Mercoledì 10 febbraio 2021
I diritti umani in Asia sono troppo spesso in balia della buona volontà dei governi di turno: istituzioni regionali e trattati se ne occupano solo marginalmente e mancano organismi internazionali preposti alla salvaguardia dei diritti umani con poteri effettivi.
[Scuola Superiore Sant'Anna Master Hrcm e Antonio Freddi – Osservatorio Diritti]

Nel novembre del 2020 è stato siglato il Partenariato economico globale regionale (Rcep), un accordo già descritto da alcuni analisti, forse prematuramente, come elemento di svolta degli equilibri mondiali. Sicuramente questo accordo di libero scambio, che, nonostante la presenza di Australia e Nuova Zelanda, è fondamentalmente l’allargamento economico dell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (Asean) a CinaGiappone e Corea del Sud, segna un passo in avanti per l’integrazione continentale. Tuttavia, ripropone un tratto prevalente degli accordi multilaterali e delle strutture sovranazionali volte all’integrazione tra paesi in Asia: l’assenza di ogni riferimento ai diritti umani.

Mancano organismi internazionali preposti alla salvaguardia dei diritti umani in Asia

Questa assenza potrebbe essere letta come conseguenza dell’atteggiamento particolarmente repressivo che vari governi asiatici, Cina e India in primis, hanno di recente assunto nei confronti dei loro cittadini. In realtà, non si tratta di una novità, in quanto è da sempre prassi del continente non mischiare accordi o trattati internazionali con considerazioni o condizionalità di carattere umanitario. Una situazione come quella creatasi recentemente in seno al Consiglio dell’Unione europea, dove la Commissione ha posto un vincolo tra la concessione di fondi agli stati membri (Next Generation Eu) e il loro rispetto dello stato di diritto, sarebbe impensabile.

L’assenza dei diritti umani negli accordi asiatici non deriva neppure da una semplice separazione delle sfere di competenza (economia o diritti umani), bensì da una vera e propria riserva nei confronti dell’internazionalità dei diritti umani. Infatti, mentre in Europa, Africa, America e Medio Oriente esistono da più o meno tempo organizzazioni, trattati e meccanismi giudiziari sovranazionali dedicati alla protezione dei diritti umani competenti all’interno dei vari stati membri, in Asia non ce n’è quasi traccia.

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Campo di rieducazione a Lop County, Xinjiang (Cina) – © Xinjiang Bureau of Justice WeChat Account.

Diritti umani violati in Asia: l’unica che si occupa di difenderli è la Commissione intergovernativa

Esistono varie organizzazioni intergovernative in Asia (Asean, Apec, Adb, Saar, Sco), ma solo l’Asaean – di cui fanno parte solo 10 stati del sud-est asiatico, tra i quali non figura la Cina – ha mostrato un interesse per i diritti umani, che dal 2009 si è concretizzato nella Commissione intergovernativa per i diritti umani (Aichr). Si tratta di un organo da molti descritto come privo di forza, ma è anche peggio di così. Il sito internet lo testimonia: eleganti attività di consultazione, dialoghi, qualche incontro con la società civile; in una parola, promozione. Non vi è la minima traccia di una qualsiasi iniziativa volta all’effettiva protezione dei diritti umani. E non potrebbe esserci in ogni caso, perché l’Aichr è un organo puramente consultivo, privo di ogni capacità di coercizione sugli stati membri dell’Asean.

Non raccoglie appelli, non investiga e non ha il diritto, per non dire la forza, di imporre decisioni. Non è una corte e nemmeno una commissione come quella presente in America (Commissione Inter Americana dei Diritti Umani), la quale riceve denunce di presunte violazioni dei diritti umani, le esamina ed emette raccomandazioni e richieste agli stati membri; o come la Commissione Africana per i diritti umani, che è un organismo quasi-giudiziario.

Nemmeno ha la struttura articolata che si ritrova nelle istituzioni appena citate: non ci sono gruppi di lavoro o esperti indipendenti delegati a occuparsi di specifiche problematiche, ma ha un unico organo formato dai rappresentanti, non indipendenti, dei governi degli stati membri dell’Asean (che godono del diritto di veto sulle decisioni prese).

Le basi giurisprudenziali dell’Aichr sono l’Atto Costitutivo dell’Asean (articoli 1.7, 2.2 e 14), la Dichiarazione dell’Asean dei Diritti Umani (adottata nel 2012) e lo statuto stesso dell’Aichr. Di questi tre documenti, solo il primo ha natura vincolante per gli stati membri.

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Sfilata dell’orgoglio gay a Hong Kong – Foto: via Pixabay

Valori asiatici e diritti umani: i principi non scritti

Questi tre documenti rivelano l’applicazione di principi “non scritti” che gli stati membri hanno ritenuto tuttavia imprescindibili e non inferiori ai diritti umano stessi, al punto da delineare un’interpretazione di questi ultimi quasi contrastante con quella prevalente negli altri continenti o a livello di Onu. Innanzitutto, due principi fondamentali sono la non interferenza negli affari interni degli stati membri e il rispetto della loro sovranità. Sebbene si tratti di concetti esistenti ovunque, nei documenti dell’Asean, come anche nella pratica diplomatica di questi e molti altri paesi asiatici, sono più volte ribaditi come non derogabili e costituiscono un chiaro limite alla possibilità di azione da parte di un organo sovranazionale (si vedano, per esempio, gli articoli 1.7, 2.2 – a, e, f della Carta dell’Asean e l’articolo 2.1 a, b, c dello statuto dell’Aichr).

Quanto contenuto nel principio generale 6 della Dichiarazione dell’Asean dei Diritti Umani potrebbe fare sobbalzare i sostenitori occidentali di tali diritti (meno in Africa e America, nei cui trattati regionali compare la stessa idea, anche se con minore incisività): «Il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali deve essere bilanciato dalla prestazione di certi doveri, in quanto ogni persona ha responsabilità verso tutti gli altri individui, la comunità e la società dove vive».

Non solo si parla di doveri dell’individuo nei confronti degli altri e della comunità in cui vive, sottolineando così il ruolo centrale della collettività e della comunità, ma si pongono tali doveri come condizione per il godimento dei diritti e delle libertà individuali. Un altro tratto notevole è la sottolineatura del carattere adattabile e contestuale dei diritti umani, in opposizione alla loro supposta universalità: come recita il principio generale 7 della Dichiarazione, «la realizzazione dei diritti umani deve essere considerata nel contesto regionale e nazionale, tenendo in mente i differenti background politici, economici, legali, sociali, culturali, storici e religiosi». Un atteggiamento relativista che tanto piacere avrebbe fatto al filosofo americano postmoderno Richard Rorty.

Alcuni diritti espressi nella Dichiarazione meritano comunque di essere positivamente evidenziati: il diritto alla pace (l’assemblea generale dell’Onu avrebbe votato a maggioranza questo diritto solo quattro anni dopo), il diritto all’acqua e il diritto allo sviluppo, che fanno parte della cosiddetta terza generazione dei diritti umani.

Diritti umani in Asia: i motivi di un approccio diverso dal resto del mondo

La mancanza di efficaci strumenti regionali per la protezione dei diritti umani può essere motivata in due modi. Secondo alcuni osservatori, essa sarebbe frutto dal mero calcolo politico delle élite asiatiche, che hanno percepito tali organismi come interferenze e minacce al mantenimento del loro potere. Secondo altri studiosi e gli stessi governi interessati, invece, tale differenza deriverebbe da ragioni storiche, culturali, religiose e filosofiche. Un documento illuminante è la Dichiarazione di Bangkok del 1993, nella quale numerosi stati asiatici espressero numerosi distinguo rispetto alla tendenza universalista emersa alla Conferenza mondiale sui diritti umani dello stesso anno. Tale impostazione sembra essersi ulteriormente affermata negli ultimi quindici anni attraverso il cosiddetto Beijing Consensus (contrapposto al Washington Consensus), che predilige un approccio particolaristico nelle relazioni internazionali.

Tra le ragioni storiche solitamente viene indicata la minore penetrazione coloniale in Asia, rispetto ad Africa e America. Alla base di questa spiegazione sta l’idea che i diritti umani non siano universali, ma semplicemente valori occidentali esportati imperialisticamente, ai quali si contrappone la cosiddetta unicità dei valori asiatici. Tra questi ultimi si segnala il notevole rispetto per gli anziani e per l’autorità, che indurrebbe a una minore apertura verso la libertà di espressione e il diritto di critica ai governanti.

Oppure, la priorità attribuita ai valori comunitari e ai doveri verso la comunitàrispetto ai diritti individuali: un concetto che può facilmente essere utilizzato per ridurre arbitrariamente i diritti individuali, con la scusa di voler promuovere, per esempio, lo sviluppo economico generale o la salvaguardia dell’armonia sociale. Una ragione filosofica che spesso viene individuata nel contesto culturale asiatico è l’insofferenza per il conflitto diretto, a cui si preferisce la ricerca dell’armonia attraverso il consenso. In unione con il rispetto dell’autorità, ciò spiegherebbe sia la scarsa tolleranza per i diritti e le libertà che alimentano il dibattito politico verticale interno a ciascuno stato, sia il tabù dell’interferenza negli affari interni degli altri stati.

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Foto via Pixabay

La situazione dei diritti umani oggi in Asia

La debolezza, se non l’assenza, di istituzioni regionali ha spinto e spinge gli organismi mondiali, come l’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu e il Consiglio dei diritti umani, a una maggiore attenzione nei confronti dell’Asia. In effetti il coinvolgimento dei paesi asiatici nei forum delle Nazioni Unite che si occupano di diritti umani è aumentato negli ultimi anni.

Tuttavia, gli organismi dell’Onu non hanno la capacità giuridica e impositiva delle corti o delle commissioni regionali presenti in Africa, America ed Europa. Anche per questo motivo possono procedere pressoché indisturbate le repressioni violente delle numerose proteste di massa che stanno animando l’attuale panorama asiatico.

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[Scuola Superiore Sant'Anna Master Hrcm e Antonio Freddi – Osservatorio Diritti]