Mercoledì 17 febbraio 2021
A circa due anni dal mio arrivo nella parrocchia di Abol, nella Diocesi di Gambella in Etiopia, tra la gente anuak, sto ancora cercando di capire i contenuti della religiosità e della fede delle persone di questa mia comunità. Mi è necessario arrivare a qualche – sempre provvisoria – considerazione per organizzare la mia catechesi verbale.

Parto quindi da “chi è Dio” per gli anuak. Un autore che ho studiato ha scritto: “Gli Anyuaks non separano il loro mondo in sfera religiosa e umana: non esiste una vita concreta da una parte e una vita spirituale ed eterna dall’altra: il tempo è inseparabile, così come lo spazio” (C. Perner). Un altro sostiene“Tentare di capire l’Africa e l’africano senza l’apporto delle religioni tradizionali sarebbe come aprire un grande armadio svuotato del suo contenuto più prezioso. Ovunque si trovi un africano, là è il suo pensiero e la sua religione: la porta con sé nei campi, dove semina o raccoglie i prodotti della terra; essa l’accompagna nella festa, quando studia è con lui durante gli esami, se è un politico l’accompagna in parlamento. La religione accompagna l’africano fin da molto tempo prima della sua nascita e molto tempo dopo la sua morte fisica” (Amadou Jampate Ba).  

Presenza benigna e oscura

Dio è dunque una presenza senz’altro indiscussa e percepita da tutti. Non è cosa da poco. In lingua anuak, Dio suona come JwokJwok non è solo una “realtà” spirituale benigna e indescrivibile, bensì è pure oscura e tangibile, dotata di tutte le potenzialità, sia positive che negative, portatrice della vita come della morte. La lettera iniziale di Jowk può essere una J maiuscola che indica la divinità buona di Dio, ma può essere anche la lettera j minuscola che significa forze divine disordinate da cui proviene il male.

A motivo di tale “dualismo” nello stesso Jowk, Dio è rispettato e temuto: talvolta è percepito dalla gente più per i suoi aspetti distruttivi e negativi rispetto a quelli positivi. A pensarci bene, nelle religioni arcaiche, questo è piuttosto frequente. C’è sempre da risolvere il problema del male. Tracce di ciò le troviamo anche nell’Antico Testamento: Dio è colui che fa il bene e crea il male (Isaia 45,7).

 Jwok per gli anuak è Spirito. È sfera infinita sovrastante tutta l’umana esistenza. È ciò che comunque resta quando viene meno la vita umana. Per questo motivo difficilmente una persona anuak può concepire l’idea che una Persona umana o divina possa sussistere in Dio. Se un essere entra nella sfera di Jwok non può restare umano: la sua esistenza umana non può che estinguersi nel divino. Non può darsi continuazione della vita personale in Jwok, nell’eternità.

Prima di me

La traduzione del termine italiano Dio che anch’io continuo ad usare nel linguaggio anuak è comunque Jwok. I missionari che mi hanno preceduto hanno trovato confacente conservare questo termine per entrare nella cultura religiosa anuak e introdurre i contenuti del cristianesimo. Ma certamente il contenuto della parola Jwok non coincide col nostro pensiero di Dio secondo il Credo niceno.

Jwok non è il nostro “Dio Padre Onnipotente creatore del cielo e della terra”, piuttosto metafisico, al di sopra e oltre questa nostra realtà, bensì è una forza che è intimamente presente dentro la realtà, inerente a tutte le cose. Jwok non può essere dunque separato dall’esistenza di tutto ciò che esiste: per gli anuak Dio (Jowk) esiste perché le cose esistono e ne sono la prova concreta.

Quando dico Jwok alla mia comunità devo perciò cercare di precisare l’accezione: Jwok può essere inteso come il creatore, ma anche, ad esempio, come il giusto giudice. L’accezione di creatore è forse la più positiva nella cultura religiosa degli anuak. Nella loro mentalità, l’ultima cosa “creata” è sempre la più importante. Perciò, ad esempio, l’ultimo figlio nato è sempre il più amato nella famiglia. Se dunque nella bibbia la creazione dell’uomo e della donna si trova alla fine del racconto – almeno in una delle tradizioni che, come noi sappiamo oggi, compongono il libro della Genesi – per loro è la conferma che Jwok ha particolare cura della sua “ultima” creatura, ritenendola la più importante.

Jwok nyingalabwoo, Dio creatore, aiuta e salva l’umanità. Ma nel mentre è Jwok nyudhungo, cioè Dio che può uccidere la sua creatura: una definizione di Dio che forse più lo avvicina al biblico Satan, l’avversario, ma, in questo caso, avversario dell’umanità.

Timore e tremore

A noi viene spontanea la domanda: come è possibile “credere Dio” contemporaneamente in due così diverse e contraddittorie connotazioni di senso? Faccio esempi che rappresentano le mie istintive perplessità. Prima di iniziare a mangiare, il buon anuak, getta una piccola parte del cibo a terra, quale segno di rispetto di Jwok.

Di per sé è un bel segno, ma non è per me affatto chiaro a “quale” Jwok venga offerto quel cibo. Allo stesso modo, quando facciamo la preghiera “Dio aiutami”, mi chiedo a quale Jwok si rivolgano gli anuak: a quello “buono” che è creatore o a quello “cattivo”, di cui hanno paura, semplicemente per ingraziarselo?

La mentalità africana è per me piuttosto complicata, ma in fondo, nello stesso tempo, è pure molto semplice. Qui, occorre affrontare ogni giorno la lotta per la vita, per la salute, per la sopravvivenza. La natura, col destino, può essere molto propizia oppure avversa all’uomo: Jwok porta in sé tutte le possibilità quotidiane. Perciò gli anuak pensano davvero di essere nelle mani di Dio, ma come persone  impotenti e sopraffatte da ciò che loro accade ogni giorno, sia nel bene che nel male. Se tutto va bene, si ringrazia Jwok, ma, se ci sono problemi e le cose vanno male, si può arrivare ad incolpare Jwok. Ma anche questa, a ben pensarci, non è proprio una così grande stranezza.

Permanenze dopo il cristianesimo

A partire da questa concezione – se riesco correttamente ad interpretare i pensieri anuak – occorre dialogare. Le credenze preesistenti al cristianesimo – persistenti dopo un secolo di presenza missionaria – non possono costituire un ostacolo invalicabile, bensì, per me, sono la preparazione all’accoglienza della verità in Gesù Cristo. Non si tratta dunque di cancellare, di giudicare o di sminuire l’esperienza di Dio di questo popolo, ma di capire come Dio Padre abbia predisposto queste persone a incontrarlo nella pienezza di Gesù Cristo.

Qui – molto più frequentemente – mi capita di ripercorrere col pensiero tutta la storia della salvezza, così come mi è stata trasmessa, da Abramo a Mosè, ai profeti, sino a Gesù, il Cristo. Il primo atto di fiducia da parte mia e da parte dei cristiani che qui mi hanno preceduto è proprio questo: Dio non è mai stato assente tra gli anuak neri di Abol, bensì da sempre ha lavorato nel cuore di questo popolo.

Non sono di fronte ad una religiosità primitiva da sminuire o, peggio, da cancellare: sono qui a scoprire quale sorprendente strada percorrere per incontrare, insieme agli anuak, Dio, in Cristo Gesù, che non è una teoria o un pensiero filosofico di Dio, piuttosto una storia, una vita, una Persona vera che si incontra nell’amore.

Il nome di Dio nella lingua degli anuak (popolazione indigena presente nella diocesi di Gambella in Etiopia, dove esercito il mio ministero) è Jwok. La sua caratteristica fondamentale è di essere il creatore. Tuttavia la creazione non è concepita come un atto iniziale di Jwok, ma come un evento in continuo e incerto divenire. Jwok è talmente intimo al creato – dal cielo alla terra – da non poterne essere distinto. Jwok è “dentro” alla creazione come alla sua distruzione.

Il territorio degli umani è delimitato orizzontalmente. In alto confina con il cielo. Ma c’è sostanziale incompatibilità tra cielo e terra. Dal cielo piovono aggressioni. La forza del cielo è di molto superiore. L’umano può solo proteggersi. Il problema sta nella demarcazione: la sfera celeste può arrivare infatti sino a toccare e ad aggredire la sfera terrena.

Il mito delle origini “ricorda” un tempo in cui gli umani vivevano in cielo, quando cielo e terra erano in unità: “allora” si poteva facilmente accedere da una sfera all’altra attraverso un albero verticale. Non esisteva la morte potendo, gli umani, sempre rifugiarsi, di fronte ai pericoli terreni, nella sfera celeste. Ma ora non è più così: l’accesso al cielo è chiuso.

Non potendo più raggiungere la sfera superiore – spirituale – gli anuak non contemplano una vita dopo la morte. Questa vita terrena è l’unica.  Impossibile è dunque parlare agli anuak di una vita eterna in Jwak. Neppure ha senso dire loro che “saremo simili a Dio”, perché ciò significherebbe la perdita di una dimensione tipicamente umana. In tale prospettiva il buon senso suggerisce agli anuak di prolungare, per quanto possibile, l’esistenza terrena.

I corpi dei defunti vengono sepolti entro il recinto del cortile, generalmente accanto alla capanna in cui è trascorsa la vita. Secondo tradizione, vengono piantati dei germogli nel terreno di sepoltura, dalla parte del capo e dei piedi. Là dove si vedono le piante accresciute a giusta misura, si coglie il senso della sepoltura: il corpo è divenuto terra che continua a sostenere e a fecondare la stessa nella famiglia che continua a vivere nella capanna.

Ma la vera continuità dell’esistenza umana sta nella discendenza, nei figli. La cosa più terribile che possa accadere ad un anuak è infatti morire senza figli, senza che qualcuno porti il nome del padre: in tal caso l’uomo è considerato definitivamente morto. Un uomo con figli, invece, può affrontare serenamente la morte, perché continua a vivere in loro.

Ricordo di aver incontrato un uomo gravemente malato, di circa 40 anni (un’età avanzata nei villaggi africani). Era consapevole della morte vicina. Ma era sereno e la stava affrontando senza patemi: aveva avuto quattro mogli e trenta figli! Era fiero di tanta prole, sapeva che la morte non avrebbe cancellato la sua vita.

Evidentemente l’arrivo dei missionari cristiani in queste parti dell’Africa ha prodotto un incontro piuttosto problematico con tale tipo di religiosità. Molte credenze e prassi sono rimaste pressoché inalterate, anche dopo questo incontro; altre hanno conosciuto una certa cristianizzazione.

Faccio, in ordine crescente, qualche esempio.

La preghiera anuak è sempre direzionata verso il sole che sorge. Niente di male: anche le chiese cristiane antiche erano orientate dall’ingresso verso il sorgere del sole, inteso quale simbolo del Cristo veniente da oriente. Il piccolo problema è che le nostre chiese, qui, non sono state strutturalmente concepite in tal modo, per cui, chi entra per pregare, magari si gira da un’altra parte, rispetto al tabernacolo e all’altare.

Molti fenomeni naturali vengono interpretati quali effetti della presenza degli spiriti maligni: così il tuono, il fulmine o le trombe d’aria. É difficile o impossibile spiegare che il diavolo, per questo, non c’entra.

La sepoltura avviene a poche ore dalla morte, senza funerali, anche perché, col caldo in ogni stagione dell’anno e senza mezzi di refrigerazione delle salme, non si può fare altrimenti. Non esiste dunque una vera onoranza funebre, cristiana, dei morti.

Rimane l’obbligo del fratello o del parente prossimo del defunto maschio di prendere in moglie la vedova e di assicurare quindi una discendenza: una sorta di legge del levirato che il cristianesimo non ha mai adottato.

L’incarnazione di Dio in Gesù Cristo e la risurrezione della carne, per quanto ho scritto, sono dunque concetti quasi incomprensibili – per non dire inaccettabili – per gli anuak.

Bastano questi pochi e sommari esempi per concludere, a rigor di dottrina, che il popolo anuak non può e non potrà mai essere cristiano: dovremmo altrimenti fare – noi missionari – una sorta di lavaggio del cervello a questa gente, ripulire da tutto quanto precede da secoli e da millenni, per poi ripartire da capo.

Io non credo proprio che si debba e si possa mai fare così. Dobbiamo considerare che il cristianesimo è giunto agli anuak solo un secolo fa. Da millenni esiste qui il cristianesimo ortodosso etiope. Molti aspetti della religiosità tradizionale sono stati già influenzati.

Ora si deve conoscere e approfondire questa religiosità atavica per scoprire quale percorso Dio Padre stia offrendo a questo popolo per incontrarlo chiaramente in Cristo Gesù, nello Spirito.

Possiamo partire dal fatto che Dio da sempre modella il cuore di questo popolo. Ci sono esperienze che lasciano trasparire una forte spiritualità. Ora il Padre si serve anche dei missionari, come me: si serve della Chiesa cattolica. Sicuramente bisogna lavorare molto e con molta pazienza su aspetti della “visione di Dio”, prima ancora che su certi comportamenti morali che, dal nostro punto di vista, sono inaccettabili.

Non è forse vero che anche noi occidentali percepiamo talvolta Dio come avverso a noi – nella disgrazia – piuttosto che come il Padre buono? Non è forse vero che anche noi facciamo molta fatica a credere nella risurrezione della carne? Sappiamo forse ‘veramente’ che cosa vuol dire?
[Sandro Barbieri - SettimanaNews (1)]
[Sandro Barbieri - SettimanaNews (2)]