Il collasso di Manaus senza più ossigeno. L’arcivescovo Steiner: “Siamo stati abbandonati”

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Martedì 19 gennaio 2021
Manaus sta vivendo giornate drammatiche, che soli i numeri, pure significativi (oltre 200 inumazioni al giorno di media negli ultimi 4 giorni) non spiegano abbastanza. Ospedali saturi, persone che muoiono in casa, o non ricevono un adeguato trattamento perché è finito l’ossigeno. Per alcune ore, venerdì scorso, si è temuto di dover trasferire in un’altra città i bambini nati prematuri, neppure a loro era garantito l’ossigeno. “La situazione è caotica, il sistema sanitario è collassato. Quando le persone che ottengono un letto in terapia intensiva poi muoiono per mancanza di ossigeno, si deve dire che siamo stati abbandonati”, racconta al Sir l’arcivescovo di Manaus, dom Leonardo Ulrick Steiner.

 “La situazione è caotica, il sistema sanitario è collassato. Quando le persone che ottengono un letto in terapia intensiva poi muoiono per mancanza di ossigeno, si deve dire che siamo stati abbandonati. Quando uno Stato inizia a portare in altri luoghi i suoi cittadini malati, significa che abbiamo perso il controllo della situazione. Ciò che preoccupa è l’insensibilità del Governo, la mancanza di operatività nei confronti dell’assistenza alle persone che hanno necessità di essere ricoverate”. Non usa giri di parole l’arcivescovo di Manaus, dom Leonardo Ulrick Steiner, intervistato dal Sir, nel descrivere la situazione che si è venuta a creare nella capitale dello Stato di Amazonas, tornata a essere dopo 9 mesi la capitale mondiale del Covid-19. Manaus sta vivendo giornate drammatiche, che soli i numeri, pure significativi (oltre 200 inumazioni al giorno di media negli ultimi 4 giorni) non spiegano abbastanza.

Dom Leonardo Steiner

Ospedali saturi, persone che muoiono in casa, o non ricevono un adeguato trattamento perché è finito l’ossigeno. Per alcune ore, venerdì scorso, si è temuto di dover trasferire in un’altra città i bambini nati prematuri, neppure a loro era garantito l’ossigeno. Un disastro figlio, certo, di una probabile variante “brasiliana” del virus simile a quella inglese e sudafricana, ma soprattutto all’abbandono di cui parla l’arcivescovo, che non può essere compensato dalla gara di solidarietà che si è aperta nel fine settimana (per esempio il gruppo motociclistico Honda ha annunciato che regalerà 300 bombole d’ossigeno), mentre lo Stato di San Paolo ha annunciato l’invio di 50mila dosi del “proprio” vaccino Sinovac-Butantan, provocando la piccata reazione del ministro della Salute Eduardo Pazuello, che ha accusato il governatore paulista João Doria di “fare marketing” con i vaccini.

Spiega al Sir Jesem Orellana, epidemiologo che segue la zona amazzonica per la prestigiosa fondazione Fiocruz di Rio de Janeiro: “Il nuovo ceppo del virus esiste, come la nostra stessa Fondazione ha documentato, ma questa è la quinta motivazione di quello che sta succedendo a Manaus. Prima ne esistono altre quattro: il grave e storico problema della corruzione in tema di politiche sanitarie; la diffusa precarietà abitativa e la povertà diffusa, che rendono la popolazione particolarmente vulnerabile; un unico vero e proprio ospedale per 5 milioni di abitanti, con meno di 40 letti di terapia intensiva, non è possibile che 6 persone muoiano in 5 minuti per mancanza d’assistenza; incompetenza tecnica e politica, unita alle idee negazioniste dell’estrema destra. Poi, dopo di questo, c’è anche la variante del virus, ma il contagio è divampato perché se ne sono create le condizioni. Deve far riflettere che Manaus sia stata la città emblema del Covid-19 sia nella prima che nella seconda ondata”. Intanto, “l’aver portato malati in altre città rischia di diffondere pesantemente il contagio nel resto dell’Amazzonia”.

È in questo drammatico scenario che dom Steiner risponde alle nostre domande, esprimendo previamente un’altra preoccupazione, quella di “andare incontro ai fratelli e le sorelle che vivono in strada nella città di Manaus. Siamo riusciti ad alleviare un po’ la situazione offrendo un pasto. Ma dove ripararli in questa stagione delle piogge?”.

Come mai a suo avviso dopo una prima fase così drammatica Manaus è giunta impreparata a questa seconda ondata?
Non c’è stata una politica chiara in relazione alla lotta alla pandemia. Molte persone, anche i leader dell’Esecutivo nazionale, vivono di negazionismo, vivono come se il virus colpisse solo gli altri. Il tempo delle elezioni amministrative e l’intenso movimento del commercio nel periodo natalizio, hanno fatto sì che il virus si diffondesse più intensamente. C’è stata una negligenza riguardo all’acquisto di ossigeno da parte del Governo statale.
In realtà, abbiamo appreso poco dalla prima ondata. Mancano una leadership e e una squadra che sappiano coinvolgere la società nell’affrontare la pandemia.

Ritiene ci siano mancanze ed errori nelle scelte politiche, a livello statale e federale?
Le scelte politiche a livello federale, in relazione alla pandemia nazionale, sono state sbagliate. A livello dello Stato di Amazonas, ci sono state la mancanza di pianificazione e percezione della gravità della pandemia. Le azioni sono state intraprese dopo aver raggiunto una situazione di gravità quasi irreversibile.

Qual è ora la maggiore urgenza?
Le urgenze ora sono due: ossigeno e letti di terapia intensiva.Le persone stanno morendo per mancanza di letti in terapia intensiva e per mancanza d’ossigeno.

Come giudica il dibattito sui vaccini?
Il Brasile ha una lunga tradizione di vaccinazioni. Non c’era alcuna preoccupazione nel trovare laboratori che potessero preparare il vaccino. Il governo ha ignorato i centri di ricerca che abbiamo e ha incoraggiato la non vaccinazione.Alla base, c’è stata una scelta di anti-politica.La politica richiede di ascoltare e parlare. Qui siamo di fronte a interessi elettorali che denigrano la politica, e intanto aumenta il numero dei cittadini che muoiono.

È convinto di aver fatto la cosa giusta decidendo di celebrare le Messe senza i fedeli, nonostante per la legge di tratti di servizio essenziale?
Poco prima di Natale abbiamo notato un aumento dell’infezione, una sorta di seconda ondata. Quando ci siamo resi conto che la situazione poteva sfuggire di mano, abbiamo deciso di sospendere le celebrazioni con la presenza dei fedeli. Questa determinazione è avvenuta nonostante il fatto che le chiese siano considerate un servizio essenziale, quindi i luoghi delle celebrazioni possono rimanere aperti. Dove è possibile le chiese restano aperte per la visita al Santissimo sacramento e la preghiera personale. Continuiamo a trasmettere le celebrazioni via internet e, la domenica, la celebrazione della cattedrale viene trasmessa dalla televisione Encontro das Águas e dalle radio dell’arcidiocesi. Ci consulteremo con il clero e i dirigenti dei vari organismi, dovremo comunque posticipare l’inizio delle celebrazioni in presenza.

Che appello rivolge al resto del Brasile, ma anche a livello internazionale?
Sarebbe importante per noi superare il negazionismo, le ideologie che distruggono e uccidono, le politiche che erodono le relazioni, i profitti frutto del dolore e dalla sofferenza delle persone, delle famiglie, dei popoli. Mettiamo il meglio della nostra umanità al servizio dei malati, soprattutto le nostre forze spirituali. Siamo con papa Francesco, che insiste sulla necessità di renderci conto della grandezza di essere tutti figli e figlie di Dio, di appartenerci l’un l’altro come umanità. È un tempo di cura, di solidarietà, di amore misericordioso, di conforto, per far emergere il nostro essere cristiani. Ci sentiamo come una grande assemblea in cui si prega l’uno per l’altro.
[Bruno Desidera, giornalista de “La Vita del popolo” – SIR]

Il covid-19
un incubo in Amazzonia

«A Manaus — la più grande città dell’Amazzonia brasiliana — la mancanza di bombole di ossigeno sta causando un’elevata mortalità di covid-19». Con queste “semplici” parole Francesco Di Donna, coordinatore medico di Medici senza frontiere (Msf) in Brasile, ha tentato di far capire l’angosciante situazione e il senso di impotenza che si trova a vivere già da qualche giorno la popolazione brasiliana di Manaus — e più in generale dell’intero Stato di Amazonas —, dove gli ospedali sono saturi e stanno esaurendosi le bombole di ossigeno. «Vedo il terrore stampato sul viso della gente» ha detto il capo missione di Msf, sottolineando la criticità nelle città rurali di Tefé e Sao Gabriel da Cachoeira dove, «se la situazione peggiora, l’ossigeno a disposizione durerà solo un paio di giorni e il 60% dei pazienti ricoverati ne ha bisogno». In questi piccoli centri poi, ha affermato ancora Di Donna, «abbiamo avuto casi di mortalità di persone che probabilmente si sarebbero potute salvare se avessimo potuto trasferirle a Manaus. In questo momento stiamo inviando concentratori di ossigeno e generatori e più personale medico».

Quest’area era già stata colpita duramente dalla prima ondata, fra aprile e maggio, quando mancarono pure le bare per seppellire i morti. Inoltre va tenuto in considerazione un aspetto per certi versi inquietante che è quello relativo alla mancanza di dati certi sul contagio nelle comunità indigene: l’eventuale ingresso di virus nei villaggi sparsi lungo i molti fiumi presenti nella regione costituisce da sempre una minaccia serissima per l’incolumità delle popolazioni ivi residenti. Ora poi l’attenzione è tutta sulla corsa contro il tempo per salvare la vita di 61 neonati prematuri che si trovano in terapia intensiva in vari ospedali di Manaus e per i quali le disponibilità di ossigeno sono garantite ancora per poche ore. L’aumento dei casi di covid-19 in questo Stato, da cui secondo gli scienziati avrebbe avuto origine almeno una delle due varianti brasiliane del virus individuate dai virologi, ha mandato in tilt il già fragile sistema sanitario locale. Caratteristica principale di queste nuove forme, mutate, del covid-19 sarebbe l’eccezionale facilità di trasmissione e per quella “amazzonica” anche l’alta carica virale.

Molti i pazienti meno gravi che da Manaus in questi giorni sono stati trasferiti in ospedali di altre città. E sono alcune centinaia quelli che attendono di essere ricoverati. Lo scenario è caratterizzato dalla disperazione, con personale sanitario esausto, con medici che in alcuni casi utilizzano la ventilazione manuale per i malati rimasti senza ossigeno, con parenti di pazienti che implorano ossigeno o lo comprano sul mercato nero. Alcuni medici hanno affermato di essere stati costretti a privilegiare i pazienti con maggiori possibilità di sopravvivenza a causa della mancanza di bombole.

La carenza di ossigeno non è stata risolta nemmeno con il ponte aereo istituito dall’aeronautica militare brasiliana, per il trasporto di bombole di ossigeno e respiratori da San Paolo a Manaus. Con il trasporto aereo, infatti, arrivano a Manaus ogni giorno bombole contenenti circa 12.000 metri cubi di ossigeno, ma che non sono sufficienti a soddisfare l’attuale domanda giornaliera di 76.000 metri cubi. E la capacità di produzione nella città è di 30.000 metri cubi al giorno.

Il ministero della Difesa, per far fronte alla drammatica situazione sanitaria nello Stato dell’Amazzonia, ha annunciato di avere allestito due aerei per trasportare fino a 25 pazienti e che ha voli programmati per trasferire circa 235 pazienti da Manaus negli Stati di Maranhao, Piauí, Río Grande do Norte e Paraíba nelle prossime ore. Inoltre anche altri Stati il cui sistema ospedaliero non è così gravato si sono offerti di accogliere i pazienti, tra cui Goiás, Pernambuco, Ceará e Brasília.

Intanto a San Paolo, una infermiera dell’ospedale Emilio Ribas, è stata la prima cittadina brasiliana a ricevere il vaccino contro il coronavirus. In prima linea nella cura dei malati covid, la 54enne Monica Calazans, ha ricevuto il vaccino cinese alla presenza del governatore dello Stato, Joao Doria.
[L'Osservatore Romano]