I 12 progetti fossili che distruggono il pianeta: 18 ong denunciano lo sfruttamento delle grandi aziende

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Sabato 12 dicembre 2020
Alla vigilia del quinto anniversario dell'Accordo di Parigi sul clima, 18 ong internazionali denunciano lo sfruttamento delle grandi aziende e le 12 opere che rischiano di dare il colpo di grazia alla Terra.
[Luca Manes (Re:Common) – Nigrizia]

Siamo ormai giunti al quinto anniversario dell’Accordo di Parigi sul clima, che se applicato in tutte le sue parti si spera possa salvare il pianeta. Ma proprio in questi giorni, 18 ong internazionali, tra cui l’italiana Re:Common, lanciano un rapporto che denuncia le 12 opere che il pianeta rischiano invece di distruggerlo. 

Sì, perché i 12 mega-progetti fossili attualmente in fase di sviluppo, se venissero realizzati, causerebbero il rilascio di atmosfera di 175 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Un volume di CO2 sufficiente a esaurire metà del budget di carbonio rimanente per restare al di sotto della fatidica soglia di 1,5 gradi Celsius. Oltre alle conseguenze per il clima, gli effetti negativi si sprecano sia in termini di inquinamento ambientale che di impatti delle comunità, comprese pesanti violazioni sui diritti umani.

A guidare l’espansione fossile ci sono società come l’italiana Eni, la francese Total, l’anglo-olandese Shell e le altre major dell’oil&gas, ma anche la finanza gioca un ruolo da protagonista. Dalla firma dell’Accordo di Parigi a oggi, le principali banche e i fondi di investimento mondiali hanno finanziato le società attive in questi 12 progetti con circa 3mila miliardi di dollari.

Un fiume di denaro che dimostra come, nonostante gli impegni e le politiche di disinvestimento adottate in questi anni da molti istituti, per il clima la finanza non stia ancora facendo la propria parte. Tra i casi più rilevanti inclusi nel rapporto c’è l’espansione dell’industria del gas in Mozambico, guidata da Eni e la francese Total, che sta causando devastazione e violenze nella regione di Capo Delgado, nel nord del paese e davanti allo specchio di mare dove fra il 2010 e il 2013 sono state scoperte enormi quantità di gas: oltre 5mila miliardi di metri cubi, la nona riserva più grande al mondo.

Cabo Delgado è il cuore dell’attività terroristica che dall’ottobre 2017 ha aumentato gli attacchi contro le popolazioni civili e le forze militari. Fino ad ora il conflitto ha ucciso oltre 1.100 persone e ne ha sfollate più di 100mila. “In Mozambico la scoperta di enormi riserve di gas si è trasformata in una maledizione per le comunità locali”, ha dichiarato Alessandro Runci di Re:Common, tra gli autori del rapporto. “Oltre 600 famiglie costrette a lasciare la propria casa per far spazio alle infrastrutture dell’industria, mentre il conflitto si fa sempre più violento. È inaccettabile che il governo italiano stia finanziando questo disastro climatico e sociale”, ha aggiunto Runci.

Anche gli altri casi sono tra i più controversi e spesso oggetto di campagna condotte da organizzazioni della società civile internazionale. Nel Mediterraneo orientale, un’altra società italiana, Edison, è tra le proponenti del mega gasdotto EastMed, che dovrebbe collegare i giacimenti di gas della regione, molti dei quali controllati da Eni, con i mercati europei.

In Suriname, la scoperta di un enorme giacimento di petrolio ha innescato una corsa all’accaparramento delle risorse che mette a rischio il delicato ecosistema del paese sudamericano. Nel nord della Patagonia, Total e Shell sono tra le più attive nelle attività di fracking in quel territorio, nonostante persino le Nazioni Unite abbiano sollevato delle criticità, sia per gli impatti ambientali e climatici, che per quelli sulle comunità e i popoli indigeni che abitano la regione.

Il carbone è invece il protagonista dei progetti in Cina, India e Bangladesh, dove l’industria si sta continuando a espandere, ignorando gli appelli della comunità scientifica ad abbandonare il carbone entro il 2040.

Per quanto riguarda la finanza, i giganti americani Blackrock, Vanguard e Citigroup guidano la classifica dei maggiori finanziatori delle società coinvolte in questi progetti, seguiti dalle inglesi Barclays e HSBC e dalla francese BNP Paribas.

Ad alimentare l’espansione fossile ci sono anche le italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit, che complessivamente, dal 2016 ad oggi, hanno finanziato con la cifra astronomica di 30 miliardi le società fossili che guidano i 12 progetti, con Eni in cima alla lista dei beneficiari.

Va specificato però che mentre Unicredit ha recentemente adottato delle politiche sui combustibili fossili che vanno nella giusta direzione, Intesa Sanpaolo rimane il fanalino di coda tra le banche mondiali, e uno dei pochi istituti di credito europei a non aver ancora indicato una data per il phase-out del carbone.
[Luca Manes (Re:Common) – Nigrizia]