Sabato 3 aprile 2021
Il fenomeno è molto esteso e l'esercito dei minori trascinati in guerra è difficilmente censibile: oltre 250.000, secondo le cifre fornite da Unicef, 300.000 per Amnesty International. Stime al ribasso secondo altre organizzazioni internazionali che denunciano mezzo milione di piccole reclute in 85 paesi. Il giornale del Vaticano “L’Osservatore Romano” di ieri dedica le pagine centrale a questa tragedia dell’umanità.

Bambini non soldati

Nel mondo 250.000 minori impiegati nei conflitti armati

Reclutati e addestrati per uccidere, combattono a loro volta per non morire: sono decine, forse centinaia di migliaia, i bambini soldato arruolati con la forza nei gruppi armati di diversi Paesi del mondo. In un contesto globale ancora più aggravato dalla pandemia da Covid-19, altrettanto letale è il “virus” della violenza che tuttora subiscono in situazioni di conflitto armato i minori a cui viene distrutta vita, dignità e futuro. Si tratta di una realtà drammatica che si inserisce in una dimensione internazionale e le cui radici sono profonde.

Si stima che in tutto il pianeta ci siano circa 250 mila minori impiegati in operazioni di guerra, sfruttati come soldati e costretti a commettere crimini indicibili. Alcuni sono piccolissimi, hanno persino meno di 6 anni. Si, perché anche l’infanzia non è uguale per tutti. Non esiste tuttavia una statistica ufficiale del fenomeno. Non sono piccoli uomini, ma giovani vittime a cui è stata strappata precocemente l’infanzia e la libertà. Obbligati ad imbracciare armi, usare coltelli e machete, storditi con alcol e qat — la droga che annienta fame e paura — questi bambini si macchiano degli stessi crimini efferati degli adulti, iniziando una rapida e adrenalinica discesa agli inferi. Un’infanzia interrotta e degenerata che perde ogni barlume di innocenza. Sono ingaggiati, perché abilmente orientati, in guerre di cui non sono responsabili e a loro incomprensibili. Costretti a eseguire e assistere ad atrocità, usati come spie, messaggeri o, nel caso di bambine, come schiave sessuali, a loro volta vengono uccisi, feriti, mutilati, abusati. Avvolti in un cielo da cui sono sparite le stelle, oscurate dalla violenza che sono stati costretti a subire e a infliggere si trasformano da vittime in temibili carnefici, da testimoni inermi di brutalità inaudite a piccoli guerrieri spietati.

Sono almeno 18 i Paesi nei quali, dal 2016 ad oggi, è stato documentato l’impiego di minori in conflitti armati: Afghanistan, Camerun, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, India, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Libia, Filippine, Pakistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Siria e Yemen. Malgrado gli sforzi per contrastare questo fenomeno, il numero di casi registrati è costantemente aumentato dal 2012 al 2020. Tra Africa e Medio Oriente, il 40% degli arruolati sono bambine, spesso vittime di stupri. Solo nel 2019 — indica l’Unicef — sono stati reclutati circa 7.750 minori, utilizzati da decine fra guerriglieri, gruppi armati ed eserciti regolari. La Somalia, secondo fonti dell’Onu, è fra i Paesi più coinvolti, con oltre 1.500 bambini soldato, per lo più rapiti da al-Shabaab e costretti a combattere. In Repubblica Centrafricana, dove i minori sono usati da tutti i principali attori del conflitto interno in corso dal 2013, il fenomeno ha ormai assunto i contorni di un’emergenza umanitaria. Dati che destano ancora preoccupazione, specie se si pensa che uno dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile fissati dall’Onu per il 2030 prevede che gli Stati adottino misure immediate ed efficaci per garantire il divieto e l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile, compreso il reclutamento e l’uso di bambini soldato, ed entro il 2025 la fine del lavoro minorile in tutte le forme.

I minori reclutati vengono manipolati, sedotti con vane promesse, minacciati, addestrati a torturare, affinché da elemento di debolezza diventino punto di forza delle varie aree in costante conflitto, garantendo con la minima spesa, la massima resa. Alcuni sono spinti dalla povertà e dal bisogno di sopravvivenza. Costretti a portare delle vere e proprie croci in solitudine, perché strappati dalle loro famiglie, prelevati nei villaggi, per strada e allontanati dalla scuola, conoscono la paura, la fame, la prepotenza degli uomini in armi, il precoce contatto con la morte, attraversando così la favola nera della inquieta brama di potere e di sopraffazione degli adulti. Gli aguzzini, prendendo il sopravvento, sfruttando l’ingenuità e la fedeltà che il bambino assicura per portare a compimento atti efferati senza vergogna.

Le conseguenze degli abusi sistematici hanno gravi ripercussioni sulla salute fisica e psicologica di questi adolescenti. Anche dopo aver deposto le armi molti sono attanagliati da incubi, attacchi di panico e insonnia. Spesso i traumi, in particolare quando si tratta di bambine, sono irrecuperabili. Riconquistare l’infanzia perduta e ritornare alla normalità è difficilissimo, soprattutto quando i conflitti durano a lungo. Alcuni perdono ogni contatto con la famiglia di origine per anni. Traumatizzati, quando tornano finalmente alle proprie case, fanno grande fatica a reintegrarsi, spesso non trovano più nessun parente, vengono respinti dalla comunità che li considera assassini. Privi di sostentamento e di prospettive concrete per cercare altre opportunità di vita in molti casi tornano nei gruppi armati, oppure, finiscono sulla strada. Molti insorti sono stati obbligati a violentare civili, a volte i propri familiari. Qualsiasi esitazione rischia di diventare una condanna a morte. Chi conduce le guerre riesce così nell’intento di demoralizzare o distruggere intere famiglie e comunità. Una piaga che incide sul futuro dei Paesi che ne sono coinvolti.

L’impiego di minori come soldati è facilitato anche dall’ampia disponibilità di armi di piccolo calibro e leggere, come il Kalashnikov Ak-47 o il fucile tedesco G3. «Chi mette armi nelle mani dei bambini, invece di pane, libri e giocattoli, commette un crimine non solo contro i piccoli, ma contro l’intera umanità», sono le forti parole di denuncia pronunciate da Papa Francesco, lo scorso 12 febbraio, in occasione della Giornata internazionale contro l’uso dei bambini soldato. Si fa sempre più stringente quindi la necessità di attuare misure in grado di liberare per sempre dall’orrore queste giovani vittime, le cui storie hanno il più delle volte un epilogo tragico. Ce lo dimostra la condanna per crimini di guerra e contro l’umanità che la Corte penale internazionale ha inflitto, a febbraio, a Dominic Ongwen, ex bambino soldato ugandese rapito a 9 anni e diventato comandante di un gruppo ribelle.

La strada verso il recupero della salute mentale di queste anime invisibili è tutta in salita, devono accettare di riconoscersi in una nuova identità. Il reinserimento sociale è un percorso lungo, ma non impossibile. La chiave di volta resta tuttavia la prevenzione. Garantire a questi bambini il diritto a crescere in un ambiente protetto, all’istruzione, all’accesso a una scuola sicura, all’inserimento lavorativo, significa garantirgli il diritto a vivere.
[Alicia Lopes Araújo – L’Osservatore Romano]

170 milioni di bambini schiavi
assicurano il benessere delle società ricche

Centosettanta milioni di bambini sono rotelline oscure di quella che la crisi di Suez ci ha insegnato a chiamare supply chain, ossia catena della distribuzione. Il mondo ha assistito al panico che saliva davanti alla nave gigante incagliata di traverso nel canale, un boccone nella trachea del mercato globale che si è dibattuto per riprendere fiato. Abbiamo scoperto, così, che la supply chain è la base dei nostri stili di vita: quel che mangiamo, i mobili che montiamo, i computer per smart working e dad, i pacchi che ci piovono a domicilio a 12 ore dall’ordine. Quel che non sappiamo, o che non vogliamo sapere visto che i dati ci sono, è che senza 170 milioni di bambini sfruttati nelle miniere e nei campi, la supply chain non girerebbe.

Il nostro stile di vita dipende dalle supply chain, almeno dalla loro struttura attuale. Ed il lavoro minorile è una buona parte del lavoro nero e schiavo che le alimenta, risucchiando tutti i profitti verso la parte finale della catena. Fra quei 170 milioni indicati dalla Confederazione mondiale dei sindacati (Ituc) ci sono, ad esempio, i piccoli schiavi del coltan che serve a produrre i nostri smartphone. L’80% di questo minerale viene dalla Repubblica del Congo. Il coltan, che non richiede profonde gallerie, è estratto con le mani da migliaia di bambini, rapiti per questo o “volontariamente” arruolati. La supply chain parte anche da qui, al prezzo di pochi spiccioli in cambio di vite umane usa e getta. Talvolta, solo talvolta, si incaglia, come nel canale di Suez.

E non c’è solo il coltan: ci sono i campi, dove il 70% dei piccoli schiavi del pianeta è impiegato per un’industria agroalimentare che sovrappone gli schemi globali del profitto alle necessità delle comunità locali.

Le Nazioni Unite, che hanno fatto del 2021 l’anno della lotta al lavoro minorile, sanno che questa piaga planetaria è trasversale a tutti e 17 gli obiettivi che si è data per raggiungere la meta dello sviluppo sostenibile. Va risolta, dunque, a partire dalla «guarigione» della supply chain, che non deve necessariamente alimentarsi di lavoro sfruttato e minorile per poter esistere e crescere all’infinito per commerciare caffè, cacao, cotone.

Rendere giustizia ai bambini del Pianeta è dunque necessario, razionale. Potrebbe essere garanzia di stabilità e pace. Invece i bambini vagano soli alle frontiere che si spalancano per le merci della quali sono i servitori. Vengono separati dai genitori, sfruttati sessualmente, privati della scuola. Muoiono sui barconi del Mediterraneo. Restano a tre anni abbandonati fra i canneti del Rio Grande, in Messico. Muoiono in marcia nel Tapon del Darien, cento chilometri di giungla fra Colombia e Panama senza un sentiero, ma da dove sono emersi vivi 6.240 piccoli migranti in quattro anni. 11 nilioni di bambine sono state espulse dalla scuola durante la pandemia e non vi rientreranno.

Ma i laboratori di futuro esistono. E i bambini sono la loro scommessa. A Napoli, nel quartiere di Scampia — come ci racconta Daniela De Crescenzo nella nostra controcopertina — una creativa realtà di persone ogni giorno li affianca ottenendo anche una clamorosa fioritura della comunità fatta di teatro, cineforum, aggregazione, scuola itinerante, laboratori di meccanica, librerie e artigianato. Riprendendo, fisicamente, i luoghi di spaccio alla camorra. Scampia, che concentra le piaghe del mondo, è il più straordinario laboratorio umano e cantiere sociale in corso. Dal mondo a Napoli, una strada possibile.
[Chiara Graziani – L’Osservatore Romano]