone unisce ad uno straordinario coraggio una straordinaria modestia. Bella lezione di umiltà a tutti I cristiani, e in modo particolare a noi ministri di Dio! Quanti accettano volentieri, anzi vanno in cerca di onori e di complimenti, che ad essi non si devono!

Dove sono coloro che affermano con umiltà il loro nulla! Oppure quanti si affannano per far sapere quello che sono, e quello che credono di avere alcunché di bene e di onorevole! Dobbiamo sapere e non dimenticare mai che tutto quello che siamo, lo siamo per la grazia di Dio, e che senza la grazia di dio non saremmo niente. Inoltre, ciascuno di noi deve essere, come il Battista, un umile messaggero davanti a Dio, che prepara la strada a Cristo.
Don Joseph Ndoum