Il messaggio universale e missionario delle feste pasquali è evidente: Pasqua è il passaggio dell’uomo-Dio dalla morte alla vita; è l’annuncio di un Dio che muore in croce e che risorge, perché tutti i popoli abbiano vita in abbondanza (cfr. Gv 10,10)! Pasqua è la chiave di lettura del mistero più drammatico e sublime: il mistero della morte e della vita.

Credere nel Risorto
esige impegnarsi per l’uomo

Atti 10,34.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9

Riflessioni
Il messaggio universale e missionario delle feste pasquali è evidente: Pasqua è il passaggio dell’uomo-Dio dalla morte alla vita; è l’annuncio di un Dio che muore in croce e che risorge, perché tutti i popoli abbiano vita in abbondanza (cfr. Gv 10,10)! Pasqua è la chiave di lettura del mistero più drammatico e sublime: il mistero della morte e della vita. L’avventura del Dio-in-carne-umana culmina sul Calvario e trova luce nel sepolcro vuoto: perché Cristo è risorto! Una vita nuova è cominciata in Lui; un nuovo modo di vivere, sperare ed amare è iniziato anche in tutti coloro che credono in Lui. Da allora, è nato un nuovo modo di rapportarsi: con Dio, con gli esseri umani, con il cosmo, con le forze del bene e quelle del male. Nuovi rapporti, nuovo stile di vita, nuove certezze, nuovi metodi e strategie. Il mondo non può essere lo stesso, come se Cristo non fosse risorto. Che cosa è cambiato? Cosa può, anzi, cosa deve cambiare? E chi sarà l’operatore di queste trasformazioni? Con quale forza? Su quali basi? Con quali criteri? Tutte queste domande hanno una sola risposta: una vita migliore è possibile per colui che crede in Cristo, morto e risorto.

Dall’esperienza di vita nuova in Cristo nasce anche l’impegno missionario dell’annuncio e della condivisione. La missione universale a tutti i popoli nasce dalla Pasqua. Infatti, nelle apparizioni dopo la risurrezione Gesù fa l’invio degli apostoli alle genti e al mondo intero: Mt 28, Mc 16, Lc 24, Gv 20. (*) Dall’esperienza gioiosa di adesione al Risorto nasce il gioioso servizio ai fratelli; nasce e si rafforza l’impegno della missione. Credere nella risurrezione di Cristo è impegnarsi per la risurrezione dell'uomo. Mi ha colpito in questi giorni rileggere il dialogo tra due cristiani rinomati del nostro tempo, il patriarca Atenagora e Olivier Clément, ambedue impegnati sul fronte della fraternità e dell’ecumenismo, in dialogo sul senso e le conseguenze della fede nella risurrezione di Gesù per la vita del mondo e per la Missione della Chiesa. Il testo che segue raccoglie alcune battute dei loro intensi dialoghi.

« - I grandi problemi, i problemi tragici che si pongono all'umanità odierna, come collegarli al miracolo della risurrezione?

- Un terzo dell'umanità ha fame. Alla fame dei corpi si unisce quella delle anime: due terzi della popolazione del globo non hanno ancora imparato a conoscere il nome di Cristo. Nei paesi che si dicono cristiani, regna una massima divergenza tra il Vangelo da una parte, e il modo di vivere dei cristiani dall'altra, e le ricerche e le tendenze della società da un'altra ancora.

Come collegare tutto ciò alla risurrezione? Ma è di un'evidenza lampante! I sedicenti cristiani non vivono la risurrezione, non sono dei risorti! Hanno perduto lo Spirito del Vangelo. Hanno fatto della Chiesa una macchina, della teologia una pseudo-scienza, del cristianesimo una vaga morale. Ritroviamo, riviviamo la teologia rovente di san Paolo: «Come Cristo è risorto dai morti, così noi, i battezzati, dobbiamo condurre una vita nuova» (cfr. Rom 6,4). Se coloro che credono nel Risorto portano in sé questa potenza di vita, allora si potranno trovare soluzioni ai problemi che angosciano oggi gli uomini...

Si tratta innanzitutto di formare l'uomo interiore, di renderlo capace di un'adorazione creatrice. Abbiamo bisogno di uomini che facciano l'esperienza, nello Spirito Santo, della risurrezione di Cristo come illuminazione del cosmo e senso della storia. Da quella forza interiore scaturirà uno slancio che darà senso ai valori umanitari, alle grandi idee sociali... È tutto qui: inaugurare in sé una vita nuova, rivestirsi l'anima di un abito di festa. Allora avremo le mani colme di doni fraterni per chi soffre sia la fame del corpo che quella dell'anima».

« - Ma dove trovarlo, il Risorto, per entrare in comunione con Lui in modo che fiumi d’acqua viva possano scaturire da noi, come dice il Vangelo?

- Cristo è dappertutto. Dalla risurrezione in poi, tutta la vicenda umana si svolge in Lui, lo cerca, lo celebra, lo combatte, lo nega, lo ritrova. La sua presenza segreta, la rivelazione che ci porta, sono diventate il fermento dell'intera esistenza umana. Ricordate il cap. 25 di Matteo: “Ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare... Ogni qualvolta avete fatto questo a uno di questi minimi tra i miei fratelli, lo avete fatto a me”? San Giovanni Crisostomo ci dice che il povero è il sacramento del Cristo, che Cristo s’incarna nel povero. Cristo è presente ogni volta che si verifica un vero incontro, ogni volta che un po' d'amore si manifesta, ogni volta che la giustizia o la verità sono servite con disinteresse, ogni volta che la bellezza dilata il cuore dell'uomo».

(ATENAGORA, patriarca di Costantinopoli, in O. Clément

Dialoghi con Atenagora, Brescia 1995, pp. 151-155

Parola del Papa

(*) «La Galilea era la regione più lontana da Gerusalemme. E non solo geograficamente: la Galilea era il luogo più distante dalla sacralità della Città santa. Era una zona popolata da genti diverse che praticavano vari culti: era la «Galilea delle genti» (Mt 4,15). Gesù invia lì, chiede di ripartire da lì. Che cosa ci dice questo? Che l’annuncio di speranza non va confinato nei nostri recinti sacri, ma va portato a tutti. Perché tutti hanno bisogno di essere rincuorati e, se non lo facciamo noi, che abbiamo toccato con mano «il Verbo della vita» (1 Gv 1,1), chi lo farà? Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita!».

Papa Francesco

Omelia nella Veglia pasquale, 11.4.2020

Sui passi dei Missionari

4     Domenica di Pasqua di RISURREZIONE di Gesù Cristo, Redentore e Salvatore di tutti i popoli. Alleluia!

       * Dal 27/3 al 4/4: Pesach (Pasqua ebraica), che significa passaggio, liberazione, cambiamento.

4     S. Isidoro (c. 570-636), vescovo di Siviglia e dottore della Chiesa, ingegnoso nelle scienze e nell’organizzazione, riconosciuto come l’ultimo Padre della Chiesa latina. Presiedette l’importante IV concilio di Toledo (633). Pastore sapiente e zelante, dedicava molto del suo tempo alla formazione culturale e morale del clero e dei candidati al sacerdozio.

·     S. Benedetto Massarari, (c. 1524-1589), detto il “Nero”, nato in una famiglia di schiavi condotti dall’Africa (Etiopia?) in provincia di Messina. Dopo essere vissuto in vari eremi, divenne religioso francescano. Fu il primo africano nero a essere canonizzato (1807). Con santa Rosalia è compatrono di Palermo.

·     Anniversario dell’assassinio di Martin Luther King (1929-1968), avvenuto a Memphis. Fu un grande leader statunitense dei diritti civili e dell’integrazione razziale. Sostenitore della nonviolenza attiva, ricevette il Premio Nobel per la Pace nel 1964.

·     Giornata internazionale per l’informazione e l’azione contro le Mine Anti-persona e gli ordigni bellici inesplosi, promossa dalle Nazioni Unite nel 1997 e 2005.

5     S. Vincenzo Ferrer (1350-1419), sacerdote domenicano spagnolo, uno dei più grandi predicatori e missionari itineranti nell’Europa occidentale.

6     Giornata internazionale dello Sport per lo sviluppo e la pace, promossa dall’Onu nel 2013.

7     S. Giovanni Battista de la Salle (1651-1719), sacerdote francese, educatore, fondatore dei Fratelli delle scuole cristiane. Raccomandava agli educatori, maestri e catechisti: «Domandate spesso a Dio la grazia di toccare i cuori dei vostri allievi, come lui solo sa fare: questa è la grazia del vostro stato». Nel 1950, Pio XII lo proclamò patrono di tutti i maestri e le maestre.

·     B. Maria Assunta Pallotta (1878-1905), religiosa italiana delle Francescane Missionarie di Maria, chiese di partire per la Cina al tempo della ribellione dei Boxer contro l’influenza straniera colonialista. Visse con radicalità e semplicità la sua consacrazione missionaria, addetta a umili servizi. Morì a Dongerkou (Cina) durante una epidemia di tifo.

·     Giornata mondiale della Salute, indetta dall’Onu-Oms (1948), con sede a Ginevra.

·     Giornata internazionale di riflessione sul Genocidio del 1994 in Ruanda, stabilita dall’Onu nel 2003. In poco più di tre mesi, dall’aprile al luglio 1994, 800mila persone furono massacrate per mano dei loro stessi connazionali, per l’unica ragione di appartenere a un certo gruppo etnico.

8     Giornata internazionale dei Rom, sinti e camminanti, ufficialmente dichiarata nel 1990 a Serock, in Polonia.

9     B. Tommaso da Tolentino (c. 1260-1321), missionario francescano martire. Promosse le missioni in Oriente. S’imbarcò con altri compagni verso la Cina, ma fu ucciso a Salsette (India).

·     Ricordo di Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), teologo luterano tedesco, simbolo della resistenza contro il nazismo di Hitler. Professore a Berlino e scrittore, viaggiò in vari paesi europei e in Usa, mantenne corrispondenza con Gandhi. Fu impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg. Diceva: «Noi cristiani non potremo mai pronunciare le parole ultime della fede, se prima non avremo pronunciato le parole penultime della giustizia, del progresso e della civiltà».

10   S. Pietro da Verona (c. 1205-1252), martire, nato a Verona in una famiglia di eretici manichei, ma educato secondo il Vangelo. San Domenico lo accolse nell’Ordine dei Predicatori e Pietro divenne un intrepido difensore della fede cristiana in Lombardia. Fu ucciso da eretici sulla strada Como-Milano. È compatrono di Verona, che lo celebra il 4 giugno.

·     Bb. 7 martiri colombiani dell’Ordine Ospedaliero di san Giovanni di Dio (Fatebenefratelli), uccisi a Madrid per odio alla fede (9-8-1936).

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A cura di: P. Romeo Ballan – Missionari Comboniani (Verona)

Sito Web:   www.comboni.org    “Parola per la Missione”

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Da soli si va più veloce,
ma insieme si arriva più lontano

La pietra era stata tolta dal sepolcro racconta il vangelo. Questa pietra è composta da tutte le pietre che i lapidatori di ogni tempo hanno scagliato con estrema precisione; poi è fatta anche di milioni di pietre scartate, da noi costruttori di grattacieli e di cimiteri. Ci sono anche le pietre che abbiamo lasciato cadere dalle nostre mani più per convenienza che per scelta. Cristo incomincia a morire molto presto.

La Pietra scartata dai costruttori è la stessa che oggi viene rotolata via. Il Padre non è intervenuto tutte le volte che l’hanno calpestata; non ha risposto nemmeno al grido sulla croce. Non era possibile, non era necessario; Cristo e tanti poveri cristi con Lui non sarebbero stati veri uomini. Adesso, nella Sua ora, il Padre ribalta la pietra perché: «È Lui che morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita» (Prefazio di Pasqua i ).

Anche la corsa dei testimoni di quella mattina è stata un segno della Grazia. Non sapevano, non capivano ma lo desideravano più di ogni altra cosa; la fede è desiderio del frutto più proibito di tutti, la gratuità del dono della vita. Proibito dai nostri regolamenti che vorrebbero perfino che la risurrezione fosse qualcosa da meritare. Proibito dagli uomini non veri, che nascondono la morte, il dolore dietro le mura degli ospedali e le grate delle carceri, e ti dicono con superbia quando parli di risurrezione: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17, 32); la cultura che si pone al di sopra e non a servizio del vangelo, della vita, pensa di sapere tutto e invece non sa neanche gioire. La pietra ribaltata, fa crollare le mura, le grate, e chiude anche tutti i libri. A Pasqua solo si contempla e si ama. Da quel giorno poi siamo chiamati a stare tutti insieme alla Sua presenza, senza pietre tra le mani, senza giudizi sulla bocca; senza bastone ne bisaccia, l’evangelista Luca dice addirittura senza pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno. Così semplicemente con la fede, volendosi un po’ più bene, un grande popolo in cammino.

Racconta il vangelo che: «Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti». Mentre camminiamo nell’Attesa di poterlo vedere penso che dobbiamo fare come l’apostolo Filippo che desidera favorire l’incontro con il Risorto: «Capisci quello che stai leggendo» (At 8, 30) dirà al funzionario di Candace. Facilitare l’incontro con il Signore è già missione; essere ognuno di noi una presenza discreta che vuole tendere una mano, e aiutare il cammino, suscitando un dialogo. Proprio come Filippo che: «Prendendo la Parola annunciò a lui Gesù». Che sintesi efficace.

La Buona Notizia da annunciare, e che l’uomo del nostro tempo desidera anche senza averne piena coscienza, nel deserto di tanti giorni, è Gesù, non occorre aggiungere altro. Ecco allora il nostro compito; far vedere, dire, testimoniare come Gesù ha cambiato la nostra vita, come in concreto ha agito in me, e ha ribaltato anche la mia pietra. Nessuno abbia paura di non essere degno di annunciare o di ricevere, questa Buona Notizia di Gesù; e quando il Signore pare non rispondere, lo Spirito susciterà anche per noi incontri sorprendenti, perché è la Parola stessa che corre insieme a Pietro, Giovanni, e i testimoni di ogni tempo.

Perché da soli si va più veloce, ma insieme si arriva più lontano. Anche se è ancora buio.
[Francesco Pesce - L'Osservatore Romano]

Buona Pasqua!

Atti 10,34.37-43; Salmo 117/118; l. Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9

Nella domenica di Pasqua la liturgia mette l'accento sulla tomba aperta e vuota, segno che contiene la grande promessa di Dio: la nostra futura risurrezione. Tutto, oggi, esprime la gioia pasquale del Risorto, veicolata al nostro cuore dal suo saluto: "Shalom! Pace a voi".

Nella sequenza recitiamo: "...morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa". E il Prefazio conferma: "Per questo mistero, nella pienezza della gioia pasquale, l'umanità esulta su tutta la terra". E nei prefazi della Pasqua la Chiesa rende grazie al Padre: "E' lui il vero Agnello che morendo ha distrutto la morte, e risorgendo ha ridato a noi la vita"; "per mezzo di lui rinascono a vita nuova i figli della luce, e si aprono ai credenti le porte del regno dei Cieli. In lui morto è redenta la nostra morte, in lui risorto tutta la vita risorge".

Senza Gesù, nasciamo solo per morire; con Lui, moriamo solo per rinascere. È Cristo che ci guarisce e rende immortali i nostri corpi. Cristo è, quindi, la risposta totale e definitiva di Dio alla domanda fondamentale dell'uomo. Il programma dei cristiani dovrebbe allora essere questo: "Nelle intenzioni, Gesù sia il nostro fine; negli affetti, il nostro amore; nelle parole, il nostro argomento; nelle azioni, il nostro modello" (cf. Escriva De Balaguer). Si tratta di entrare in un altro progetto, radicalmente nuovo.

Della fede in Gesù risorto si alimenta anche il nuovo stile di rapporti che deve caratterizzare la vita dei cristiani. Il sepolcro vuoto introduce quindi alla sorpresa inaudita: l'uomo viene condotto a prendere atto dell'azione di Dio. "E' risorto!", letteralmente vuol dire: "E' stato risuscitato da Dio". Un avvenimento che è dipeso esclusivamente dalla potenza di Dio e dal suo intervento decisivo nella storia. Gli evangelisti non fanno una cronaca della risurrezione. Da loro non possiamo sapere come e quando essa è avvenuta. Il resoconto della risurrezione di Gesù viene offerto mediante una rivelazione: il giovane "seduto a destra, vestito di una veste bianca" è un personaggio celeste che, più che interprete dell'avvenimento, ne è l'annunciatore.

Quindi, la fede nella risurrezione di Cristo non nasce dal sepolcro aperto e vuoto, ma da una rivelazione e dall'incontro con il Signore risorto. Nascere, vivere, morire ed essere sepolti: era la traiettoria normale della nostra vicenda umana. La risurrezione di Cristo rifonda definitivamente questa storia: il sepolcro vuoto determina un inizio, non una fine. La morte non ha più l'ultima parola.

La Pasqua celebra quindi la nascita del mondo nuovo, rifatto da Dio secondo la fattispecie mirabile del Cristo, il Vincitore della morte che ha infranto con la sua croce le porte non più eternamente chiuse degli inferi.

È questo il primo giorno della nuova creazione, il giorno del "passaggio" dall'uomo vecchio all'uomo nuovo. L'unica raccomandazione: non voler più tornare più indietro.

Ciascuno di noi, oggi, è un "principiante". Occorre mettersi immediatamente in cammino. È a partire dalla Pasqua, infatti, che si aprono all'uomo tutte le possibilità; da essa, conseguenza della logica dell'amore che contraddice e sconfigge l'egoismo, è generato l'impegno a lottare contro tutto quanto è morte, per aprire la storia al futuro e alla vita. Buona Pasqua!
Don Joseph Ndoum

Domenica di Pasqua 
Giovanni 20,1-9


Pasqua


Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. (…)

(Letture: Atti 10, 34.37-43; Salmo 117; Colossesi 3, 1-4; Giovanni 20, 1-9)

Quel seme di Risurrezione che si scorge in un sorriso
Ermes Ronchi

Maria di Magdala, in quell’ora tra il buio e la luce, tra la notte e il giorno, quando le cose non si vedono ma supplisce il cuore, va’ sola, e non ha paura. Come la sposa del Cantico: lungo la notte cerco l’amato del mio cuore. L’alba di Pasqua è piena di coloro che più forte hanno fatto l’esperienza dell’amore di Gesù: Maria di Magdala, il discepolo amato, Pietro, le donne.
Il primo segno è così umile: non un’apparizione gloriosa, ma un sepolcro vuoto nel fresco dell’alba. È poco e non è facile da capire. E Maria non capisce, corre da Pietro non per annunciare la risurrezione del Maestro ma per denunciare una manovra dei nemici, un ulteriore dolore: hanno portato via il Signore. Non abbiamo più neanche un corpo su cui piangere.

Tutti corrono in quel primo mattino: Maria, Pietro, Giovanni… Non si corre così per una perdita o per un lutto. Ma perché spunta qualcosa di immenso, fa capolino, urge il parto di una cosa enorme, confusa e grandiosa.
Arrivano al sepolcro e li aiuta un altro piccolo segno: i teli posati, il sudario avvolto con cura. Se qualcuno avesse portato via il corpo, non l’avrebbe liberato dai teli o dal sudario. È stato altro a liberare la carne e la bellezza di Gesù dal velo oscuro della morte.

La nostra fede inizia da un corpo assente. Nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto delle vittime, manca un corpo alla contabilità della morte. I suoi conti sono in perdita. E questo apre una breccia, uno spazio di rivolta, un tuffo oltre la vita uccisa: la morte non vincerà per sempre.
Anche se adesso sembra vincente: il male del mondo mi fa dubitare della Pasqua, è troppo; il terrorismo, il cancro, la corruzione, il moltiplicarsi di muri, barriere e naufragi; bambini che non hanno cibo, acqua, casa, amore; la finanza padrona dell’uomo mi fanno dubitare.
Ma poi vedo immense energie di bene, donne e uomini che trasmettono vita e la custodiscono con divino amore; vedo giovani forti prendersi cura dei deboli; anziani creatori di giustizia e di bellezza; gente onesta fin nelle piccole cose; vedo occhi di luce e sorrisi più belli di quanto la vita non lo permetta. Questi uomini e queste donne sono nati il mattino di Pasqua, hanno dentro il seme di Pasqua, il cromosoma del Risorto. Perché Cristo non è semplicemente il Risorto. Egli è la Risurrezione stessa, è l’azione, l’atto, la linfa continua del risorgere, che fa ripartire da capo la vita, la conduce di inizio in inizio, trascinandola in alto con sé: forza ascensionale del cosmo verso più luminosa vita. E non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le sue forze non arrivino a far fiorire «l’ultimo ramo della creazione» (M. Luzi).
Avvenire 2016

Amami, Signore risorto
Paolo Curtaz

Non c’è più nulla da vedere, tutto è finito, concluso, compiuto. È l’epilogo più tragico, inatteso, che i discepoli potessero anche solo immaginare. Il peggiore degli incubi. Tutto si è svolto in fretta, come un’onda gigantesca che ha travolto ogni cosa in poche ore: Gesù è stato arrestato, processato e crocefisso in una notte. I discepoli non hanno fatto in tempo nemmeno a capire cosa stesse accadendo.

Fine della storia. Ora, storditi, vagano nella città cercando rifugio, spaventati, vedono soldati dietro ogni angolo, la paura li divora. La giornata, dopo la lunga notte insonne e di violenza, scivola lenta.

Un’alba livida li ha svegliati dal sonno irrequieto. Alcuni fra loro cercano gli altri, come possono, con prudenza, col timore di essere riconosciuti, salgono verso la collina di Sion, in quella casa che li ha accolti per l’ultima volta, in cui avrebbero dovuto riposare dopo la preghiera al Cedron se Gesù non fosse stato arrestato. È sabato, il sabato di Pesah. Sentono in lontananza i rumori della festa, le risate e le chiacchiere, i canti che celebrano la vittoria sulla schiavitù.

Ma loro sono legati a pensanti catene.

Il senso di colpa, la paura che mozza il fiato, la follia che si è materializzata e che ha sbranato, insieme al loro inerme Maestro, la speranza. Illusi. Idioti. Vigliacchi.

Nessuno parla. Qualcuno fra loro piange in silenzio.

Il clima è cupo, rabbioso, disperato.

Bussano alla porta.

Corse

Giovanni racconta la corsa delle donne tornate dal sepolcro per avvisare i discepoli.

Hanno rubato il corpo di Gesù! Non sanno cosa fare, passano fra le bancarelle dei mercanti che iniziano la giornata, corrono sul selciato della città ricostruita da Erode, giungono, affannate, alla casa. Chiedono aiuto.

Ora sono Pietro e un altro discepolo a correre.

Il discepolo che Gesù amava, presente nei momenti cruciali nella vita del Signore. Un discepolo che, tardivamente, la comunità cristiana ha identificato con lo stesso evangelista Giovanni. Più probabilmente, invece, quel discepolo è un personaggio collettivo: tutti noi siamo chiamati ad essere quel discepolo amato. Tutti noi siamo chiamati a correre per raggiungere il Signore, tutti siamo chiamati ad andare a vedere.

Corrono, Pietro e il discepolo. Corriamo anche noi con Pietro dopo l’annuncio delle donne.

Giungono al sepolcro: la tomba è davvero vuota, il sudario, la sindone, le bende, come svuotati e riposti con ordine. Vedono solo segni di morte, solo cose che hanno a che fare con la morte. Nulla di vitale, nulla di decisivo.

Segni di morte, non c’è nessuna evidenza.

Pietro di ferma. Il discepolo amato no. Vede e crede.

Evidenze

Non è evidente la fede. Non è evidente la presenza del Signore. Non è evidente la gioia che invade il cuore del discepolo amato. Non hanno ancora capito la Scrittura. Dai segni devono risalire al significato, risalire alla luce nascosta dietro gli eventi. Ogni evento.

Capiranno, certo, ci vorrà lo Spirito per spalancare la loro capacità di capire e leggere al di là dell’apparenza. Ma capiranno.

È ancora lì quella tomba vuota.

I romani l’hanno prima nascosta sotto un terrapieno. Poi è stata messa al centro di un’immensa basilica più volte distrutta. Akim il folle decise di raderla al suolo, scalpellandola. Oggi è meta di centinaia di migliaia di pellegrini che varcano la porta consumata dai secoli per accedere per qualche istante in quel che resta della tomba scavata nella roccia, inginocchiandosi davanti alla pietra che accolse il corpo del Maestro.

Solo pietre. Solo una tomba, vuota, per giunta.

Segni di morte che vanno interpretati, se vogliamo.

Risorti

Gesù è risorto, smettetela di fargli il funerale, di chiuderlo dentro le teche, di stordirlo di incensi e canti lamentosi. La croce era solo un passaggio, una collocazione provvisoria. È altrove, fidatevi.

Non rianimato o presente nei nostri ricordi. È il per sempre vivente, risorto da morte.

Vedrete sempre e solo dei segni, nella Chiesa, nel mondo. Sarà la fede a dar loro vita. Sarà quella corsa ad osare, a smuovere, a convertire i cuori ancora pesanti.

È lo sguardo che determina l’ottimismo cristiano che sa vedere oltre il mondo che implode, oltre l’incomprensione, oltre la violenza.

Lo sguardo.

Amami, Signore risorto. Amami come hai amato i tuoi discepoli, al di là delle mie incongruenze, dentro i miei limiti, oltre i miei tradimenti, amami. Perché tu mi ami come nessuna ama e come io stesso non riesco ad amarmi. Amami, splendido Dio, perché tu sei l’Amore e non puoi che amare. Che Pietro mi porti fino al sepolcro. Che io veda che quella tomba è vuota. Che io senta che quel dono totale di te era la misura dell’amore che hai per me.
Amami, Signore risorto.

Gli occhi della fede 
Antonio Savone

Ciascuno di noi porta nel cuore la segreta convinzione che alcune situazioni debbano andare necessariamente in un certo modo. Sembra quasi che nulla possa di fronte alla ineluttabilità di certi eventi. Forse che possiamo impedire alla morte di mietere vittime pur desiderando farlo?

Eppure, il mattino di Pasqua, qualcosa interruppe questo meccanismo secondo il quale non si poteva fare altro che imbalsamare un morto.

Le donne, pur essendosi affrettate per compiere ciò che non erano riuscite ad ultimare il giorno prima, “non trovano il corpo di Gesù”.

Lo stesso per la Maddalena: va a cercare il corpo di chi le aveva ridato la dignità di poter ricominciare a vivere, ma invano, il sepolcro è vuoto. Così Pietro, così Giovanni. Si misurano con qualcosa che ha preso tutt’altro corso rispetto al dovuto.

Chi ha portato via il corpo dell’uomo crocifisso? Come ha potuto rimuovere un masso così pesante il cui spostamento faceva problema alle donne? E quelle bende? E il sudario?

Se leggiamo le cose solo con gli occhi del nostro corpo, non riusciamo a darcene una spiegazione. Abbiamo bisogno, invece, di guardarle aiutati dalla luce di ciò che Gesù aveva promesso: “Il Figlio dell’ uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risusciterà” (Mt.17,2). Come a dire: è vero, i fatti sono andati in un certo modo ma la potenza del Signore ha fatto che sì che essi conoscessero un altro sbocco che va oltre quello che voi riuscite a registrare.

Gli apostoli hanno rimosso quella parola, proprio come accade a noi quando un evento luttuoso finisce per ottundere la mente e raggelare il cuore. Fosse dipeso da loro – fosse dipeso da noi – le cose avrebbero dovuto avere tutt’altro corso perché quel Gesù potesse ancora risultare credibile. Per loro come per noi è incomprensibile una fine come quella.

Proprio la loro cecità e la loro tristezza sono lì a ricordare che la vita non può essere letta solo come una cronaca di eventi contraddittori e scomposti.

Gli occhi della fede sono gli unici in grado di riconoscere che certi macigni possono essere rimossi.

Gli occhi della fede sono quelli capaci di intravedere Dio stesso all’opera nella vita di tante persone.

Senza questi occhi continuiamo ad usare soltanto pietre sepolcrali dietro le quali seppellire persone, speranze, futuro e forse anche noi stessi.

Senza gli occhi della fede, le relazioni si nutrono di discordie, di egoismi, di incomunicabilità, di barriere e divisioni di ogni genere.

Senza gli occhi della fede, la vita è un lento e progressivo irrigidimento verso tutti.

Sta a noi scegliere se vogliamo continuare a vivere nel sepolcro e a tenere vivo soltanto il culto delle cose morte perché passate.

Perché sia Pasqua non basta celebrare in una chiesa questa solenne liturgia mentre continuiamo, per scelta, a restare appesi alla croce del nostro immobilismo o a tenervi appeso coloro dai quali abbiamo distolto lo sguardo e il cuore.

Spetta a noi, abitati dalla luce e dalla forza della Pasqua, far sì che gli eventi prendano un altro corso.

Stupito, Fabrizio De Andrè cantava: “Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”.

Abbiamo tutti bisogno di rimodellare la vita e i nostri rapporti alla luce della Pasqua. Nel giorno della Risurrezione dai morti saremo accomunati a quanti oggi, forse, disprezziamo o non consideriamo. Come vorremo comparire davanti al Signore, perpetuando conflitti o provando a lavare le vesti della nostra discordia nel sangue di chi “ha abbattuto il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia”?

Siamo figli della Pasqua se già ora, già qui anticipiamo qualcosa di ciò che vivremo in pienezza alla fine della storia.

Se un uomo e una donna sono in grado di camminare nella fedeltà del dialogo e del perdono reciproco, Cristo risorto è in mezzo a loro.

Se siamo disposti a ridare speranza a chi l’ha perduta, si rinnova il miracolo della risurrezione e della pietra rimossa dal sepolcro.

Se siamo in grado di operare un servizio generoso e senza interessi di parte per il bene della famiglia, della comunità civile ed ecclesiale, noi diffondiamo la luce e la novità di una vita nuova, redenta e pacificata: la vita nuova che viene dal Vangelo e che attesta la forza della Risurrezione di Cristo.

Il Risorto è all’opera ogni volta che qualcuno di noi scegliere di alimentare la fiamma tremula di una vita in pericolo.
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