Martedì 23 febbraio 2021
È una strada molto pericolosa, dove avvengono spesso agguati e rapimenti quella dove è stato ucciso ieri, 22 febbraio, l'ambasciatore Luca Attanasio, insieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e al loro autista. Da decenni nella regione del Nord Kivu spadroneggiano gruppi armati che impongono la propria volontà per il controllo delle ricche risorse del territorio. Ne parla al Sir padre Robert Kasereka Ngongi, sacerdote della diocesi di Butembo.

Attacco nella R.D. Congo
Da decenni il nord Kivu è terra di conquista di minerali e terre

“Da noi ogni giorno ci sono notizie di uccisioni, oramai a Butembo-Beni c’è sempre una carneficina, si muore come insetti”. E’ addolorato ma non sorpreso padre Robert Kasereka Ngongi, sacerdote diocesano di Butembo, nel Nord Kivu, la regione dove è avvenuto oggi l’agguato al convoglio dell’ambasciatore italiano nella Repubblica democratica del Congo Luca Attanasio, ucciso insieme a Vittorio Iacovacci, il carabiniere che gli faceva da scorta, e all’autista congolese del World food programme (Wfp). Stavano viaggiando a bordo di una autovettura in un convoglio della Monusco, la missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione nella Repubblica Democratica del Congo. I sette membri dell’equipaggio sono stati vittime di una imboscata a Kibumba, vicino Goma: secondo fonti locali sono stati portati nella savana dagli assalitori e sono morti durante una sparatoria tra il gruppo armato e le guardie forestali della zona. Gli altri quattro ostaggi si sono salvati, alcuni sono ricoverati in ospedale. I sette si stavano recando in visita ai programmi di alimentazione scolastica promossi a Rutshuru dal Wfp, una delle tante attività portate avanti in quelle zone per combattere la fame e la malnutrizione infantile.

Una strada molto pericolosa. La strada su cui viaggiava il convoglio dell’ambasciatore italiano è molto pericolosa. Accadono di frequente fatti di sangue così gravi. “Di solito su quella strada rapiscono persone importanti e poi chiedono il riscatto – spiega al Sir il sacerdote congolese –. Forse hanno visto un bianco e hanno pensato che sarebbe stato un modo per avere dei soldi”. Due suoi confratelli della diocesi di Butembo-Beni – don Charles Kipasa e don Jean Pierre Akilimali, rapiti il 16 luglio 2017 nella parrocchia Maria Regina degli Angeli di Bunyuka – sono stati rapiti il 16 luglio 2017 e da tempo non se ne ha più notizie. Lo stesso padre Robert si è occupato della vicenda: “Inizialmente abbiamo dato dei soldi ma non sappiamo se sono vivi e morti”.

Decenni di violenze e instabilità. Sono decenni che in queste regioni nord-orientali della R.D. Congo ci sono violenze atroci e instabilità, portate avanti da feroci gruppi armati, probabilmente al soldo di potenze straniere che si contendono le ricchezze minerarie della zona.

Coltan, oro e diamanti prima di tutto. E le terre fertili dove si coltiva caffè e cacao, le foreste dove vivono i gorilla di montagna, usate per il carbone.

Eppure se ne parla solo quando vengono coinvolti degli occidentali. “Dalla guerra in Rwanda nel ’94, con i tanti rifugiati arrivati nel nord Kivu la situazione è sempre la stessa: uccisioni, rapimenti, incendi a case e villaggi, violenze alle donne”, dice padre Robert. La Chiesa locale, i missionari comboniani, sono intervenuti con numerosi appelli in passato. Sempre inascoltati. Il sacerdote non si dà ragione del fatto che, nonostante la presenza delle forze Onu (Monusco), non si riesca ad intervenire prima per evitare gli assalti e le violenze. Inoltre, “tra esercito e gruppi armati c’è molta complicità. A volte negli accampamenti dei soldati viene trovato ciò che è stato saccheggiato nei villaggi”.

Una crudeltà spaventosa. “Spesso gli assassini mandano in giro le foto delle stragi per far vedere a che livello di crudeltà sono capaci di arrivare – racconta -. Le persone si spaventano e scappano. Altri vengono ad occupare le loro terre e coltivazioni”. Dal 2014 ad oggi tra Beni e Lubero sono state uccise 2.700 persone. Secondo il sacerdote almeno 500.000 abitanti di Butembo e Beni, in maggioranza appartenenti all’etnia Nande, sono fuggiti, rifugiandosi in altre città del Congo, a casa di amici e familiari. Al posto della popolazione autoctona ora ci sono molti rwandesi.

Una sorta di far west alla conquiste di terre e risorse. Le materie prime vanno all’estero (il coltan nei nostri telefonini) e la popolazione locale viene sfruttata nelle miniere, dove lavora in condizioni disumane. Si pensa che i gruppi armati siano finanziati dall’estero, perché c’è chi trae grande vantaggio economico dalla situazione. Ma anche questa non è una novità. “Come mai il Rwanda è tra i primi esportatori di coltan, oro e diamanti senza avere questi minerali sul proprio territorio?”, si chiede il sacerdote: “Usano i gruppi armati per controllare le miniere, fanno lavorare la nostra gente come schiavi, poi tutto va fuori dal Paese. La violenza e la criminalità sono considerati degli effetti collaterali”.

L’appello: “Indagini serie e indipendenti”. Il vescovo della diocesi di Butembo-Beni monsignor Melchisedech Paluku Sikuli non si stanca di chiedere aiuto e reclamare giustizia. E’ lo stesso appello ripetuto oggi dal suo sacerdote diocesano, che da tre anni studia a Roma: “Servono indagini serie e indipendenti per verificare chi fa cosa. E’ solo questo è il punto”.
[Patrizia Caiffa - SIR]

Quel cuore dell’Africa fatto a pezzi.
 L'atroce ferita e la piaga aperta

Quanto è avvenuto ieri nei pressi della cittadina congolese di Kanyamahoro è raccapricciante. L’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio, di Vittorio Iacovacci, carabiniere della sua scorta, e del loro autista è un fatto terribile. Anzitutto, perché hanno perso la vita persone innocenti che stavano svolgendo il proprio dovere con grande spirito di dedizione e sincero slancio umanitario.

L’ambasciatore Attanasio aveva manifestato in più circostanze, nel corso dei suoi viaggi nell’est della Repubblica Democratica del Congo, grande attenzione e solidarietà nei confronti dei missionari, dei volontari e dei cooperanti che operano in quella parte dell’Africa Subsahariana dimenticata da tutto e da tutti. Eppure, sarebbe davvero fuorviante pensare che l’imboscata tesa ieri da un commando di miliziani, finora non meglio identificati, sia un episodio a sé stante che prescinde dal contesto geopolitico di quella tormentata parte dell’ex Zaire, la provincia del Nord Kivu.

Una terra che da lunghi anni continua a essere bagnata da sangue innocente, per questo raccontata spesso anche da questo giornale e inspiegabilmente e colpevolmente ignorata da gran parte della stampa nazionale e internazionale. Le ragioni che rendono infuocato questo territorio sono fondamentalmente due: la presenza di numerosi formazioni armate che seminano quotidianamente morte e distruzione e la ormai endemica epidemia di ebola che ciclicamente si ripresenta causando pene indicibili ai malati. Si stima che nella regione siano attive circa 160 formazioni ribelli, con un totale di oltre 20mila combattenti.

Basti pensare che nel solo territorio di Beni, dall’ottobre 2013, sono state massacrate oltre 4mila persone. Intanto, come se non bastasse, le autorità sanitarie congolesi stanno tentando di isolare proprio in quell’area un nuovo focolaio del micidiale virus di ebola (che da alcuni mesi sembrava fosse stato debellato e che tra il 2018 e il 2020 ha falciato oltre 2.200 persone).

Ma al di là di queste considerazioni è importante comprendere che il Nord Kivu rappresenta la cartina al tornasole di quanto sta avvenendo in Congo. Come qui è stato più volte documentato e contrariamente a quanto si pensa, non stiamo parlando affatto di un Paese povero, semmai di una terra impoverita. È il paradosso di una delle nazioni più ricche al mondo di materie prime, ma con insediata una delle popolazioni più povere del pianeta. Proprio la popolazione del Nord Kivu potrebbe essere più benestante di quella del Canton Ticino se potesse gestire le immense risorse minerarie del proprio sottosuolo: oro, cobalto, petrolio, manganite, cassiterite e coltan.

Quest’ultimo, nell’elenco delle commodity, è al top: si tratta di una lega naturale di columbio e tantalio e viene utilizzato per i più svariati scopi industriali che vanno dall’assemblaggio dei satelliti spaziali con l’utilizzo del columbio, alla realizzazione della componentistica di cellulari, tablet, computer e altri gadget elettronici. Il controllo delle terre e il sistematico sfruttamento delle risorse naturali, oltre ai continui approvvigionamenti di armi e munizioni, consente a miliziani, trafficanti e mercenari di perseguire una massiccia e devastante appropriazione e (s)vendita di un bene comune mai condiviso.

È proprio per questa ragione che da sempre il gesuita padre Rigobert Minani ha denunciato l’inganno. Si tratta di uno degli esponenti più autorevoli della società civile congolese che da anni va ripetendo che «quando si dice che il Congo è uno 'scandalo geologico' si intende che il Paese è potenzialmente ricco». E da sempre queste ricchezze hanno condizionato la storia nazionale: sono state al centro delle guerre che dal 1996 al 2003 hanno insanguinato l’ex Zaire, provocando quattro, se non addirittura cinque milioni di morti. E proprio poiché a est, lungo la linea di confine con l’Uganda e il Ruanda, la guerra di fatto non è mai terminata, sarebbe auspicabile un rinnovato impegno da parte della comunità internazionale.

Anche perché ornai da tempo la società civile del Nord Kivu sta duramente contestando la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite (Monusco) presente nella Rdc, definendola 'inerte' e accusandola di non svolgere uno dei suoi compiti principali: proteggere la popolazione civile. Ma cosa dire dell’Europa tanto preoccupata dalla mobilità umana che proviene dalla sponda africana? Sarebbe ora che uscisse dal letargo sostenendo tutte le possibili iniziative a livello negoziale per amore del popolo congolese e per onorare la memoria del nostro ambasciatore, uomo di pace e di solidarietà.
[Giulio Albanese - Avvenire]