Mercoledì 7 aprile 2021
«Via terra non è possibile, le strade sono interrotte, c’è troppo fango» spiega dalla missione di Cavà-Memba don Silvano fidei donum in Mozambico. Gli aiuti umanitari destinati agli sfollati della provincia di Cabo Delgado, in fuga dalle violenze dei gruppi jihadisti, viaggiano in barche a vela artigianali, sulle acque cristalline del Canale di Mozambico. A bordo ci sono sacchi di alimenti per 550 famiglie, distribuiti in due tappe. Ogni sacco contiene 30 chili di farina, 10 chili di fagioli, 5 litri di olio e zucchero.

La prima spedizione è partita il 21 marzo da Nacala, la successiva ha preso il largo il 1° aprile. Ogni viaggio può durare dai due ai quattro giorni, a seconda del vento. La via del mare è l’unico modo per raggiungere le migliaia di persone che si sono rifugiate nelle zone più isolate al confine tra le due province, vicino al fiume Lurio.

«Via terra non è possibile, le strade sono interrotte, c’è troppo fango», spiega dalla missione di Cavà-Memba don Silvano Daldosso, fidei donum della diocesi di Verona, che partecipa alla singolare iniziativa organizzata dalla Caritas diocesana di Nacala, animata da Elena Gaboardi, laica fidei donum della diocesi di Lodi. Arriveranno al fiume Lurio probabilmente con una barca a motore e lì daranno una mano per la distribuzione del cibo. Il missionario è da oltre tredici anni alla guida di quarantasette piccole comunità nella diocesi di Nacala. Da tempo aiutano gli sfollati in fuga dagli attacchi di gruppi fondamentalisti nel nord-est del Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado, dove è in corso un durissimo conflitto dal 2017. Sono fuggite da quei territori almeno 650.000 persone, intere famiglie con due o tre figli al seguito. Hanno cercato riparo verso Pemba, Niassa e Nampula. Nella diocesi di Nacala (provincia di Nampula) ci sono 25.000 sfollati. In tre anni sono state almeno 2.500 le vittime. In rete girano video con crimini atroci. Nella missione di don Silvano arrivano ogni giorno centinaia di sfollati. I racconti dei superstiti sono terribili. Intere famiglie vengono sterminate, perfino bambini di 11 o 12 anni sono stati decapitati. «La settimana scorsa — racconta — abbiamo accolto donne e minori, tutti affamati e senza un posto dove ripararsi; una di loro aveva partorito in strada durante la fuga. Un papà aveva appena seppellito il figlio. C’erano anche tre o quattro bambini soli; avevano perso i genitori durante il viaggio e non sapevano più se erano vivi o morti».

La situazione di Cabo Delgado è molto complessa perché ci sono grandi interessi economici e geopolitici in gioco. La zona è infatti ricchissima di giacimenti di gas e di miniere dove vengono estratti i rubini, sulle quali hanno già messo le mani diverse multinazionali straniere. I gruppi fondamentalisti, oltre a reclamare la sharia, rivendicano il possesso delle ricchezze della zona. La popolazione è tra le più povere del Mozambico, con alti tassi di analfabetismo, malnutrizione infantile, scarsità di servizi sociali e sanitari. I miliziani jihadisti attaccano i villaggi, uccidono i civili e si scontrano con l’esercito locale per occupare infrastrutture strategiche. Qualche mese fa si sono impossessati del porto di Mocímboa da Praia e degli impianti estrattivi. «Ora Cabo Delgado — dice il missionario — è totalmente deserta e in mano ai fondamentalisti. La situazione non sta migliorando, sembra siano ripresi gli attacchi. Ci sono cellule attive anche a Niassa e a Nampula, probabilmente inizieranno attacchi anche in altre province. Al nord non si circola più liberamente, è una sorta di Far West, non c’è sicurezza, non ci si può muovere. I lavoratori degli impianti di gas vengono portati in aereo dalla Tanzania all’aeroporto di Palma».

La popolazione è fuggita e il flusso di persone verso sud continua ininterrotto. La missione di Cavà-Memba aderisce a una piattaforma di organizzazioni umanitarie che si coordinano negli aiuti agli sfollati. Prima al cibo provvedeva il World Food Programme delle Nazioni Unite, così la parrocchia poteva occuparsi della distribuzione di sementi e di materiali per l’agricoltura. A marzo hanno invece dovuto riprendere a distribuire alimenti. «Quest’anno ha piovuto pochissimo e si rischia una carestia enorme — avverte Daldosso — con l’aumento della fame e della malnutrizione».

Il governo dice che la situazione è sotto controllo e finora ha rifiutato il sostegno di altri eserciti. In passato ha ingaggiato mercenari russi e sudafricani ma con scarsi risultati. Qualche settimana fa il Sudafrica ha donato al Mozambico nuovi elicotteri militari e l’ambasciata statunitense ha annunciato che addestreranno i soldati locali e forniranno «attrezzature mediche e di comunicazione». Tutto ciò è aggravato dall’aumento dei casi di covid-19 (complessivamente 67.466 contagiati e 772 morti), ovviamente sottostimati perché i test si fanno solo nella capitale Maputo. «Ma il virus è anche da noi», conferma don Silvano: «Tanti raffreddori strani, persone che non sentono odori e non hanno il gusto». Il governo in questo anno di pandemia ha portato avanti una strategia di aperture e chiusure. In questi giorni hanno riaperto le scuole. Solo le chiese e le cappelle rimangono chiuse, da un paio di mesi. Il missionario celebra ogni giorno la messa in casa. La domenica solo con poche famiglie e mascherine obbligatorie.
[Patrizia Caiffa - L'Osservatore Romano]

Nella regione del Cabo Delgado, le forze governative hanno ripreso il controllo della città di Palma, in Mozambico al confine con la Tanzania, conquistata dal gruppo islamista di al-Shabaab lo scorso 24 marzo. Secondo fonti locali, citate dal quotidiano inglese «Financial Times», agli scontri hanno partecipato sia soldati dell’esercito di Maputo, sia contractors ingaggiati dal governo. Nei giorni precedentemente alla presa del 24 marzo la popolazione era praticamente tutta fuggita, lasciando una città deserta in mano ai miliziani, che infatti durante l’occupazione hanno distrutto case, ospedali e altre infrastrutture lasciando la città isolata dal resto del Paese. Fonti dell’esercito di Maputo riportano anche di parecchi miliziani uccisi nei combattimenti. Il governatore della regione Valgy Tauabo ha dichiarato che l’obiettivo a breve termine è di riaccogliere gli sfollati e di aiutarli a ricostruire la propria vita, riporta la Bbc.

Ma gli strascichi di questo violento, seppur breve, episodio sono complicati. Gli abitanti di Palma sono fuggiti verso altre città nella regione, dando vita ad una crisi umanitaria che neppure le agenzie delle Nazione Unite finora sono riuscite ad affrontare con continuità a causa dei pericoli collegati alla sicurezza della regione. Quei pochi aiuti che sono riusciti a giungere dalle agenzie e dalle ong come Medici senza frontiere sono arrivati per molti giorni dal mare, a causa dell’isolamento della città e del territorio circostante.

Gli eventi nel Cabo Delgado hanno acceso i riflettori su una crisi che per molto tempo è stata considerata secondaria, ma che in realtà va avanti dal 2017. Il gruppo al-Shabaab nel 2018 si è unito al sedicente stato islamico (Is), che ha rivendicato la conquista di Palma a fine marzo. Negli ultimi giorni il Portogallo aveva deciso di inviare una sessantina di istruttori militari nel Paese per addestrare le forze di polizia e l’esercito in tecniche di antiterrorismo. Lo stesso avevano fatto precedentemente, anche se in maniera più discreta, anche gli Stati Uniti, scrive il «Financial Times», a significare che l’attenzione per gli eventi nella regione orientale africana è aumentata. La scorsa settimana l’Unione africana aveva chiesto alla comunità internazionale un intervento deciso e anche la comunità di sviluppo dell’Africa meridionale si era mossa per affrontare il problema.

Nelle prossime settimane, verrà discusso anche il ruolo dello stabilimento Total presente nella provincia a circa quindici chilometri a sud di Palma. Questo impianto è il frutto del più grande investimento straniero in Africa nel settore energetico. Quindi la messa in sicurezza della regione, l’addestramento dei corpi di polizia e la ricostruzione delle infrastrutture, verrà pianificata ascoltando anche le richieste della compagnia francese.
[Cosimo Graziani - L'Osservatore Romano]

Si teme oltre un milione di profughi entro giugno

Mozambico,
migliaia in fuga dalle violenze

È sempre più preoccupante il numero delle persone costrette alla fuga nel Mozambico settentrionale, a causa delle violenze nella provincia di Cabo Delgado. I combattimenti tra forze di sicurezza statali, aiutate da contractor, e gruppi armati — miliziani jihadisti di al-Shabaab, collegati al sedicente Stato islamico — hanno inoltre prodotto una «situazione catastrofica per i diritti umani». Lo riferisce l’Unhcr, evidenziando che oramai si parla di almeno 500mila persone sfollate e 700mila in assoluto bisogno di assistenza umanitaria.

L’escalation di violenza a Cabo Delgado ha gravemente compromesso le strutture sanitarie, idriche e di accoglienza. Scarseggiano anche i generi alimentari. La maggior parte dei nuovi arrivati sono donne e bambini con poche cose al seguito, traumatizzati per le atrocità di cui sono stati testimoni e preoccupati per i familiari lasciati indietro. Se la violenza non si ferma — avverte l’Onu — il numero dei civili costretti alla fuga potrebbe superare la soglia del milione entro giugno.

Il recente attacco alla città costiera di Palma — che ha provocato un alto numero di morti — ha messo in fuga almeno 11.000 persone, mentre altre migliaia sono rimaste intrappolate nell’area. I civili sono stati costretti a cercare sicurezza a Pemba Nangade, Mueda e Montepuez, dove sono arrivati a piedi e in barca a partire dallo scorso 24 marzo. Intanto, ieri è arrivata la conferma da parte del è presidente mozambicano, Filipe Nyusi, che «i jihadisti sono stati cacciati da Palma», ma ha aggiunto «non dichiariamo vittoria, perché la lotta al terrorismo continua».
[L'Osservatore Romano]