Nuova spinta al processo di transizione. Iniziato il riavvicinamento tra Usa e Sudan

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Mercoledì 16 dicembre 2020
La rimozione del paese dalla lista americana degli sponsor del terrorismo dopo 27 anni, e la normalizzazione dei rapporti con Israele, aprono per il Sudan nuovi scenari in un momento particolarmente delicato. A pesare non è solo la crisi economica, ma anche la lentezza nella trasformazione della governance. [Nella foto: Il primo ministro sudanese Abdullah Hamdok ospita il Segretario di Stato americano Mike Pompeo il 25 agosto 2020 (Twitter)].

Nuova spinta al processo di transizione
Iniziato il riavvicinamento tra Usa e Sudan

Il Sudan è finalmente stato cancellato dalla lista americana dei paesi sponsor di terrorismo dove era stato iscritto nel 1993, durante l’amministrazione Clinton. La dichiarazione, rilasciata la mattina del 14 dicembre dall’ambasciata di Washington a Khartoum, è stata confermata qualche ora più tardi dal Segretario di Stato Michael Pompeo che ha sottolineato come, con questo atto lungamente discusso, e atteso in Sudan, cambieranno le relazioni tra i due paesi.

La decisione americana fa seguito alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Sudan e Israele, ottenuta dall’amministrazione Trump a prezzo di enormi pressioni che hanno provocato accese discussioni nelle istituzioni transitorie del paese. Gli Usa hanno anche ottenuto la chiusura del contenzioso sulle vittime americane di terrorismo in diversi episodi, tra cui gli attentati qaedisti alle ambasciate di Nairobi e Dar es Salaam nell’agosto del 1998.

Durante i primi anni del regime del deposto presidente Omar El-Bashir – quando il potere era saldamente nelle mani del Fronte islamico nazionale (Nif), sotto la guida dell’ideologo sudanese del movimento dei Fratelli musulmani, Hassan al Turabi – il paese aveva infatti ospitato diversi terroristi conosciuti e ricercati internazionalmente. Tra gli altri, in quel periodo risiedeva nel paese Osama Bin Laden, che vi aveva importanti interessi economici e vi godeva di ottime entrature politiche.

Khartoum ha già depositato la prima trance, pari a 335 milioni di dollari, della somma pattuita per le compensazioni dovute alle famiglie delle vittime. Molti hanno osservato che l’amministrazione Trump ha imposto un insopportabile fardello ad un paese in difficile transizione democratica, durante una gravissima crisi economica e sanitaria, per di più per responsabilità di un regime deposto che non rappresenta più in nessun modo il paese. Le roboanti dichiarazioni di Pompeo non devono essere suonate come del tutto amichevoli a molte orecchie sudanesi.

Tuttavia, l’uscita dalla lista dei paesi canaglia è un importantissimo passo avanti che permetterà al Sudan di uscire dall’isolamento finanziario in cui è stato relegato finora. Il governo di transizione potrà ora affrontare con strumenti più adatti alle circostanze la sempre più grave crisi economica che attanaglia il paese e che ha riportato in piazza centinaia di migliaia di persone per protestare contro la scarsità e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.

Ci si aspetta che possano riprendere immediatamente gli investimenti occidentali e che sia facilitato il commercio estero. Questo, insieme ad altre misure, dovrebbe aiutare a stabilizzare la moneta locale – la sterlina sudanese (Sdg) -, a controllare l’inflazione e a debellare il mercato parallelo della valuta.

La differenza di valore è infatti enorme: al cambio ufficiale un euro vale in questi giorni circa 60 Sdg, mentre al mercato nero è cambiato fino a 312. Il fiorire del mercato parallelo della valuta è dovuto anche a manovre speculative di esponenti del vecchio regime già denunciati dal governo.

La crisi economica è uno dei più gravi ostacoli nel processo di transizione democratica del paese, ma non è l’unico. Anche la trasformazione della governance procede con grande lentezza. Il processo di pace di fatto non è ancora concluso. Gli accordi di Juba, attesi alla fine dell’anno scorso, sono stati firmati solo all’inizio di ottobre e impegnano solo una parte delle forze di opposizione armata.

Non hanno partecipato ai negoziati l’Splm-N, ala di Abdel Aziz al Hilu, e il Slm di Abdul Wahid al Nur, i due movimenti che ancora hanno una forza militare consistente sul terreno. Il primo ha partecipato ad un negoziato ad Addis Abeba in cui uno dei capisaldi in discussione è la laicità dello stato. Per ora la trattativa è arrivata allo stadio preliminare di una dichiarazione di intenti.

Il secondo non ha ancora avuto nessun contatto ufficiale con il governo di transizione. Anzi, nelle ultime settimane si sono verificati numerosi incidenti e scontri tra gli uomini del Slm e quelli dell’esercito, o meglio delle Forze di intervento rapido (Rsf), al comando di Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, vicepresidente del Consiglio sovrano, la massima istituzione del paese in questo periodo di transizione.

La lentezza del processo di pace ha ritardato anche il processo di transizione. Per molti mesi, ad esempio, sono rimasti in carica i governatori militari nominati dal deposto presidente El-Bashir. I nuovi sono stati nominati dopo la firma degli accordi di Juba e non tutti hanno incontrato il favore della popolazione. Nell’Est Sudan – stati di Kassala, Mar Rosso e Gedaref – ci sono state proteste e ricusazioni, mentre i locali movimenti di opposizione armata si sono già dichiarati non soddisfatti dell’implementazione degli accordi appena raggiunti.

Sembra di capire che le relazioni tra le forze di transizione non siano semplici, tanto che è stato introdotto un nuovo organo, il Consiglio dei partner del periodo di transizione (Transitional period partners council – Tpc) che sarà composto di 29 membri e per il cui ruolo e funzionamento sono servite trattative durate ore e conclusesi solo nei giorni scorsi.

Solo dopo la composizione del Tpc sarà insediato un nuovo governo di transizione, con la partecipazione anche dei firmatari degli accordi di Juba, e sarà composta l’assemblea nazionale, il parlamento del paese. Secondo molti osservatori questi ritardi potrebbero limitare, se non addirittura mettere in gioco, il processo di transizione democratico stesso.

A questa complessità si aggiunge la difficile situazione regionale, aggravatasi con la crisi etiopica che ha determinato un flusso di decine di migliaia di profughi in territorio sudanese. Una crisi umanitaria che si aggiunge alle altre che già affliggono il paese: i profughi dal Sud Sudan, gli sfollati del Darfur e per le alluvioni degli scorsi mesi, e la pandemia che ha reclamato anche la vita di un politico eminente, Sadiq al Mahdi, ultimo primo ministro di un governo democraticamente eletto e presidente di uno dei maggiori partiti del paese.

I rapporti con l’Etiopia sono tesi anche a causa del mancato accordo sul riempimento dell’invaso della Gerd, la Grande diga della rinascita etiopica costruita sul Nilo Blu che, Khartoum teme, avrà un impatto sia sulla sicurezza della diga di Rosier, il maggior impianto del genere in Sudan, sia sul flusso delle acque del Nilo, fondamentale per l’economia di una vasta parte del paese e per la sopravvivenza stessa di milioni di persone.

La visita ufficiale del primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, ad Addis Abeba dello scorso 13 dicembre è durata poche ore invece dei due giorni programmati. I comunicati ufficiali hanno dichiarato che l’incontro con il primo ministro etiopico, Abiy Ahmed, è stato fruttuoso e che i due si sono messi d’accordo per la ripresa delle trattative sulla Gerd e per una riunione dell’Igad, l’organizzazione regionale – presieduta da Hamdok – attorno al cui tavolo si dovrebbe discutere della crisi etiopica. Ma la fine precipitosa della visita fa invece pensare che i due non abbiamo trovato un terreno comune favorevole alle discussioni programmate.

Tuttavia non si può dire che il periodo transitorio sia passato invano. Nel file audio che arriva da Khartoum (la voce dell’autore è camuffata per proteggerne l’anonimato) vengono presentati anche i notevoli passi avanti del paese in campi delicati, quali la libertà di espressione e l’educazione.
[Bruna Sironi (da Nairobi, Kenya) – Nigrizia]