L’uccisione dell’ambasciatore italiano. Messaggio di condoglianze dei Missionari Comboniani in Congo

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Giovedì 25 febbraio 2021
Dopo aver appreso la notizia dell’uccisione di Luca Attanasio (nella foto), ambasciatore dell’Italia in Congo, il superiore provinciale dei Comboniani che lavorano nel paese africano, P. Léonard Ndjadi Ndjate, ha indirizzato all’Ambasciata d’Italia a Kinshasa un messaggio di condoglianze.
(Foto Facebook/Zakia Seddiki) [
Vedi il messaggio in allegato]

“Il signor Luca Attanasio era amico dei Comboniani e uomo di pace. Il nostro messaggio di condoglianze – dice P. Léonard a nome dei Comboniani in Congo – esprime la nostra compassione e prossimità, ma anche la nostra tristezza, dolore e rabbia. Denunciamo questa situazione mentre ringraziamo il signor Luca Attanasio di avere amato e servito il nostro popolo con umanità, rispetto e grande stima. Preghiamo affinché la pace e la sicurezza arrivino non soltanto in Congo ma anche in tutta l'Africa e nel mondo”.

La tragica morte dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci hanno alzato il velo su un massacro terribile che si consuma da oltre vent’anni in una parte dell’Africa di cui i nostri media raramente parlano, e ancor più raramente lo fanno con dovizia di particolari. In occasione del premio “Nassiriya per la Pace”, conferito a lui e alla moglie Zakia Seddiki nel 2020, Attanasio dice: «Tutto ciò che noi in Italia diamo per scontato non lo è in Congo dove, purtroppo, ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Il Congo è una realtà così lontana da quella che conosciamo che è difficile farvi capire cosa sia se non lo si vive». E lei aggiunge: «Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo». Conoscere è essenziale per comprendere, per allargare lo sguardo e abbracciare l’umanità nelle sue realtà tanto diverse: un’umanità plurale.

L’uccisione dell’ambasciatore italiano
Necessaria un’inchiesta internazionale

È avvenuto nella regione più complicata e insicura del paese l’omicidio di Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista. Vediamo in quale contesto è avvenuto il fatto e quali difficoltà può incontrare chi è chiamato a indagare.

Forze armate della Repubblica democratica del Congo (Fardc) di pattuglia in Nord Kivu (warnews.it).

Siamo al rimpallo delle responsabilità e non può essere diversamente. Perché nel Nord Kivu – dove ieri sono stati uccisi l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista dell’automobile sulla quale si trovavano, Mustapha Milambo – le uccisioni sono all’ordine del giorno. Perché le tre regioni dell’est del paese (Nord Kivu, Sud Kivu, Ituri) sono lontane dalle politiche del governo di Kinshasa: perciò sono instabili da almeno vent’anni, scarsamente governate, oggetto di attenzioni da parte del Rwanda e dell’Uganda.

Perché sono un moltiplicatore di gruppi di guerriglia che cercano di trarre vantaggi sia economici che politici dalla gestione dei minerali strategici (come il coltan, ma anche petrolio e cobalto) che abbondano da quelle parti. Perché nel nordest dell’Rd Congo è di stanza da vent’anni una missione di pace della Nazioni Unite, che costa un miliardo di dollari l’anno senza ottenere risultati apprezzabili. Perché è l’intero paese (l’Rd Congo è grande 8 volte l’Italia e ha 80 milioni di abitanti) a essere instabile e incapace di darsi un progetto di governo.

Quindi di fronte a un fatto così grave come l’uccisione dell’ambasciatore è tutto un mettere le mani avanti. Il ministero dell’interno e i servizi di sicurezza sostengono di non aver ricevuto nessuna comunicazione sullo spostamento di Attanasio tra Kinshasa a Goma, capoluogo del Nord Kivu. E questo è un aspetto non da poco in termini di sicurezza.

Il governatore del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasitiva, punta il dito contro un gruppo armato: il Fronte democratico per la liberazione del Rwanda (Fdrl), una sigla attiva nell’est congolese fin dal genocidio rwandese del 1994. Secondo il governatore, il parco di Virunga sarebbe una zona d’influenza Fdlr. Ma anche l’Fdlr ha un suo portavoce che ha smentito ogni implicazione.

Naturalmente il presidente Félix Tshisekedi ha assicurato che farà di tutto per scoprire gli autori del triplice omicidio. Ma per comprendere il valore di questa affermazione è bene vedere in quali acque si trova oggi la più alta carica del paese.

Tshisekedi è un presidente dimezzato. Eletto alla fine del 2018 ed effettivamente in carica da metà 2019, pochi mesi fa ha tagliato i ponti con il suo alleato di governo Joseph Kabila, ha costruito in fretta e furia una nuova maggioranza parlamentare e ora sta cercando di mettere in piedi un nuovo governo. Un governo che dovrebbe, a sentir lui, consentirgli di varare le riforme previste dal suo programma: non ultima la stabilizzazione del nordest del paese e di instaurare rapporti di minor sudditanza con Rwanda e Uganda.

Il fatto è che Tshisekedi occupa un posto che non gli spetta. Nel 2018, per essere eletto, ha fatto un’alleanza contronatura con il presidente uscente Kabila. Un’alleanza che non sarebbe poi bastata a vincere le presidenziali, se la commissione elettorale non avesse modificato il risultato delle urne e la Corte costituzionale non avesse ratificato il risultato fasullo. Un’alleanza stigmatizzata dalla società civile e dalla conferenza episcopale congolese. Un’alleanza che comunque non ha retto più di un anno e mezzo.

Con questo cursus honorum e con tutte le debolezze che si porta dietro è improbabile che Tshisekedi mantenga quello che ha promesso per dipanare la vicenda dell’ambasciatore Luca Attanasio. Serve un’inchiesta internazionale.

Una testimonianza: «Era buono e alla mano»

«Sabato scorso, il 20 febbraio, l’ambasciatore era a Bukavu (Sud Kivu). È stato ospite della missione dei saveriani dove ha tenuto un breve incontro con gli italiani, presente anche il direttore aggiunto del Programma alimentare mondiale (Pam). La domenica mattina, dopo la messa, sono partiti entrambi alla volta di Goma.

Ci siamo lasciati con grande entusiasmo, anche perché ci ha detto che aveva avuto il nulla osta dal governo per un’adozione di bambini e ci aveva promesso un console fisso a Goma per espletare pratiche burocratiche senza dover andare a Kinshasa. Con il Pam abbiamo discusso di alcuni progetti per far fronte al problema dei bambini malnutriti».

Così il missionario saveriano Giovanni Magnaguagno, che continua: «Era affezionato a noi ed era già venuto a trovarci con sua moglie. Ci aveva aiutato con attività agricola per una cooperativa e ci aveva procurato un finanziamento per una latteria. Si stava dando da fare per aiutare i bambini di strada. Era una persona molto buona e alla mano, ci davamo del tu. Sua moglie stava gestendo un attività di recupero di ragazzi e bambini di strada con l’organizzazione Sofia».
[Raffaello Zordan – Nigrizia]

Luca Attanasio. Foto Facebook / Zakia Seddiki

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Attacco in Rd Congo.
Il nunzio Balestrero: “Piango l’amico Attanasio”

Mons. Ettore Balestrero, nunzio apostolico nella Repubblica Democratica del Congo.

Il nunzio prega affinché il sacrificio di Attanasio e Iacovacci “aiuti a tenere accesi i fari della comunità internazionale su questa Regione, dove la morte e il dolore, purtroppo, restano di casa”.

“Piango con un dolore immenso l’amico ambasciatore Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci, il carabiniere che lo accompagnava. L’ambasciatore mi aveva invitato ad accompagnarlo in questa missione, ma in questi giorni si tiene a Kinshasa un’importante riunione della Conferenza episcopale, alla quale devo partecipare”. Mons. Ettore Balestrero, da due anni nunzio apostolico nella Repubblica Democratica del Congo, ha avuto modo di conoscere da vicino l’ambasciatore Attanasio e ha risposto alle nostre domande dopo una “giornata terribile” in segno di gratitudine nei confronti di tutti quelli che, come Attanasio e Iacovacci, “rischiano ogni giorno la vita”. Davanti alla tragedia, questo è il tempo della preghiera.

“Porgo le mie più sentite condoglianze ai familiari e ai genitori di entrambi, in particolare ai genitori dell’ambasciatore, che avevo conosciuto l’anno scorso, proprio in questa stagione, quando si recarono a visitare loro figlio. Quando sarà possibile, si è già pensato di riunire, qui a Kinshasa, coloro che hanno conosciuto ed apprezzato l’ambasciatore e il carabiniere, per un momento di preghiera. L’ambasciatore – spiega Balestrero – si era fatto conoscere e amare in questo immenso Paese. Promuoveva l’immagine dell’Italia e tante opere di solidarietà. Insieme a Vittorio ha testimoniato la generosità e la sollecitudine dei nostri compatrioti all’estero”.

L’attacco è la punta dell’iceberg di una situazione di instabilità?
L’attacco è avvenuto in una zona estremamente “calda”, dove sono presenti molteplici gruppi armati. In quella stessa zona, e in quelle non lontane, da anni si registrano attacchi, sequestri, omicidi, furti, episodi efferati di ogni genere di violenza. La popolazione è stanca, anzi stremata. Per questo, mentre piango gli amici, simbolicamente uccisi mentre partecipavano proprio ad un’azione umanitaria, prego il Signore che raccolga il loro sacrificio e che esso aiuti a tenere “accesi i fari” della comunità internazionale su questa Regione, dove la morte e il dolore, purtroppo, restano “di casa”.

Si possono già individuare delle responsabilità politiche?
Non credo si possano già individuare i responsabili dell’attacco, anche se certamente è necessario identificarli e perseguirli con determinazione. In ogni caso, questa tragedia è un appello a non “abituarsi” e a
non rassegnarsi al male e al dolore, che purtroppo sembrano ancora regnare nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo.

Ci invita pure a ringraziare per i continui aiuti umanitari che la comunità internazionale e varie istanze prestano da decenni. Soprattutto, questa tragedia ci ricorda quelle centinaia di vite umane, che sono state sacrificate proprio mentre prestavano altri soccorsi umanitari, indispensabili per la sopravvivenza della popolazione e per uscire dal vicolo cieco dell’odio e del conflitto.

Qual è il ruolo della Chiesa nel tentativo di pacificazione della società?
La Chiesa è il “Buon Samaritano” di queste popolazioni. Gestisce moltissimi ospedali, assicura l’istruzione, continua a donare speranza e a levare la propria voce in difesa di tutti gli abitanti. Non più di un mese fa, una delegazione di vescovi congolesi ha effettuato una missione pastorale proprio all’est del Congo, per pregare con quelle popolazioni, per ascoltarle e comprendere ciò che più le assilla in questo momento, ma anche per visitare e per conoscere di prima mano tante situazioni di immensa vulnerabilità. Sono centinaia i sacerdoti, le religiose e i missionari che vivono nell’est del Congo, che si sacrificano quotidianamente e che rischiano la vita. Alcuni sono stati sequestrati e uccisi.
[Luciano Zanardini – SIR]