P. Giulio Albanese: “Le vaccinazioni anti-covid in Africa. Una questione etica…”

Immagine

Sabato 20 febbraio 2021
In Africa il vaccino anti-covid-19 sembra ancora essere un miraggio per la stragrande maggioranza della popolazione locale. Dunque aveva visto giusto Papa Francesco quando già lo scorso anno sollevò ripetutamente la questione del diritto alla vaccinazione per tutti affinché ad ogni persona umana fossero offerte le cure e l’assistenza di cui abbisogna in tempo di pandemia.

Sull’orlo del «fallimento morale catastrofico» evocato dal direttore generale dell’Oms Ghebreyesus, il mondo industrializzato volge l’occhio all’iniqua ripartizione dei vaccini anti-covid. Immorale ma anche miope e inefficace la spartizione fra dieci commensali internazionali del 75 per cento delle dosi disponibili per tutta l’umanità, ci si convince che è l’ora di intervenire. Così al suo debutto sul palcoscenico di un vertice internazionale — il G7 virtuale — il presidente Joe Biden annuncia che gli Usa stanziano 4miliardi per il programma Covax dell’Organizzazione mondiale della sanità. Le sette nazioni più industrializzate del pianeta — è il suo messaggio — devono tenere fede agli impegni già assunti nei confronti della comunità globale. Come ricorda oggi una lettera aperta al G7 del segretario generale della Federazione luterana mondiale, reverendo Martin Junge, «il nazionalismo dei vaccini non può funzionare di fronte all’immane diseguaglianza rivelata dal covid. Finché tutti non saranno al sicuro — ammonisce — nessuno lo sarà».

Le vaccinazioni anti-covid in Africa
Una questione etica
che non può lasciare indifferenti

In Africa il vaccino anti-covid-19 sembra ancora essere un miraggio per la stragrande maggioranza della popolazione locale. Dunque aveva visto giusto Papa Francesco quando già lo scorso anno sollevò ripetutamente la questione del diritto alla vaccinazione per tutti affinché ad ogni persona umana fossero offerte le cure e l’assistenza di cui abbisogna in tempo di pandemia. Un indirizzo quello del Pontefice in opposizione al «nazionalismo farmaceutico» in tempo di emergenza sanitaria che ha portato 54 Paesi a limitare le esportazioni di prodotti sanitari legati a prevenzione, controllo e trattamento del Sars-CoV-2.

Le conseguenze, come era prevedibile, sono state pesanti per i Paesi africani. I vertici dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sono molto preoccupati perché andando avanti di questo passo non solo i vaccini venduti al continente costeranno sempre di più che in altre parti del mondo, ma non saranno nemmeno sufficienti; si prevede, infatti, che nella migliore delle ipotesi, basteranno a vaccinare solo il 30% della popolazione continentale di oltre 1,3 miliardi di abitanti. Gli ingenti ordini fatti dalle nazioni benestanti, la scarsità di risorse finanziarie in una stagione fortemente recessiva, i regolamenti e i requisiti della catena del freddo per la conservazione dei vaccini, hanno pesantemente condizionato la campagna di vaccinazione in Africa. I paradossi dei numeri e delle percentuali sono clamorosi.

«Le nazioni ricche che rappresentano solo il 14% della popolazione mondiale hanno acquistato più della metà (53%) di tutti i vaccini attesi» ha denunciato The People’s Vaccine Alliance, coalizione di organizzazioni e di attivisti che lotta per l’equità sanitaria, facendo riferimento al 96% della produzione Pfizer attesa e tutti i vaccini Moderna prodotti nel 2021. Altrettanto inquietante è il tema del prezzo dei vaccini. Ad esempio il Sud Africa, nazione maggiormente colpita nel continente dal covid-19 ha dovuto pagare i suoi primi vaccini sviluppati da AstraZeneca circa 2,5 volte di più rispetto a quanto speso dalle nazioni europee, ovvero 4,32 euro invece di 1,78. Ancora una volta il business ha preso il sopravvento sulla dignità della persona umana creata ad immagine e somiglianza di Dio. Da rilevare peraltro che nel frattempo questo tipo di vaccino si è rivelato inefficace in Sud Africa. Oltre al danno la beffa!

Dal punto di vista formale la differenza di costo dipenderebbe dal fatto che i Paesi ad alto reddito hanno usufruito di un prezzo più basso per il vaccino in quanto hanno investito nella ricerca scientifica e nella produzione rispetto a quelli più poveri. La verità è che molti dei Paesi del sud del mondo, tra cui quelli africani, non solo non hanno la possibilità di pagare a seguito della crisi economica scatenata dal coronavirus, ma sono vittime sacrificali della politica dei cosiddetti negoziati bilaterali tra i governi e le aziende farmaceutiche, una pratica, giustamente osteggiata dall’Oms, che comunque ha fatto lievitare i costi. «Molti dei vaccini sono stati preordinati dai Paesi più ricchi ancora prima che esistesse un prodotto sicuro ed efficace» ha stigmatizzato Richard Mihigo, responsabile dell'immunizzazione e dello sviluppo dei vaccini dell’Oms Africa. Sebbene vi siano dei segnali incoraggianti che vengono dalla Cina, il cammino per far fronte adeguatamente all’emergenza sanitaria è dunque ancora lungo.

Per la cronaca, è bene ricordare che il 6 febbraio scorso un primo aereo cargo dell’Ethiopian Airlines ha volato da Pechino ad Addis Abeba con un carico di dosi vaccinali, successivamente trasferite in Ciad. Stando alla stampa africana, che ha dato ampio risalto alla notizia, è stato solo l’inizio di un ponte aereo organizzato dalla compagnia di bandiera etiope e da una filiale dell’Alibaba Group, multinazionale cinese privata con sede ad Hangzhou, specializzata nel commercio elettronico. Sta di fatto che il vaccino prodotto dalla Sinovac Biotech, azienda farmaceutica statale cinese, è stato il primo ad aver raggiunto popolazioni finora escluse dall’emergenza vaccinale. È certamente una buona notizia per le persone che saranno vaccinate, ma sarebbe ingenuo ignorarne la dimensione politica. Ancora una volta la Cina ha dimostrato di avere una visione della cooperazione molto più lungimirante di quella dei tradizionali donatori occidentali, legata evidentemente anche alla salvaguardia dei propri interessi commerciali nel continente africano. Stando ai dati forniti dall’Africa Centers for Disease Control and Prevention (Africa - Cdc), al 16 febbraio 2021, l’Africa conta 3.768.572 contagi e 99.367 decessi legati al covid-19. Il Sud Africa rappresenta il Paese più colpito del continente, e ha recentemente raggiunto la soglia del milione e mezzo di contagi, con 1.494.119 di casi e 84.313 decessi. Secondo gli esperti, inoltre, la nuova variante del virus, 501.V2, rilevata nel Paese dell’Africa australe è più contagiosa di quelle finora note ed è diventata dominante in molte aeree. Tra i Paesi africani maggiormente colpiti dalla pandemia, figurano anche il Marocco (466.626 casi e circa 8.172 decessi), Egitto (162.486 casi e 9.012 decessi), Etiopia (134.132 casi e 2.071 decessi) e Tunisia (198.636 casi e 6.287 decessi).

È evidente che l’emergenza sanitaria innescata dal covid-19 ha suscitato un acceso dibattito sulle reali potenzialità e sulle prospettive future del settore farmaceutico e sanitario in Africa. Da rilevare che sebbene il valore complessivo dell’industria farmaceutica africana sia cresciuto di circa 10 volte da inizio secolo (da 4 a 45 miliardi di dollari), si stima che a livello continentale la percentuale di import di prodotti farmaceutici vari dal 70 al 90% a seconda dei Paesi. Tra questi, gli unici in grado di sviluppare una minima attività produttiva nell’ambito farmacologico sono quelli della fascia mediterranea ed il Sud Africa. Per il resto, Paesi come Kenya e Nigeria sono in grado di svolgere un’attività manifatturiera di farmaci con buone prospettive di sviluppo, ma al momento in grado di garantire quantitativi limitati di export verso i Paesi limitrofi. Tuttavia, in termini generali, è importante tenere presente che la stragrande maggioranza delle imprese farmaceutiche africane si limita a produrre farmaci utilizzando i principi attivi farmaceutici (Api) acquistati al di fuori del continente.

Di fronte a questo scenario si pone impellente la questione etica, soprattutto quando si tratta di farmaci salvavita. E sì perché quanto sta avvenendo oggi nel continente africano a seguito della pandemia fa tornare indietro con moviola del tempo quando, negli anni Novanta, si pose la questione della proprietà intellettuale dei farmaci antiretrovirali contro l’Aids/Hiv prodotti nei centri di ricerca statunitensi. Allora, anche se il continente africano contava la più alta popolazione contagiata dal micidiale virus, ci sono voluti sei anni prima che la terapia antiretrovirale fosse accessibile ai pazienti, la stragrande maggioranza dei quali appartenenti ai ceti meno abbienti. Un ritardo terapeutico fatale che provocò la morte di 12 milioni di africani a causa delle complicazioni correlate all’Hiv su un periodo di 10 anni mentre negli Usa la mortalità nel frattempo era crollata. È per questa ragione che occorre fare tesoro del monito lanciato dal direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus: «Il mondo è sull’orlo di un catastrofico fallimento morale e il prezzo sarà pagato con vite e mezzi di sussistenza nei Paesi più poveri». Una sfida che non può lasciare indifferente l’intero consesso delle nazioni.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]