Lunedì 1 marzo 2021
La difficoltà di accesso alla terra rappresenta una delle principali cause di conflitto nel paese africano, in particolare nelle provincie dell’est. Terre fertili, ricche di preziose materie prime, oggetto di potere per le élite politiche e di sopravvivenza per le popolazioni locali. [Eringeti, Nord Kivu-Beni, 5-12-2014: finestra rotta dall'impatto di un proiettile al Centro sanitario durante un attacco delle milizie che operano nella regione. (Foto Monusco/Abel Kavanagh/Wikimedia commons)]

La gestione iniqua delle risorse fondiarie alla base dei conflitti

Rd Congo: la maledizione della terra

Terre fertili, sottosuolo colmo di minerali e di materie prime preziose. La provincia congolese del Nord Kivu è tra le più ricche di risorse naturali del paese africano. L’est della Repubblica democratica del Congo (RdC) è anche l’area in cui si registrano più violazioni dei diritti umani: omicidi, rapimenti, stupri, estorsioni e minacce. Il Kivu security tracker, un progetto condotto dal centro di ricerca newyorkese Congo Research Group e Human Rights Watch, negli ultimi 90 giorni ha registrato più di 90 morti violente, 7 stupri, 36 rapimenti e più di 60 scontri armati, nella sola provincia del Nord Kivu. Il centro studi utilizza diverse fonti locali verificate. I crimini, però, potrebbero essere molti di più di quelli segnalati, perché non tutti vengono denunciati.

A confermare la situazione di violenza che si vive nel Nord Kivu sono i dati diffusi a febbraio dall’Ufficio congiunto delle Nazioni Unite per i diritti umani. L’organizzazione nasce dalla collaborazione tra Monusco, la missione Onu per la stabilizzazione della RdC e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nel 2020 le aggressioni e le violazioni dei diritti sono aumentate rispetto all’anno precedente. Più 46% il numero di attacchi ad opera dei gruppi armati, soprattutto nell’est del paese: nelle province del Nord e Sud Kivu e nell’Ituri. Attacchi nei campi, nei villaggi, lungo le strade. Tra i principali responsabili delle violenze ci sono i numerosi gruppi armati che operano nell’area ma, in misura minore, anche i militari. Il numero di vittime di esecuzioni extragiudiziarie registrate nel 2020 in Nord Kivu è di quasi 150 persone, la provincia più colpita da questo fenomeno.

Il rapporto Onu indica tra i colpevoli di esecuzioni sommarie i combattenti ugandesi delle Forze democratiche alleate (Adf). Violazioni dei diritti sono state commesse anche da uomini armati appartenenti ai Mai-Mai Nyatura, alle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda, al Nduma defence of Congo- Renovated, ai Mai-Mai Mazembe e molti altri. Secondo il rapporto congiunto, le violenze sono alimentate dalle tensioni intercomunitarie, dai conflitti fondiari, dallo sfruttamento illecito delle risorse naturali e dall’imposizione di una tassazione illegale. La difficoltà di accesso alla terra, infatti, rappresenta una delle cause di conflitto nel paese africano, in particolare nelle provincie dell’est. In quest’area il suolo è fertile e l’agricoltura è la principale fonte di sussistenza per la popolazione. La terra, poi, è fonte di potere e di identità.

Il rapporto di UN Habitat dal titolo Un’analisi dell’economia politica del settore fondiario nell’est della RdC, pubblicato nel 2019, evidenzia il ruolo della terra come risorsa naturale principale perché fonte di sussistenza, elemento identitario, comunitario e di potere. Il capo tradizionale, che nel Nord e Sud Kivu prende il nome di Mwami, esiste solo in relazione alle terre che controlla. La distribuzione dei campi diventa un modo per includere o escludere dalla comunità. Le vicende fondiarie hanno visto diverse fasi: dal potere tradizionale al controllo coloniale, dalla nazionalizzazione di Mobutu alla polverizzazione delle nuove élite. Lo stato ha promosso l’esproprio dei terreni comunitari, instaurato un controllo sul suolo e sul sottosuolo, ma ha favorito anche la nascita di proprietà private.

L’effetto è una gestione iniqua della risorsa. L’accesso a titoli fondiari è impossibile per i piccoli contadini e diventa simbolo di potere per le élite. Proprio nelle province dell’est pochi rappresentanti possiedono ranch estesi, intere colline. La competizione sulla terra è stata amplificata dai movimenti di popolazione tradizionali e da quelli causati dalle guerre. Alcuni hanno dovuto abbandonare i campi e altri li hanno occupati. Sfollati e rifugiati hanno perso la loro unica fonte di reddito, diventando braccia per altri proprietari. In questo contesto la terra è una risorsa ambita, da difendere e controllare. I gruppi armati si sono inseriti nel sistema attraverso atti predatori ma anche come forza difensiva, per proteggere le comunità dall’arrivo di estranei.

Il centro studi Pole Institute, con sede a Goma in Nord Kivu, si occupa di analizzare e superare i conflitti fondiari. Dalle loro analisi emerge la mancanza di un catasto in grado di garantire l’accesso alla terra per tutti. Registrare i titoli di proprietà diventa impossibile, tutto il potere è nelle mani di chi gestisce le terre a livello locale o delle personalità statali di rilievo che sono riuscite ad acquisire vaste estensioni, spesso poco valorizzate.

I piccoli contadini, la maggioranza, ricevono in gestione dalle autorità locali appezzamenti che non arrivano ad un ettaro, lungo le pendenze della montagna, in aree più difficili da raggiungere e più lontane dai villaggi. Questo significa mettersi in marcia molto presto, dover trasportare il raccolto a braccia per lunghi tragitti e diventare facile bersaglio per chi vuole estorcere denaro, razziare e prendere il controllo dell’area.
[Marta Gatti – Nigrizia]