Centrafrica: Il presidente cambia strategia. Touadéra tenta la riconquista del paese

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Venerdì 12 febbraio 2021
Prosegue l’offensiva dell’esercito, sostenuto da Rwanda e Russia, contro le milizie manovrate dall’ex presidente Bozizé, ma anche sul fronte politico una via d’uscita dalla crisi appare ancora lontana. [Foto: (fidh.org). Alphonse Watondo (da Bangui) – Nigrizia]

Niente è più come prima in Repubblica Centrafricana dopo l’attacco sincronizzato perpetrato dai ribelli della Coalizione dei patrioti per il cambiamento (Cpc) sui fronti nord e sud della capitale lo scorso 13 gennaio. Faustin Archange Touadéra, rieletto per un secondo mandato alla più alta carica dello Stato con il voto – presidenziale e legislativo – dello scorso 27 dicembre, ha cambiato improvvisamente strategia, passando da una politica di mano tesa e dialogo con i gruppi ribelli, all’offensiva armata per difendere, costi quel che costi, il suo regime.

Regime che ha concluso accordi bilaterali con Russia e Rwanda perché possano intervenire militarmente in Centrafrica a fianco delle Forze armate centrafricane (Faca). Ed è ora guerra aperta su tutti i fronti. Nelle province, i combattimenti continuano tra i gruppi armati da una parte, e le Faca e gli alleati russi e rwandesi dall’altra, per riprendere il controllo delle principali città occupate. Bangassou, Bambari, Boda, Boali, Bouar sono state liberate una dopo l’altra.

Si mira a liberare al più presto l’asse strategico Bangui-Garoua Boulaï per l’approvvigionamento della capitale, asfissiata da oltre due mesi di blocco delle mercanzie alla frontiera col Camerun. E ridare sicurezza al paese. L’instabilità ha infatti costretto 84.000 centrafricani a fuggire in Camerun, Repubblica democratica del Congo, Congo Brazzaville, Ciad, e sono 200.000 gli sfollati interni. Anche a Bangui la psicosi non recede. Il governo dichiara che la situazione è sotto controllo, ma intanto proclama un coprifuoco dalle 18 alle 5 di mattina, a cui segue uno stato d’emergenza di 15 giorni, prolungati a 6 mesi dall’assemblea nazionale lo scorso 5 febbraio.

Cosa inquietante, che dimostra che la crisi è ben lungi dal finire. E frattanto le violazioni dei diritti umani, tra cui arresti arbitrari, sequestri e omicidi, in particolare sul fronte dell’etnia Baya, quella dell’ex-presidente François Bozizé, estromesso dalla corsa alla presidenza e a capo della Cpc, non si contano. Altrettanto allarmanti le ripercussioni sociali dello stato d’emergenza: su tutto il territorio nazionale è vietata la circolazione dei moto-taxi, il mezzo di trasporto di persone e merci più utilizzato, sono sospese le attività artistiche e culturali, e restano silenziosi i numerosi bar che normalmente diffondono musica fino a notte inoltrata.

Elezioni legislative: solo 22 eletti su 140

E’ in un tale contesto che i risultati definitivi del primo turno delle elezioni legislative sono stati proclamati dalla Corte Costituzionale lo scorso primo febbraio. Degli oltre 1.500 candidati in lizza per 140 poltrone, soltanto 22 sono dichiarati eletti al primo turno, a causa dell’insicurezza, ma anche di una serie di irregolarità e altre violazioni del codice elettorale che hanno obbligato il tribunale ad annullare o correggere certi risultati.

Sebbene più di 345 richieste siano state depositate da candidati e partiti politici per chiedere l’annullamento delle elezioni legislative, la Corte non ha dato esito favorevole. Nel loro comunicato dello scorso 2 febbraio, i leader della Coalizione dell’opposizione democratica (Cod-2020) annunciano il loro ritiro dal processo elettorale, definendolo un vero e proprio simulacro di fronte alle numerose irregolarità, frodi massive e attacchi pervasivi da parte dei gruppi armati della Cpc, che hanno impedito ai due terzi degli elettori di recarsi alle urne.

La Cod-2020 constata inoltre che nessun leader dell’opposizione è stato eletto al primo turno, mentre uno soltanto è stato passato per il secondo. Dopo più di un mese dalle votazioni, 118 seggi restano ancora vuoti, in vista o di un secondo turno, di cui ancora non è stata fissata la data, o di un nuovo scrutinio a due turni.

Immobilismo della comunità internazionale 

Anche la Comunità internazionale scende nuovamente in campo. A fine gennaio, i capi di stato della regione dei Grandi Laghi si sono riuniti a Luanda, in Angola, per un summit straordinario sulla crisi centrafricana. Un vertice dal quale non è uscito nulla di nuovo per quanto riguarda la possibile soluzione del conflitto.

Si è auspicato dialogo tra governo e gruppi armati, il ritiro di questi ultimi dalle loro posizioni, la fine dell’assedio sulla capitale e la revoca dell’embargo sulle armi imposto dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma alle parole non sono seguiti i fatti. Le Faca, che nel frattempo hanno cambiato tattica per rispondere all’opzione militare di Touadéra, continuano ad attaccare le posizioni dei ribelli per scacciarli dalle città occupate.

Cauta apertura al dialogo

Ma, a grande sorpresa di tutti, lo scorso 6 febbraio, in occasione della celebrazione del secondo anniversario dell’Accordo per la pace e la riconciliazione (Appr), Touadéra si è detto disposto a intraprendere un dialogo con l’opposizione democratica e le forze vive della nazione «per porre fine ad una crisi interminabile che ipoteca lo sviluppo socio-economico del paese». Le reazioni sono divergenti: se per alcuni sembra un dialogo di troppo, per altri pare essere una via di uscita dalla crisi.

Cosa ancora più insolita è la richiesta del Consiglio economico e sociale al Gruppo di lavoro della società civile sulla crisi centrafricana (Gtsc) di presentare la sua visione di dialogo, assieme a proposte di risoluzione della crisi. Nel corso della sua presentazione, a cui sono seguite due ore di dibattito, il Gtsc ha evidenziato che per uscire dalla crisi bisogna che i centrafricani ne assumano la gestione, e che siano gli iniziatori e gli attori principali di tutte le iniziative del processo.

Se da una parte il dialogo si presenta ancora come un’eccellente strategia per la risoluzione del conflitto, tuttavia, per essere efficace, deve tenersi tra i centrafricani e in terra centrafricana, in vista della diagnosi della crisi, l’analisi delle sue cause, l’individuazione e l’applicazione ferma di soluzioni che possano favorire il coinvolgimento di tutto il popolo. Affinché la partecipazione universale di tutte le forze vive della nazione alle iniziative di sviluppo diventi realtà.

Uscire da una tale crisi non è un compito facile. Soprattutto perché, come osserva il Gtsc, la sua gestione sfugge quasi completamente alle entità centrafricane.
[Alphonse Watondo (da Bangui) – Nigrizia]