Lunedì 22 febbraio 2021
Da un’epidemia devastante come quella che sconvolse la città congolese di Kikwit è scaturita una straordinaria sorgente di santità. L’annuncio della beatificazione di sei coraggiose. [Nella foto: Clara Bilardi, una delle cinque suore morte a causa del virus Ebola – Ansa]

In Congo. Le sei suore missionarie che sfidarono ebola

Da un’epidemia devastante come quella che sconvolse la città congolese di Kikwit è scaturita una straordinaria sorgente di santità. L’annuncio del riconoscimento delle virtù eroiche di tre (suor Floralba Rondi, suor Clarangela Ghilardi e suor Dinarosa Belleri), delle sei coraggiose missionarie della congregazione delle Poverelle di Bergamo - (morirono anche suor Danielangela Sorti, suor Annelvira Ossoli e suor Vitarosa Zorza) - amplifica la testimonianza soggettiva rendendola intelligibile nella comunione. Il bene condiviso, infatti, nella millenaria Storia della Chiesa, trova risonanza nello spazio e nel tempo.

Abituate a combattere a servizio del Regno di Dio, queste religiose italiane, ventisei anni fa, non abbandonarono la trincea della carità, sebbene fossero minacciate dal famigerato virus di Ebola che aveva contaminato la loro missione congolese. Lungi da ogni retorica di circostanza, esse si comportarono come raccomandava il loro fondatore, il beato Luigi Maria Palazzolo che presto verrà canonizzato: «Laddove altri non giunge, faccio qualcosa io come posso». Una scelta all’insegna della gratuità che trova il suo fondamento nella cristiana certezza che i poveri, come peraltro ricorda frequentemente papa Francesco nel suo illuminato magistero, sono "la Carne di Cristo".

Tutto iniziò il 15 marzo del 1995 quando un certo Gaspar Menga tornò a casa febbricitante dopo aver trascorso una giornata di lavoro nei campi, nei pressi di un villaggio a poca distanza dalla comunità dove vivevano le religiose. Dieci giorni dopo morì, dissanguato da un male misterioso. La stessa sorte toccò a suo figlio, a suo fratello e ad altri famigliari.

Nel giro di poche settimane, l’ospedale di Kikwit si riempi di moribondi. Suor Floralba fu la prima missionaria ad essere contagiata e la prima a morire. Le consorelle raccontarono che si ammalò mentre assisteva un paziente che versava in gravi condizioni. La morte sopraggiunse il 25 aprile. Suor Vitarosa fu invece l’ultima tra le religiose a spirare. Nel diario della comunità si legge che assistette le consorelle contagiate dal terribile virus e le raggiunse in cielo, nella Casa del Padre, il 28 maggio, festa dell’Ascensione.

Ben presto i medici capirono, grazie anche alla consulenza degli esperti del Centers of disease control and prevention di Atlanta (CDC) che la diffusione di Ebola era favorita dall’usanza locale di toccare le salme durante i riti funebri. Perciò venne redatto un protocollo per la sepoltura che imponeva di avvolgere i cadaveri nella plastica e di gettarli in fosse comuni per evitare il contagio. L’epidemia del 1995 provocò in tre mesi la morte di 244 persone con una media di otto su dieci persone infettate.

Com’è noto, successivamente, vi sono state altre epidemie di Ebola nell’Africa Subsahariana. Proprio in questi giorni, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha chiesto a sei Paesi africani di essere in allerta per possibili infezioni da Ebola. L’allarme è stato lanciato dopo la segnalazione di nuovi casi in Guinea e nella Repubblica democratica del Congo.

Nel frattempo le autorità sanitarie di Kinshasa, mentre è in corso il sequenziamento degli agenti virali, hanno confermato che gli ultimi casi registrati nella provincia orientale del Nord Kivu non sono collegati a una nuova variante di Ebola ma rappresentano una recrudescenza di un focolaio che ha già causato oltre 2.200 morti tra il 2018 e il 2020.

Chi scrive, ebbe modo di seguire, come cronista, l’epidemia di Kikwit del 1995 direttamente dal cuore dell’Africa per questo giornale e Radio Vaticana e l’anno successivo venne invitato negli Stati Uniti ad Atlanta per visitare la sede del CDC, l’importante agenzia federale per il controllo della salute pubblica. E proprio lì incontrò alcuni dei ricercatori americani che stavano indagando sul virus e le sue varianti.

Furono proprio questi studiosi ad esprimere parole di elogio nei confronti delle sei eroiche missionarie decedute a Kikwit. In particolare uno di loro, che era stato inviato nella città congolese per seguire l’emergenza sanitaria, esclamò dicendo: «Quelle donne, con la loro testimonianza, hanno fatto quello che in quel momento nessuno sarebbe stato capace di fare: salvare vite umane con il vaccino dell’amore!».
[Giulio Albanese - Avvenire]