Martedì 22 dicembre 2020
“L’elusione fiscale da parte delle imprese e l’evasione fiscale dei privati sono questioni scottanti a tutte le latitudini, anche quando è in corso una pandemia e sarebbe auspicabile affermare senza esitazione i valori della solidarietà e della legalità”. (…)

Covid-19,
multinazionali e isole del tesoro

L’elusione fiscale da parte delle imprese e l’evasione fiscale dei privati sono questioni scottanti a tutte le latitudini, anche quando è in corso una pandemia e sarebbe auspicabile affermare senza esitazione i valori della solidarietà e della legalità. Basti pensare che è di 427 miliardi di dollari il valore delle tasse sottratte alle casse degli Stati in un anno a livello globale e finite in Paesi a fiscalità agevolata, una cifra, per inciso, pari al salario di 34 milioni di infermieri.

La denuncia è contenuta nel rapporto «The State of Tax Justice 2020» pubblicato il 20 novembre scorso dalle organizzazioni di vigilanza Tax Justice Network (Tjn), Public Services International (Psi) e Global Alliance for Tax Justice (Ga4tj). Da rilevare che, volendo fare un confronto, le perdite fiscali del Nord America e dell’Europa equivalgono rispettivamente al 5,7% e al 12,6% dei bilanci sanitari, mentre quelle dell’America Latina e dell’Africa sono percentualmente più pesanti: equivalgono rispettivamente al 20,4% e al 52,5 %.

In un stagione, come quella che stiamo attraversando, in cui i sistemi sanitari nei cinque continenti sono messi a dura prova dal famigerato covid-19, queste percentuali sono preoccupanti e mettono in evidenza non solo, in termini generali, le ingiustizie generate dai sistemi di tassazione a livello planetario, ma mostrano l’impatto sociale drammaticamente diseguale tra Paesi a reddito elevato e quelli in via di sviluppo.

Emblematica è la situazione del continente africano dove i governi locali registrano una perdita del gettito fiscale di circa 25.7 miliardi di dollari all’anno da parte delle multinazionali che trasferiscono i profitti nei paradisi fiscali offshore — meglio noti come Isole del Tesoro — e di personaggi che praticano l’evasione fiscale sotto forma di beni non dichiarati. Di queste perdite, volendo le cifre più al dettaglio, 23,2 miliardi di dollari sono frutto di elusioni fiscali da parte delle multinazionali che aggirano le norme tributarie con l’intento di ridurre o eliminare l’onere fiscale in esse sancito, mediante elaborate operazioni contrattuali o negoziali; mentre 2,3 miliardi di dollari sono persi per evasione da parte di manager e dirigenti. Tutto questo denaro, per inciso, equivale al pagamento degli stipendi annuali di 10,1 milioni di infermieri che svolgono il loro servizio nel continente.

Secondo i dati raccolti congiuntamente da Tjn, Psi e Ga4tj, oltre 1,2 miliardi di dollari sono persi dai governi africani dello scacchiere orientale: Kenya, Etiopia, Burundi, Tanzania, Uganda, Sud Sudan e Rwanda. Il rapporto descrive compiutamente l’attuale sistema di tassazione planetario, mettendo in evidenza le sue discrasie: le multinazionali hanno la sede legale in un Paese, quella fiscale in un altro, impianti estrattivi o produttivi in continenti diversi come quello africano, utilizzando reti di distribuzione e canali di vendita globali.

Ogni multinazionale, alla prova dei fatti, è una complessa ragnatela di succursali e sussidiarie, con salvadanai nei paradisi fiscali, vale a dire in quei Paesi con regimi fiscali più favorevoli. Lo sa molto bene Nicholas Shaxson, giornalista e fondatore della rete indipendente per l’equità fiscale Tjn, (taxjustice.net) il quale auspica la messa a punto e l’osservanza di una Unitary tax con uno scopo ben preciso: contrastare l’esclusione sociale e la fuga di capitali. «I profitti delle multinazionali — egli spiega — vanno considerati globalmente e poi allocati nei singoli Paesi in base alla reale attività economica considerando le vendite, i dipendenti, i capitali».

Alcuni osservatori sostengono che la decisione da parte di un’azienda di rendere pubblici i suoi dati, Paese per Paese, non è di per sé necessariamente garanzia di un comportamento fiscale integerrimo, ma certamente consentirebbe di individuare gli uffici operativi, i ricavi, gli utili realizzati e le tasse versate. Se si riuscisse ad affermare questo indirizzo si potrebbe sostenere, ad esempio, il welfare le cui voci di spesa sono solitamente penalizzate dalle spending review messe in atto dai singoli governi. Ad esempio, secondo Tjn, in un Paese come il Sud Africa, dove quasi la metà della popolazione adulta vive in una condizione d’indigenza, se i 3,4 miliardi di dollari persi annualmente a causa della sottrazione fiscale di cui sopra fossero convertiti in finanziamenti diretti di 85 dollari al mese a persona, questo consentirebbe ad oltre tre milioni di sudafricani di superare la soglia di povertà.

E cosa dire del Kenya? Questo Paese perde ogni anno 565,8 milioni di dollari: per l’esattezza 502,4 milioni di dollari dalle imprese e 63,3 milioni di dollari alle persone fisiche. Un ammanco che penalizza le casse dello Stato del denaro necessario per lo sviluppo e la fornitura di servizi essenziali. Peraltro, l’impatto sociale di questa perdita è circa il 36% del bilancio sanitario nazionale. In Etiopia non vanno certamente meglio. Qui la perdita annuale è di 379,5 milioni di dollari, di cui 362,6 milioni delle multinazionali e 16,9 milioni vanno in fumo a causa dell’evasione fiscale offshore dei privati. La perdita totale è pari allo stipendio annuo di 436.648 infermieri.

Questa fenomenologia è trasversale al continente e comunque, stando al rapporto sopra citato, in cifre assolute, a subire le perdite maggiori, sono quattro Paesi. Quello più colpito è la Nigeria, dove la cifra complessiva ha raggiunto i 10,5 miliardi di dollari. Seguono Sud Africa (3,4 miliardi), Egitto (2,3 miliardi) e Angola (2,2 miliardi).

L’amministratore delegato di Tjn, Alex Cobham, ha affermato che la pandemia di covid-19 ha messo a nudo lo scandalo dell’evasione e dell’elusione fiscale perché ai Paesi africani sono mancate le risorse economiche per far fronte in modo puntuale alla pandemia. Commentando il rapporto, ha esortato i governi a introdurre «un’imposta sugli utili delle grandi società che cambiano spesso sede per evadere le imposte. Per i giganti della tecnologia digitale che affermano di avere a cuore i nostri interessi, pur avendo fatto uscire miliardi di tributi, questa può essere un’occasione di riscatto».

Occorre necessariamente promuovere un radicale cambiamento sistemico nei confronti soprattutto dei fautori del liberismo economico più sfrenato, quello che mira solo e unicamente alla massimizzazione dei profitti e che ha generato danni immensi, acuendo a dismisura la forbice delle diseguaglianze e legittimando peraltro le istanze sovraniste di chi, ad esempio, nella Vecchia Europa, ritiene di avere un surplus di diritti rispetto ad ogni genere di alterità.

Per dirla con le parole di Papa Francesco, al termine del recente summit di Assisi su un nuovo modello economico sostenibile: «Questo enorme e improrogabile compito richiede un impegno generoso nell’ambito culturale, nella formazione accademica e nella ricerca scientifica, senza perdersi in mode intellettuali o pose ideologiche — che sono isole —, che ci isolino dalla vita e dalla sofferenza concreta della gente».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]