La difficile situazione in Mozambico raccontata da un sacerdote “fidei donum”

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Mercoledì 13 gennaio 2021
«La situazione nel Nord e drammatica. I terroristi, la cui matrice non è chiara, ma che sembrano ispirarsi a gruppi affiliati ad al-Shabaab, controllano alcuni distretti della provincia più settentrionale del Paese, Cabo Delgado. Sono ben armati e molto determinati. A seguito delle loro azioni violente e crudeli, decapitazioni e torture della popolazione, molti sono fuggiti. I villaggi sono stati bruciati e diversi luoghi di culto, sia cristiani che musulmani, distrutti. I rifugiati sono al momento quasi seicentomila...»

Speranza che non muore
accanto agli scartati

Il 5 settembre 2019 Papa Francesco entra nella cattedrale dedicata a Nostra Signora dell’Immacolata Concezione a Maputo, capitale del Mozambico, e ad accoglierlo trova don Giorgio Ferretti, sacerdote fidei donum della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino. Il Pontefice è lì, tappa di un viaggio pastorale che toccherà anche Madagascar e Mauritius, per sostenere il lento e difficile processo di pace di quel Mozambico al quale il Papa ha poi continuato a riservare un’attenzione particolare; in quel Mozambico dove però la situazione si sta facendo sempre più difficile, soprattutto nel nord del Paese, come da Maputo racconta lo stesso don Ferretti:

«La situazione nel Nord e drammatica. I terroristi, la cui matrice non è chiara, ma che sembrano ispirarsi a gruppi affiliati ad al-Shabaab, controllano alcuni distretti della provincia più settentrionale del Paese, Cabo Delgado. Sono ben armati e molto determinati. A seguito delle loro azioni violente e crudeli, decapitazioni e torture della popolazione, molti sono fuggiti. I villaggi sono stati bruciati e diversi luoghi di culto, sia cristiani che musulmani, distrutti. I rifugiati sono al momento quasi seicentomila: fuggiti per via terra o con barche di fortuna sono accolti nella città di Pemba e nelle provincie vicine, in particolare quelle di Nampula e Niassa. La Chiesa, attraverso le Caritas diocesane e la Comunità di Sant’Egidio fa molto per distribuire cibo, coperte e medicine. La Conferenza episcopale locale ha scritto una lettera ai fedeli e ha indetto una campagna di aiuti. Anche le organizzazioni internazionali sono fortemente impegnate di fronte a una difficile situazione igienica e alimentare. Viene attuato un ampio reclutamento fra i giovani, molti dei quali senza prospettive, che vengono attirati con false promesse di lavoro e borse di studio. Una volta lì non riescono più a tornare indietro e molti di loro sono stati rapiti».

La comunità internazionale, aggiunge il parroco della cattedrale di Maputo, «è molto preoccupata anche perché nell’area interessata sono presenti i grandi giacimenti di gas che le compagnie internazionali hanno cominciato ad estrarre. Gli interessi economici sono grandi, l’instabilità della zona sta compromettendo tutto il processo, tant’è che un colosso come la Total in questi ultimi giorni sta evacuando i propri lavoratori».

E purtroppo la situazione nell’immediato non dà adito a soluzioni immediate «ma sicuramente — rimarca don Giorgio — un segno di speranza è la forte richiesta di pace da parte della popolazione e il fatto che comunque in Mozambico c’è sempre stata una buona convivenza e collaborazione fra le diverse religioni. In questo campo del dialogo interreligioso e della fraternità umana c’è tanto da costruire per unificare la società contro ogni forma di violenza».

Una costruzione, come dicevamo all’inizio, invocata a più riprese da Papa Francesco e che continua ad avere grande cassa di risonanza nel Paese africano, come testimonia lo stesso sacerdote: «Le parole del Pontefice, pronunciate nella benedizione di Pasqua e in quella di Natale, sono state molto importanti per focalizzare l’attenzione internazionale sul problema del nord del Mozambico. La gente qui ne è rimasta molto contenta. C’è da parte della Chiesa locale e del popolo grande gratitudine per non sentirsi dimenticati, e per essere al centro dei pensieri e delle preghiere del Papa».

Il pensiero, ma soprattutto il cuore, torna quindi a quel viaggio pastorale di 16 mesi fa, quando Francesco volle visitare anche i centri di accoglienza per i bambini di strada di Maputo e il consultorio medico per i malati di aids: sono gli ultimi, che don Giorgio continua a cercare come quando a Frosinone, insieme ai volontari della Sant’Egidio e nell’ambito di un’attenzione costante alle nuove emergenze voluta dal vescovo della diocesi laziale Ambrogio Spreafico, andava a soccorrere i senzatetto alla stazione ferroviaria: «La visita di Papa Francesco a Maputo è stata un momento di grande dignità per tutta la nazione. In quei giorni la gente ballava per le strade. Essere visitati da lui non è stata solo una gioia per i cattolici, ma tutto il Mozambico si è sentito benedetto e tutti hanno vissuto quel momento come una visita a questa terra e a tutti i suoi abitanti. Qui c’è grande povertà, è uno Stato molto periferico nelle geopolitiche mondiali ma si poteva percepire l’orgoglio nella gente per la benedizione ricevuta, perché il Pontefice ha camminato nelle strade e stretto le mani, parlato a tutti. Questa visita resterà per sempre nella storia del Mozambico».

Quelle mani che continuano ad allungarsi in cerca di qualcosa, perché a Maputo tanto resta da fare, come tratteggia don Giorgio Ferretti nel chiudere la conversazione: «Maputo è una bella città, adagiata sull’Oceano indiano, ma la sua povertà è grande. Qui si riversano ogni anno molti giovani che da arrivano tutte le province del Paese in cerca di lavoro e un futuro migliore. Molti finiscono disoccupati per strada. In questi mesi, soprattutto a causa della pandemia di covid 19, è cresciuto il numero dei poveri, di quelli che cercano scarti di alimenti nei cassonetti dell’immondizia e tanti sono i bambini che vivono per strada, senza famiglia, senza cure, senza una casa e tanto meno la possibilità di andare a scuola. Ai semafori i mendicanti sono ogni giorno più numerosi. La situazione è davvero preoccupante. Con la parrocchia della cattedrale abbiamo già da anni iniziato a distribuire alimenti alle famiglie e agli anziani in difficoltà ma in questo tempo di pandemia la carità è messa a dura prova e i giovani della comunità di Sant’Egidio la sera portano ogni settimana centinaia di pasti ai bambini di strada. È vero, come ha detto il Papa nell’omelia della notte di Natale, che Gesù nasce scartato. Ma questo scandalo può divenire anche una risposta pastorale, perché molti giovani e adulti chiedono di aiutare a servire e in questo modo si avvicinano alla Chiesa, perché c’è in tutti un bisogno di contribuire a costruire più giustizia sociale: vicino ai bambini di strada si comprende meglio il mistero del Natale».
[Igor Traboni – L’Osservatore Romano]