Mercoledì 14 aprile 2021
Un gruppo di circa 30 bambini tra i 6 e gli 11 anni si sono uniti alla polizia comunitaria nel municipio di José Joaquín de Herrera, nella Montaña Baja dello Stato di Guerrero, nel sud del Messico, e sabato scorso hanno iniziato il loro addestramento all’uso delle armi.

Come riferisce l’agenzia Efe, i minori, originari del villaggio di Ayahualtempa, hanno poi percorso le principali vie della comunità, insieme a un altro gruppo di bambini che si era unito al corpo di polizia a gennaio del 2020. A tale corpo appartengono anche oltre 200 cittadini indigeni che, denunciando di essere stati abbandonati dalle autorità di fronte agli attacchi del gruppo criminale noto col nome di Los Ardillos, hanno stabilito di autodifendersi.

La decisione di accettare anche bambini come guardie della comunità è stata presa dopo l’assassinio di dieci musicisti indigeni nella località di Chilapa. Qui Los Ardillos sono in guerra per il controllo del territorio per lo smercio della droga e le violenze — che hanno provocato centinaia di morti e di sfollati — non sono mai cessate da quando, nel 2015, i gruppi di autodifesa locali hanno cominciato a operare nella zona. Quando è stato annunciato l’inserimento dei primi minorenni nella polizia comunitaria, il governo dello Stato ha detto che la loro partecipazione non andava incoraggiata.

Certo il fenomeno di bambini costretti a imbracciare armi non è purtroppo prerogativa solo del Messico. Tuttavia in un Paese in cui le bande di narcotrafficanti non si fanno scrupolo di arruolare anche minori, armare bambini per difendersi appare una scelta inquietante. Ed è indubbio che uno Stato non dovrebbe abdicare al compito di garantire la sicurezza della popolazione al punto di costringerla ad affidare la propria incolumità anche ai bambini. Le loro foto con le armi in pugno — per quanto finte, per ora — fanno rabbrividire.
[L'Osservatore Romano]