V Domenica di Quaresima – Anno B: Il tuo volto, Signore, io cerco

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Tutto il nostro itinerario quaresimale è una continua invocazione e/o costante ricerca di "Vedere" Gesù, il suo "rivelarsi". È la croce il luogo di questa rivelazione il Crocifisso è l'oggetto da guardare, da comprendere e da contemplare. Non cercare il Cristo nel volto di un solo uomo, ma cerca in ogni uomo un frammento del volto di Cristo.

Il tuo volto, Signore, io cerco

In Sicilia, il monaco Epifanio un giorno scoprì in sé un dono del Signore: sapeva dipingere bellissime icone. Voleva dipingerne una che fosse il suo capolavoro: voleva ritrarre il volto di Cristo. Ma dove trovare un modello adatto che esprimesse insieme sofferenza e gioia, morte e risurrezione, div Epifanio non si dette più pace: si mise in viaggio; percorse l'Europa scrutando ogni volto. Nulla. Il volto adatto per rappresentare Cristo non c'era.

Una sera si addormentò ripetendo le parole del salmo: “Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto”. Fece un sogno: un angelo lo riportava dalle persone incontrate e gli indicava un particolare che rendeva quel volto simile a quello di Cristo: la gioia di una giovane sposa, l'innocenza di un bambino, la forza di un contadino, la sofferenza di un malato, la paura di un condannato, la bontà di una madre, lo sgomento di un orfano, la severità di un giudice, l'allegria di un giullare, la misericordia di un confessore, il volto bendato di un lebbroso. Epifanio tornò al suo convento e si mise al lavoro.

Dopo un anno, l'icona di Cristo era pronta e la presentò all'Abate e ai confratelli, che rimasero attoniti e piombarono in ginocchio. Il volto di Cristo era meraviglioso, commovente, scrutava nell'intimo e interrogava. Invano chiesero a Epifanio chi gli era servito da modello. Non cercare il Cristo nel volto di un solo uomo, ma cerca in ogni uomo un frammento del volto di Cristo.
Bruno Ferrero

“Vogliamo vedere Gesù...”

Ger 31,31-34; Salmo 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-23

Tutto il nostro itinerario quaresimale è una continua invocazione e/o costante ricerca di "Vedere" Gesù, il suo "rivelarsi". È la croce il luogo di questa rivelazione il Crocifisso è l'oggetto da guardare, da comprendere e da contemplare.

Fin dall’inizio Gesù è pronto a donarsi (per amore); ed al momento della richiesta dei Greci, Egli tende verso il momento del dono della sua vita per la salvezza del mondo. Proprio qui sta tutta la forza d'attrazione (“attirerò tutti a me”) e tutta la fecondità della sua opera di salvezza.

Il “Vogliamo vedere Gesù...” può anche essere ritenuto l'esigenza, la richiesta più urgente del mondo di oggi nei confronti dei cristiani. Infatti, l'uomo odierno, del postmoderno, troppo afferrato da un ritmo frenetico, corre troppo, e nella sua corsa affannosa ha finito per lasciarsi alle spalle parecchie cose importanti: Dio, la preghiera, l'attenzione verso gli altri, gli ideali gratuiti... Tocca, dunque, ai cristiani soddisfare a questa pretesa legittima (“voler vedere Gesù...”).

I cristiani dovrebbero essere in grado di coinvolgere anche gli altri in questa avventura affascinante. La vita cristiana appare, quindi, un EPIFANIA, cioè una manifestazione di Dio. Non si tratta di "insegnare Dio" con dei discorsi intelligenti sul suo conto. Non si insegna Dio, Lo si racconta con entusiasmo e stupore. Non si dimostra Dio, non si discute su di Lui, Lo si manifesta. Bisogna far venire la voglia di Dio agli altri.

Caro fratello, prova a immaginare che qualcuno, aggi, ti abbordi e butti la stessa richiesta dei Greci (“voglio vedere Gesù”). Pensaci un po’, ma soprattutto chiediti se ti è mai successo di aver fatto venire la voglia di Dio in qualcuno/a.
Don Joseph Ndoum

La sfida di essere guide
per chi vuole “vedere Gesù”

Geremia 31,31-34; Salmo 50; Ebrei 5,7-9; Giovanni 12,20-33

Riflessioni
Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21). Nell’imminenza di quella Pasqua così speciale per Gesù, l’arrivo di alcuni pellegrini greci a Gerusalemme (Vangelo) ha l’effetto di un’esplosione luminosa sul mistero che si avvicina. Quei pellegrini erano di lingua e cultura ellenica, convertiti o simpatizzanti per il giudaismo. Erano le primizie dei popoli pagani, chiamati anch’essi a mettersi in cammino verso Gerusalemme, per imparare le vie del Signore, come aveva predetto il profeta (Is 2,3).

Quei pellegrini manifestano un desiderio che ha un vasto significato missionario: “Vogliamo vedere Gesù” (v. 21). La domanda va ben oltre la curiosità di conoscere la star di turno. Essi vengono da lontano, appartengono a un altro popolo, il viaggio è stato certamente faticoso, si sono messi in viaggio per motivi spirituali... Vogliono vedere Gesù: non per un saluto fugace, ma per conoscerne l’identità profonda, coglierne il messaggio di vita. Nella scena ci sono anche altri dettagli vocazionali e missionari: per arrivare fino a Gesù, occorrono spesso delle guide, accompagnatori. Quei pellegrini cercano intermediari della loro cultura, Filippo e Andrea, apostoli con nomi greci.

Gesù coglie la densità e l’importanza di quel momento: è la sua ora, l’ora di essere glorificato (v. 23), l’ora dell’offerta della sua vita, l’ora di essere elevato da terra per attirare tutti a sé (v. 32), perché tutti i popoli arrivino alla vita in pienezza. Quale vita? La vita vera, che consiste nel conoscere - cioè amare, accogliere, contemplare - l’unico vero Dio e colui che Egli ha mandato, Gesù Cristo (cfr. Gv 17,3). Non basta però avere un’idea vaga o una qualunque teoria su Gesù; è necessaria la comprensione amorosa del mistero del chicco di grano, che muore per dar molto frutto (v. 24). Qui c’è un dato biografico: il chicco che muore per dar vita è Gesù stesso. Egli sta parlando di sé e mostra l’unico cammino che porta alla vita: un cammino che passa attraverso la morte. Il verbo “innalzare” indica la tragica esposizione dell’Uomo-Dio sulla croce, nella massima profondità e altitudine del suo amore. Amore che vince la morte, proclama la vita, attira tutti.  Eleva verso la statura di Dio-amore, rende capaci di amare.

Il momento culminante del chicco che muore è descritto con passione nella lettera agli Ebrei (II lettura): accettando la morte con amore, Gesù diventa causa efficace ed esemplare di salvezza “per tutti coloro che gli obbediscono” (v. 9). In tal modo, nel sacrificio pasquale di Cristo e nell’effusione dello Spirito Santo, è superata l’antica alleanza basata sulle pietre della Legge; si realizza l’alleanza nuova (I lettura) radicata nel cuore e nella vita delle persone (v. 33) che si lasciano condurre dallo Spirito.

Quei pellegrini greci che chiedono di vedere Gesù assumono per noi un valore emblematico: rappresentano le persone e i popoli che aspirano ad un cambio di vita, che cercano Dio con cuore sincero… Alcune volte tale desiderio è esplicito, molte altre è un desiderio muto, intuitivo, indescrivibile, spesso confuso e contraddittorio, ma è sempre un desiderio o un gemito che nasce dal profondo della vita. Sono veri SOS dello spirito umano… Più che le parole, spesso parlano i gesti, le situazioni, le sofferenze, le ferite, le tragedie, i silenzi, la vicinanza, la condivisione...

Chi darà risposta a tante attese? Occorre gente disponibile. La risposta è affidata a uomini e donne di ogni tempo, che siamo noi cristiani. Non sarà sufficiente una risposta teorica o la ripetizione di qualche formula; la risposta missionaria deve partire dalla conoscenza amorosa, dalla conversione e adesione al Signore Gesù. Come gli Apostoli, che, dopo l’incontro con il Risorto, affermano: “Abbiamo visto il Signore!” (Gv 20,25). I cristiani, i missionari, devono aver visto il Signore, averne una conoscenza intima; devono poter affermare, come gli apostoli dopo la risurrezione: “Abbiamo visto il Signore!” (Gv 20,25). In queste due frasi di Giovanni: “Vogliamo vedere Gesù” e “Abbiamo visto il Signore” è racchiuso tutto l’arco della Missione. “L’apostolo è un inviato, ma, prima ancora, un esperto di Gesù” (Benedetto XVI). Anche l’apostolo deve diventare un chicco di grano che muore per dare vita; solo così può annunciare il Vangelo con credibilità ed efficacia, “convinto, in virtù della propria esperienza, che non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo” (Evangelii Gaudium, n. 266). (*)

La comunicazione missionaria dell’esperienza cristiana prende forme diverse, secondo i tempi, le persone, la creatività personale, le tecnologie… Guardando il calendario dei santi ed evangelizzatori di ogni settimana (vedi sotto), troviamo modelli e stili diversi di annunciare il Vangelo.  Oggi si usano anche tecniche nuove. In molti ambienti e nazioni, soprattutto fra i giovani, la Missione corre anche via sms, facebook, twitter e altri messaggi elettronici. Arrivano a molte persone, anche non cristiane, versetti di Vangelo, pensieri spirituali, notizie riguardanti la Chiesa... Quando il fuoco della missione arde nel cuore, si cercano strade nuove per dare una risposta a quanti vogliono vedere Gesù.

Parola del Papa

(*)Non è la stessa cosa aver conosciuto Gesù o non conoscerlo,
non è la stessa cosa camminare con Lui o camminare a tentoni,
non è la stessa cosa poterlo ascoltare o ignorare la sua Parola,
non è la stessa cosa poterlo contemplare, adorare, riposare in Lui, o non poterlo fare.
Non è la stessa cosa cercare di costruire il mondo con il suo Vangelo piuttosto che farlo unicamente con la propria ragione.
Sappiamo bene che la vita con Gesù diventa molto più piena e che con Lui è più facile trovare il senso di ogni cosa. È per questo che evangelizziamo”.
Papa Francesco
Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (2013) n. 266

Sui passi dei Missionari

21   S. Nicolao della Flüe (1417-1487), laico svizzero, sposato e padre di 10 figli. Fu agricoltore, magistrato, ufficiale dell’esercito confederato, e deputato alla Dieta (Assemblea) federale. A 50 anni, con il consenso della moglie e dei figli, si ritirò a fare vita eremitica, ma continuò a essere consigliere e paciere. È patrono della Svizzera e Padre della Patria riconciliata e confederata.

·     Giornata internazionale per l’eliminazione della Discriminazione Razziale, istituita dalle Nazioni Unite nel 1966.

22   S. Nicola Owen (c. 1550-1606), martire inglese, fratello coadiutore gesuita. Durante 26 anni di persecuzione anticattolica, viaggiò per tutta l’Inghilterra, costruendo nascondigli per salvare i sacerdoti. Rinchiuso nella Torre di Londra, venne torturato a morte.

·     B. Clemente Augusto Von Galen (1878-1946), cardinale tedesco, chiamato il leone di Münster”, la città dove fu vescovo dal 1933. Fu profeta di speranza e pastore coraggioso. Lottò apertamente contro gli errori del nazismo di Hitler e contro la violazione dei diritti delle persone e della Chiesa.

·     Giornata mondiale dell’Acqua, istituita dall’Onu nel 1992.

23   S. Turibio Alfonso de Mogrovejo (1538-1606). Amministratore laico nel tribunale dell’Inquisizione in Spagna, fu nominato arcivescovo di Lima (Perù) dove organizzò la vita ecclesiale, anche con la celebrazione di Concili regionali. Fu instancabile nelle sue visite pastorali e strenuo difensore degli indios. È patrono dell’episcopato latinoamericano.

·     Ven. Felice Tantardini (1898-1991), fratello cooperatore missionario nel Pime, per 70 anni in Myanmar. Si definiva “fabbro di Dio”, ma sapeva cavarsela in tutto: fabbro, falegname, agricoltore, infermiere, sacrestano, costruttore. Aiutava i poveri, istruiva i giovani, viaggiava sempre a piedi. Era un uomo di preghiera: recitava tre rosari al giorno, e concludeva la giornata con un’ora di adorazione.

24   S. Oscar Arnulfo Romero y Galdámez (1917-1980), martire, arcivescovo di San Salvador (El Salvador), coraggioso difensore del suo popolo oppresso e povero. Fu ucciso da un sicario, mentre stava celebrando la S. Messa vespertina, nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza a San Salvador, dove viveva. Fu proclamato beato nel 2015 e santo nel 2018. Diceva: «Se mi uccidono, risusciterò nel popolo salvadoregno». Nell’omelia del 23-3-1980, vigilia della sua morte, lanciò il suo grido finale: «Vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!».

* Dal 1992 si celebra oggi la giornata di Preghiera e Digiuno in memoria dei Missionari ‘Martiri’, nell’anniversario del martirio di S. Oscar Romero.

25   Annunciazione del Signore – Maria rispose all’angelo Gabriele: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38). – «E il Verbo si fece carne» (Gv 1,14).

·     S. Maria Alfonsina Danil Ghattas (1843-1927), nata a Gerusalemme e vissuta in Palestina. Fondò a Gerusalemme l’istituto Suore del Santo Rosario. «Diede testimonianza di mitezza e unità» (Papa Francesco).

26   Anniversario dell’enciclica Populorum progressio di Paolo VI (1967), sullo sviluppo integrale della persona e lo sviluppo solidale dei popoli.

27   S. Ruperto († c. 718), di origine irlandese, fu grande evangelizzatore della Baviera e vescovo di Salisburgo (Austria).

·     Ven. Giuseppe Ambrosoli (1923-1987), sacerdote comboniano italiano di Como, medico missionario a Kalongo (nord Uganda), esemplare nel servizio professionale e amministrativo, la vicinanza ai malati e la santità di vita. Lasciata l’azienda famigliare del ‘miele Ambrosoli’, si mise a servizio dei poveri e degli ultimi in Africa. Il suo motto: «Dio è amore, e io sono suo servo per la gente che soffre», come è scritto sulla sua tomba. (Sarà beatificato il 21-11-2021 in Uganda).

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A cura di: P. Romeo Ballan – Missionari Comboniani (Verona)

Sito Web:   www.comboni.org    “Parola per la Missione”

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Giovanni 12, 20-33

Per diventare nostro fratello,
anche lui ha tremato di paura

«Adesso la mia anima è turbata». Così il Signore definisce il proprio stato, dopo aver raccontato del seme che porta frutto solo morendo. Il destino mortale e fertile del chicco parla di lui, dell’ormai imminente uccisione e della definitiva vittoria. Nel Vangelo di Giovanni, in altre due occasioni si parla del «turbamento» di Gesù; in entrambe vibra la sua emozione all’avvicinarsi della morte.

La prima è davanti alla tomba di Lazzaro: dopo aver pianto, è «ancora profondamente turbato». La morte di chi ci è caro è anche un po’ la nostra morte. Con lui se ne va parte della nostra vita. Una fetta della nostra esistenza non è più disponibile come prima, giacché le esperienze vissute con quella persona sono tramontate con lei. Il Signore entra nel dolore per la propria morte passando attraverso la porta della perdita di un amico carissimo. E ciò lo turba profondamente.

Il Figlio di Dio è turbato anche dopo l’annuncio del tradimento di Giuda e la sua fuga dal cenacolo, nella notte. La morte entra in Gesù da ogni parte: il complotto studiato alla perfezione per eliminarlo e il morso velenoso, vorace e feroce del tradimento. Nel calice amaro che il Padre non gli allontana e che egli beve fino in fondo c’è anche il turbamento. Ma che cos’è?

L’originale verbo greco indica una paura così profonda e totalizzante da scuotere non solo l’anima ma anche il corpo: si trema dalla paura. Il corpo del Figlio di Dio ha tremato di paura. No! Non ci meritiamo un Dio così! Ci saremmo accontentati di molto, molto meno. Non possiamo averlo inventato noi un Dio così; è fuori dalla nostra portata. Per diventare nostro fratello, anche lui ha tremato di paura, come noi tremiamo al solo pensiero della perdita di chi e quanto è vitale. Rivolgiamoci a lui con fiducia. Ci capisce. Egli stesso ha provato, fino a tremare, quanto costa perdere.
[Giovanni Cesare Pagazzi – L’Osservatore Romano]