Francesco Piobbichi: “Vorrei che ogni mio racconto diventi pietra di memoria”

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Lunedì 28 dicembre 2020
Francesco è collaboratore del progetto Mediterranean Hope – Osservatorio sulle Migrazioni di Lampedusa. Le sue scelte sono abbastanza chiare e, soprattutto, non gli riesce difficile condividere da che parte stare in una società attraversata dall’odio, dalla competitività e dall’egoismo sociale. Le sue parole e i suoi disegni aiutano a ricostruire una “memoria collettiva”, fatta di speranza e di solidarietà.

Chi è Francesco Piobbichi
Sono un operatore sociale che lavora da sempre sulla frontiera. Ho fatto molte cose nella mia vita; politica, attivismo sociale e lavorato sul terreno del mutuo soccorso. L’esperienza con Mediterranean Hope dura oramai da quasi quattro anni ed è molto importante per me dato che mi ha portato a comprendere la frontiera. I suoi dispositivi, la sua essenza più profonda. Sono partito da Nardò per arrivare a Lampedusa. Da uno sciopero di braccianti immigrati che vivevano in condizioni spaventose nelle nostre campagne. Ho avuto la necessità di capire qual’era il meccanismo che nel nostro paese produceva tutto questo. Quando ho avuto la possibilità di andare a Lampedusa per lavorare sull’osservatorio non ho esitato.

Qual è il tuo rapporto con la Sicilia?
La Sicilia è diventata tutta frontiera oramai, Lampedusa insieme ad altri porti dell’isola ricevono il maggior numero di migranti. Con Mediterranean Hope oltre l’osservatorio abbiamo aperto la Casa delle Culture di Scicli che è un centro di accoglienza per migranti che cerca di essere anche un’opportunità per il paese. Inoltre abbiamo lavorato per costruire una rete con le associazioni siciliane che lavorano sul terreno della solidarietà per i migranti. La Sicilia è quindi secondo me inserita nella frontiera e richiede un’attenzione particolare dato che qui si concentrano tante contraddizioni ma anche tante energie positive.

Parlaci dei tuoi “disegni dalla frontiera”.
Io a Lampedusa ho trovato il tratto. Ma il disegno è una parte del racconto che per me è l’elemento centrale del mio progetto comunicativo. Mi sono ispirato “all’ u cuntu”, come lo chiamava quella montagna umana che era Ciccio Busacca per parlare ai contadini siciliani. Per me questo metodo comunicativo è qualcosa di potente. È legato alla vita e riconsegna l’arte ed il disegno alla sua funzione originaria, la costruzione di memoria collettiva. Se ci pensiamo bene infatti i graffiti nelle caverne erano forme narrative che precedevano la scrittura. Io racconto con i disegni la violenza dell’ingiustizia che si concentra sulla frontiera.

Ho scoperto di avere questa sensibilità e la metto interamente a servizio del progetto per il quale lavoro, il libro ed i disegni che vendiamo infatti alimentano un fondo solidale. Non sono un’artista né un attore. Sono un disegnatore sociale, che prova a fare un percorso di comunicazione emotiva continuando a lavorare in frontiera. Se gli imprenditori dell’odio parlano alla pancia del paese io provo a parlare al cuore. Se loro diffondono egoismo e odio noi rispondiamo con solidarietà e giustizia.

Vorrei che ogni mio racconto diventi pietra di memoria. Per me questo è un modo di resistere alla barbarie di questi tempi. È atto d’accusa eterno contro i governi della terra che prima hanno bombardato e depredato le terre e poi reso il mare spinato e assassino.

Cosa pensi del tempo che stiamo vivendo?
Viviamo tempi barbari in cui la coscienza degli individui si sviluppa non sul terreno dei valori ma su quello dei numeri. Non è solo il razzismo diffuso che occorre guardare con attenzione ma anche un mutamento antropologico dell’individuo liberista che ragiona solo in termini di competitività ed egoismo sociale. È questa cultura che genera esclusione e legittima l’enorme ingiustizia planetaria in cui viviamo dato che considera la miseria una colpa individuale e la solidarietà un crimine da perseguire come è successo con chi salva vite in mare. Questo modo di ragionare diffuso inoltre fa passare la migrazione come una emergenza che si determina sui nostri confini senza indagare le cause che le migrazioni le determinano. In questo penso che noi che lavoriamo all’accoglienza abbiamo un grande limite nel non denunciare con nomi e cognomi i responsabili dei disastri che qualche centinaia di migliaia di ricchi hanno combinato e combinano nel pianeta.

Quale disegno vorresti realizzare?
Il disegno che vorrei realizzare è quello in cui la bilancia dell’ingiustizia non pende a favore dei potenti della terra e degli armamenti ma a favore dei popoli che possono così scegliere liberamente se vivere nella terra dove sono nati senza la miseria e la guerra che li spinge via, o muoversi esattamente come possiamo fare noi occidentali in tutto il resto del mondo. Un ragazzo tunisino recentemente mi ha detto a Lampedusa “perché i vostri pensionati, i vostri imprenditori possono venire nel nostro paese e noi veniamo respinti? Non siamo anche noi simili ai vostri giovani che a centinaia di migliaia lasciano l’Italia? Non sono anche loro migranti economici?” A questa domanda davvero non ho saputo cosa rispondere...