Sabato 17 aprile 2021
A pochi giorni dal ballottaggio per le elezioni, l'Ecuador deve fare i conti con l'omicidio del difensore dei diritti umani e dell'ambiente, Andrés Durazno. Un assassinio che è solo l’ultimo atto di una lunga lotta in difesa del territorio dall’estrazione mineraria e dallo sfruttamento delle risorse idriche per fini industriali. [
Nella foto: Proteste a Quito (dicembre 2015) - Foto: César Muñoz/Andes (via Flickr). Testo: Diego Battistessa – Osservatorio Diritti. Da Barranquilla, Colombia]

La comunità internazionale ha scoperto con sgomento il 18 di marzo, attraverso un comunicato di Inredh (Fondazione regionale consultiva sui diritti umani), dell’omicidio di Andrés Durazno, 49 anni,  che si opponeva con forza al progetto di estrazione mineraria Rio Blanco, in Ecuador, portato avanti dal 2016 dall’impresa ecuadoregna, ma di proprietà cinese, Ecuagoldmining (la concessione era stata data nel 2013, sotto la presidenza di Rafael Correa).

«Ieri sera, 17 marzo 2021, Andrés Durazno, difensore riconosciuto dei diritti umani e della natura e una delle principali voci della resistenza all’estrazione mineraria a Río Blanco e Molleturo, nella provincia di Azuay, è stato assassinato. Le sigle che compongono l’Alleanza delle organizzazioni per i diritti umani esortano la procura della repubblica ad effettuare con urgenza, efficienza, trasparenza e garanzia dei principi di dovuta diligenza, tutte le indagini che consentano il chiarimento dei fatti e la punizione dei responsabili. In tal senso chiediamo che nell’indagine sia tenuto necessariamente in conto che la persona assassinata era un difensore dei diritti umani e della natura e che la sua attività comporta un fattore di rischio che deve essere considerato sia per le indagini sia per la protezione del suo ambiente familiare e delle altre persone della sua comunità che svolgono funzioni di difesa dei diritti umani e della natura».

Durazno, presidente del Sistema di acqua e irrigazione della comunità di Rio Blanco, lascia otto figli e un’eredità di lotta a difesa del suo territorio. Il presunto assassino, che ha perpetrato l’omicidio pugnalando più volte la vittima, sarebbe un familiare, ma le indagini sono ancora in corso.

Ecuador, storia del conflitto di Rio Blanco

La società ecuadoriana Ecuagoldmining South América S.A., fondata nel 2015 a Cuenca dalla società di investimento cinese Junefield Group S.A., gestisce il progetto di sviluppo e sfruttamento delle miniere d’oro e d’argento di Río Blanco, che copre un’area di 3.308 ettari situata a 320 km a sud-ovest di Quito e a un’altitudine di 3.900 metri sul livello del mare. Rio Blanco si trova nella parrocchia di Molleturo, città di Cuenca, nella foresta Molleturo-Mollepungo, alle porte del Parco Nazionale Cajas.

L’impresa iniziò l’installazione nella zona di Rio Blanco l’11 agosto 2016 con un atto presieduto dal vicepresidente di Correa, Jorge Glas (attualmente detenuto nel carcere di Cuenca El Turi per un caso di corruzione) e lo sfruttamento della concessione nel 2017, trovando fin da subito un ambiente sociale e politico diviso.

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Ecuador, parco naturale Cajas – Foto: Delphine Ménard (via Wikimedia Commons)

Quito contro le autorità locali: le posizioni di Correa, Comune di Cuenca e provincia di Azuay

Da un lato, la multinazionale contava con l’appoggio legale e politico del governo centrale di Rafael Correa (appoggio reiterato dal suo successore, Lenin Moreno), mentre dall’altro, sia il Comune di Cuenca (che ha responsabilità amministrativa su Rio Blanco), sia il prefetto della provincia di Azuay hanno espresso fin da subito pareri e ordinanze contrarie all’inizio dei lavori. I governi locali hanno sostenuto le istanze delle comunità, che denunciano come l’attività mineraria sugli altopiani provochino la contaminazione delle fonti d’acqua sotterranee che confluiscono nei bacini idrici che forniscono questo bene primario alla popolazione.

Gli altipiani sono stati dichiarati zone libere dall’estrazione di metalli nell’ottobre 2016 dalla prefettura di Azuay, annuncio al quale ha fatto seguito quello del Comune di Cuenca, nel gennaio 2017, esplicitando legalmente la proibizione di qualsiasi tipo di attività mineraria nel proprio territorio. Per capire la genesi del conflitto è necessario però tornare al 1998 e ai primi studi di fattibilità realizzati dalla multinazionale International Minerals Corporation (Imc) e completati nel 2006. Fin da quel momento si è generato un forte scontro tra Quito e Cuenca, tra il potere centrale e il governo locale, in relazione alla pertinenza e legalità del progetto di estrazione mineraria.

In questo contesto, nel 2012 Imc decise di lasciare il paese dell’America Latina e di vendere il progetto di Rio Blanco, decisione giustificata secondo la multinazionale dal clima di animosità sociale delle comunità locali e dalle richieste economicamente troppo esose dello stato ecuadoregno. Nel 2013 arrivò la cinese Junefield Group S.A e iniziò lo scontro che arriva ai nostri giorni.

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Rafael Correa – Foto: José Luis Torres/ Presidencia República Dominicana (via Flickr)

Indigeni dell’Ecuador e attività mineraria: quattro anni di scontri

Già nel 2017, anno di inizio dei lavori di sfruttamento della miniera, la popolazione di Rio Blanco aveva opposto una dura e agguerrita resistenza. Nell’agosto di quell’anno cominciarono sit in di protesta, durati 18 giorni, nelle installazioni della multinazionale, e il 24 settembre si replicarono le azioni di contestazione, ma nessuna risposta arrivò dalla Junefield Group S.A. Tanto che l’8 e il 9 ottobre si arrivò a un vero e proprio scontro fisico tra i comuneros e il servizio di sicurezza e i lavoratori della multinazionale. Nel maggio 2018, l’avvocato e candidato presidenziale per il movimento indigeno ecuadoregno nel 2021, Yaku Sacha Pérez Guartambel, appartenente al popolo indigeno ancestrale Kichwa Cañari, denunciò di aver ricevuto, insieme ad altri dirigenti, delle minacce di morte e di essere stato sequestrato dagli scagnozzi dell’impresa.

«Tre miei compagni (Mario Fárez, Víctor Hernández e Manuel Guayas) ed io siamo stati rapiti per sette ore dalla società di proprietà cinese Ecuagoldminig South América SA. Volevano bruciarci vivi. Ci accusavano di opporci all’estrazione mineraria e che li avremmo lasciati senza lavoro … Ho visto le taniche di benzina, maltrattamenti, ci sputavano addosso».

Yaku Pérez è uno dei leader preminenti del Movimento indigeno dell’Ecuador, composto dai gruppi indigeni comunitari, che a loro volta si articolano in federazioni. Le stesse sono raggruppate attorno a organizzazioni di secondo grado, annesse alla Conaie: la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, l’organizzazione madre che da sempre è l’organo che difende i diritti delle popolazioni indigene in Ecuador e che si rende protagonista delle grandi mobilitazioni nazionali, come quella dell’ottobre 2019 e quelle di questi mesi per la mancata trasparenza dei risultati elettorali del 7 febbraio.

I fatti di maggio portarono a una rapida scalata del conflitto, che arrivò direttamente ai tribunali, dove il 5 di giungo 2018 il giudice Oswaldo Guerrero sentenziò «l’accettazione dell’azione di protezione per aver violato il diritto a una consultazione preventiva, libera e informata, nelle comunità di Molleturo, in relazione al Progetto Río Blanco. Di conseguenza, ORDINA che tutte le autorità coinvolte, nel campo delle rispettive funzioni e, immediatamente, facciano SOSPENDERE le attività di sfruttamento che si stanno sviluppando nell’ambito del contratto di concessione denominato Río Blanco. Come misura di restituzione del diritto violato: effettuare una consultazione preventiva, libera e informata in conformità con la Convenzione Ilo 169».

Battaglia legale e consultazione in difesa dei fiumi

L’8 settembre 2020 il consiglio cantonale di Cuenca ha presentato la richiesta alla Corte costituzionale dell’Ecuador per fermare definitivamente l’estrazione di metalli nelle zone di ricarica idrica di cinque fiumiTomebamba, Yanuncay, Tarqui, Machángara e Norcay.

Questi fiumi rappresentano la vita delle comunità del cantone di Cuenca e della città capoluogo della provincia di Azuay. Come ricorda il giornale ecuadoregno El Mercurio, i progetti minerari operanti e con impatto su questi fiumi sono: nel bacino del fiume Tarqui, la concessione mineraria a Inv Minerales, situata nell’area della sorgente dei fiumi Irquis e Portete; nel caso del fiume Yanuncay, nella parte alta del suo bacino si trovano le concessioni delle società Green Rock Resources, Hanrine Ecuadorian Exploration and Mining e Inv Minerales; nel bacino del fiume Tomebamba c’è una concessione alla società Inv Minerales; nel suo bacino superiore sono presenti concessioni minerarie alle società Elpe S.A e Inv Minerales; infine, il fiume Norcay, nel cui bacino superiore si trovano le concessioni minerarie alle società Inv Minerales, Exportadora Aurífera e Ecuagoldmining South America S.A.

I fiumi Tarqui, Yanuncay e Tomebamba forniscono – attraverso gli impianti Sústag, Tixán e Cebollar – il 94% dell’acqua utilizzata nella zona di Cuenca. Il 18 settembre 2020 è arrivato il semaforo verde alla consultazione da parte della Corte costituzionale, che ha emesso parere favorevole sulla richiesta di proposta di consultazione popolare relativa al divieto di attività minerarie di grandi e medie dimensioni in cinque zone di fonti idriche situate nel cantone di Cuenca.

Il 7 febbraio, nel pieno fermento per le elezioni presidenziali e legislative in Ecuador, si è celebrato a Cuenca anche la tanto agognata consultazione popolare. Le cinque domande poste alla popolazione si possono riassumere in «Sì, vuoi fermare l’estrazione mineraria» o «No, non vuoi fermare i progetti delle multinazionali». Il sì ha vinto per plebiscito, con più dell’80% dei votanti che ha sancito la volontà di porre fine all’estrazione mineraria nella zona.

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Cuenca, Ecuador – Foto: Natalia Cartolini (via Wikimedia Commons)

Elezioni in Ecuador: nuove tensioni in arrivo

L’omicidio di Andrés Durazno a soli 40 giorni dalla consultazione popolare lancia chiari segnali di una guerra non ancora chiusaYaku Pérez, nel frattempo eletto prefetto della provincia di Azuay nel 2019 e candidato per il Movimiento de Unidad Plurinacional Pachakutik (Mupp-18) alla presidenza del Paese, potrà utilizzare la sua nuova fama internazionale per difendere quanto ottenuto nei tribunali e con la consultazione di febbraio, ma l’orizzonte continua ad essere incerto.

Con la decisione dell’autorità elettorale ecuadoregna di confermare il ballottaggio dell’11 aprile tra il candidato correista Andrés Arauz e il candidato delle destre, Guillermo Lassoescludendo così Pérez dalla contesa, si inaugura un nuovo momento di forte tensione nel paese. Il candidato di Pachakutik ha chiamato la sua base al voto nullo e per Cuenca e le comunità degli altipiani la vittoria di Arauz o Lasso potrebbe significare nuove liberalizzazioni allo sfruttamento minerario, vanificando quando ottenuto fino ad oggi.
[Diego Battistessa – Osservatorio Diritti]