Giovedì 31 dicembre 2020
Ogni fine anno costituisce un passaggio che invita a fare bilanci e questo 2020 si chiude lasciandosi alle spalle una grande oscurità dalla quale è difficile intravedere un futuro luminoso. La pandemia ancora incalza, c’è stanchezza, la paura si sta trasformando in rabbia. La speranza dei vaccini, la prospettiva di cure mirate, l’arrivo di ingenti finanziamenti dall’Europa, portano respiro, ma lo scenario rimane cupo.

Nonostante i tanti gesti di solidarietà, l’abnegazione di medici, personale sanitario, volontari, eccetera, c’è un forte smarrimento. Manca la fiducia, quella visione capace di dare l’orientamento. La gravità della situazione sta provando fortemente le istituzioni, rende difficile la gestione di una realtà magmatica che spesso, anziché favorire il senso del bene comune, disgrega provocando conflitti, facendo prevalere arroganza e senso del potere. Il dramma in corso mette a nudo la fragilità di una società complessa abituata a credere di poter avere il controllo degli eventi. Ma è proprio nei momenti di estrema difficoltà che emergono risorse imprevedibili. Proprio nello smarrimento prende vita il nuovo ancora velato. C’è una gestazione sotterranea che chiede di entrare nel mistero del tempo.

Il messaggio forte che ne deriva è di accettare l’attraversamento del buio. «Sentinella quanto resta della notte? (…) Sta per venire il mattino» (Isaia 21, 11-12). Il tempo è lo strumento primo dell’opera creatrice, è attesa, pazienza, disponibilità a lasciare che maturino le condizioni. Da pochi giorni il Natale ha rinnovato il senso di stupore e di meraviglia. Il sovrannaturale irrompe nel naturale, travalica, disarma, apre. Ma non tutti lo vedono. Per tanti è come se non accadesse nulla. «State svegli!», questo l’imperativo che precede l’annuncio, altrimenti il nuovo irrompe, ma non siamo in grado di vederlo né tanto meno di accoglierlo. Nella notte tutte le energie si rigenerano. Come il seme sottoterra che nell’inverno si macera e poi germina per esplodere a primavera. Accettare di restare nel buio è entrare in quella passività che diviene intensamente attiva. Fa sentire di appartenere contemporaneamente alla terra e al cielo. Permette alle risorse celesti di operare maturando silenziosamente gli eventi affinché la bellezza invisibile diventi visibile. Ed è questa bellezza che rompe le strutture dei destini che imprigionano.

Tempo storico, tempo escatologico, tempo liturgico, costituiscono un sottile intreccio. Il tempo escatologico agisce nel tempo storico, lo accelera per condurlo verso il compimento. Il tempo liturgico aiuta a stare consapevolmente dentro questa dinamica, ne attiva la memoria. La verità divina che si manifesta nel tempo diviene memoriale, resta viva, sempre attuale. L’anno liturgico infatti si apre e si chiude con brani evangelici che riguardano la venuta del Figlio dell’Uomo. Un ciclo finisce, un altro subito ricomincia: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28, 20). E nell’Apocalisse Gesù è «Colui che è, che era e che viene» ( 1, 4). Che è, perché è nell’eterno, nel compiuto. Che era e che viene, perché viene sempre nel tempo come indica l’imperfetto, l’incompiuto, che allude alla continuità del venire.

Il tempo porta a maturazione quanto l’eterno nasconde. L’eterno non è un tempo che non finisce mai, è l’istante; è verità che si svela, è il qui e ora che non ha passato né futuro, è eterno presente che implica la visione intatta di quello che è. Il mistero dell’incarnazione richiede risveglio affinché l’evento accaduto e che sempre accade si attualizzi nella nostra vita. Il tempo liturgico, attraverso il Natale, rinnova questa memoria luminosa: angeli, stelle, stanno ad indicare che il mondo dello Spirito irrompe nella realtà umana. Irruzione che trova il suo culmine nella risurrezione che però non coincide con le apparizioni di Gesù dopo la morte, ma con la sua stessa vita incarnata, con la sua divina umanità che ratifica il compimento di ogni attesa, il superamento di ogni dualità materia/spirito, terra/cielo. Il miracolo del Natale invita a rivedere il rapporto con la morte, a partecipare di quella prospettiva che Gesù chiama vita eterna.

Tutto finisce, ma tutto ricomincia. Sempre la luce irrompe nelle tenebre seppure queste sempre la combattano. Tuttavia cedimento dopo cedimento, per ognuno ci sarà un istante. «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta» (Giovanni 1, 3). Ma anche: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie» (Giovanni 3, 19). La morte non coincide con la morte fisica, il Vangelo allude alla morte spirituale, alla chiusura verso la luce. La morte corrisponde allo stato di tenebra che domina la coscienza e che impone la ferrea volontà di voler restare nell’oscurità affinché le opere malvagie rimangano celate. C’è una falsa coscienza che tutela e garantisce quello status in cui la morte ha il suo dominio. L’Era dello Spirito si afferma proprio quando lo smascheramento diviene non più rinviabile. E si afferma come grandiosa opera di misericordia in quanto la visione delle tenebre altrimenti non sarebbe sostenibile. Lo Spirito non cerca perfezione, ma verità e nudità.

La prospettiva che l’Era dello Spirito inaugura allude a un cristianesimo sempre più incarnato, ossia capace di dare fioritura e pienezza alla vita umana aprendola all’amore. L’evento dell’incarnazione anela a ripetersi in ogni battezzato e in ogni battezzata per liberare il mondo da se stesso, dallo spirito malato che lo domina, dal vuoto d’amore. Per questo è importante assumere tutte le prospettive del tempo. Tempo storico, tempo escatologico, tempo liturgico, tempo catartico sono come diverse traiettorie che però tendono a convergere per la forza intrinseca di coesione che spinge il tempo verso l’eterno.

Una volta acquisite le diverse traiettorie è necessario comprendere quale ora del tempo sta passando per noi. C’è un tempo psichico che ad un certo punto s’impone e che fa capire che dobbiamo fermarci per ascoltare l’ora del tempo che passa per noi e che diviene l’ora della verità, della resa. Ed è quest’ora del tempo psichico che conduce nel tempo dello Spirito, nell’istante eterno. La necessità di scendere dal tempo s’impone alla coscienza che s’illumina.

Il tempo psichico dà la consapevolezza del destino che imprigiona nel tempo storico dominato dalla legge di causa-effetto. Il tempo dello Spirito permette di vedere la via d’uscita. Il tempo psichico diviene luce che illumina il tempo storico, ne fa vedere gli automatismi. Il tempo dello Spirito risveglia la nostra ora escatologica, liturgica, catartica. Fermarsi per vivere consapevolmente il nostro tempo psichico aiuta ad abbandonarci all’efficacia dei tempi che sovrintende lo Spirito, aiuta a lasciarsi portare verso una traiettoria sempre più svincolata dall’automatismo della legge di causa-effetto. Rompe le catene dei destini personali e collettivi. Questo il buon auspicio per il nuovo anno.
[Antonella Lumini - L'Osservatore Romano]