Venerdì 9 aprile 2021
Vivono immersi nella natura, che rispettano e preservano. Sono a conoscenza dell’esistenza di società al di fuori della loro, ma scelgono di non entrare in contatto con gli altri. Sono i cosiddetti “popoli incontattati”, circa 100 nel mondo, quelle tribù indigene che non hanno contatti con la civiltà moderna.

Se ne trovano nei quattro continenti: Asia, Oceania, America settentrionale e America meridionale e sono popolazioni estremamente vulnerabili perché prive di difese immunitarie verso le malattie trasmesse dall’esterno, come il morbillo o la varicella, a cui gran parte delle società sono state esposte da centinaia di anni.

Molte di queste tribù vivono costantemente in fuga, per salvarsi dall’invasione delle loro terre da parte di coloni, taglialegna, esploratori petroliferi e allevatori di bestiame. Sono considerati parte essenziale della diversità umana, ma ora ancor più a rischio estinzione a causa del coronavirus. Da quando la pandemia si è globalmente diffusa molte comunità native dell’America Latina per difendersi dal virus hanno cominciato a sbarrare gli accessi ai villaggi. Alcune hanno scelto di dividersi in gruppi più piccoli e inoltrarsi più a fondo nelle foreste, chi aveva contatti con le città e i centri abitati ha tagliato i rapporti.

Per i gruppi indigeni infatti le malattie respiratorie — come quelle che si sviluppano dal virus dell’influenza — erano già da prima del covid tra le principali cause di morte. Vivendo isolate, queste popolazioni sviluppano pochissime difese contro le malattie e le infezioni comuni che circolano nella popolazione generale e, come la storia ha dimostrato, l’introduzione di un patogeno estraneo in queste comunità remote può essere devastante.

La stima delle organizzazioni non governative che difendono queste tribù è che circa 3 milioni di indigeni rischiano di morire a causa del covid-19, con un tasso che è il doppio rispetto a quello nel resto della popolazione dei Paesi coinvolti. Anche gli stili di vita tradizionali delle popolazioni indigene possono rappresentare una minaccia, in questo momento, nella prevenzione e nel contenimento della diffusione del virus.

Infatti è tipico della maggior parte delle comunità indigene organizzare regolarmente grandi raduni tradizionali per celebrare eventi speciali, dal raccolto al raggiungimento della maggiore età. In aggiunta, alcune comunità vivono in alloggi multi-generazionali, il che mette a rischio in particolar modo gli anziani. Secondo l’ong Casa Dinastica del Rio de la Plata la pandemia ha già colpito 42 tribù di indios argentini, 44 tribù di indios brasiliani, e 9 tribù di indios uruguaiani.

Queste popolazioni, che da sempre sono perseguitate da stigma e discriminazioni, non hanno poi accesso ai servizi sanitari e neanche all’acqua pulita, sapone e disinfettanti. Fin dall’inizio della pandemia, inoltre, la situazione di queste tribù è apparsa in pericolo anche per la mancanza di informazioni sulle regole di prevenzione del virus nelle lingue indigene.

Un appello in questo senso è arrivato dal Presidente del Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene, Anne Nuorgam, che, dopo aver ricordato che i nativi sono oggi oltre 476 milioni di individui distribuiti in 90 Paesi del mondo e rappresentando il 6,2% della popolazione, ha sottolineato come queste comunità abbiano quasi 3 volte più probabilità di vivere in condizioni di estrema povertà, e di essere quindi più inclini alle malattie. Molte comunità indigene sono già malnutrite e immuno-depresse, per questo l’arrivo del covid può essere devastante.

L’appello di Anne Nuorgam è rivolto dunque agli Stati, affinché provvedano a garantire che gli indigeni siano informati e protetti prioritariamente. A questo proposito, è importante garantire l’informazione sulle regole di prevenzione nelle lingue indigene in modo che siano accessibili a tutti. In particolare desta preoccupazione lo stato dei malati cronici e degli anziani indigeni, considerati in queste comunità una priorità perché artefici della storia, delle tradizioni e delle culture.

La Presidente del Forum Permanente dell’Onu ha anche chiesto agli Stati membri di garantire il diritto delle popolazioni indigene di esercitare l’autodeterminazione all’isolamento. Infine, secondo Survival International, organizzazione che si occupa di difendere i diritti dei popoli indigeni, deve essere impedito agli stranieri di entrare nei loro territori. Se le tribù incontattate non avessero nessun contatto con l’esterno, se le loro terre fossero protette sarebbero relativamente al sicuro dalla pandemia. Ma molti dei loro territori, invece, soprattutto in questo momento sono invasi e saccheggiati dagli attori del traffico del legname, dell’estrazione mineraria e dell’agro-business.
[Anna Lisa Antonucci - L'Osservatore Romano]