Martedì 20 aprile 2021
«Gli Stati riconoscono il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e non costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o possa mettere a repentaglio la sua educazione, salute o sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale»: è quanto prevede l’articolo 32 della Convenzione più ratificata al mondo, quella sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989).

L’anno internazionale per l’eliminazione dello sfruttamento minorile

Ogni bambino che lavora
è una sconfitta per tutti

Organizzazioni non governative, società civile, scuola, istituzioni
e terzo settore sono chiamati a stringere un’alleanza globale
per liberare i 152 milioni di bimbi vittime di un mercato incivile.

«Gli Stati riconoscono il diritto del fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e non costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o possa mettere a repentaglio la sua educazione, salute o sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale»: è quanto prevede l’articolo 32 della Convenzione più ratificata al mondo, quella sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (1989). Trent’anni dopo la sua approvazione all’unanimità, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite lanciò un appello alla comunità internazionale perché si impegnasse nello sradicare ogni forma di sfruttamento minorile. Nella stessa occasione, sempre all’unanimità, proclamò il 2021 Anno internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile, riaffermando l’impegno degli Stati membri ad adottare «misure immediate ed efficaci» per porre fine, entro il 2025, a questa disumana schiavitù moderna e al reclutamento dei bambini soldato.

Su incarico dell’Onu, a indicare il percorso da qui al 2025, sarà l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo): tutti — le organizzazioni non governative, la società civile, la scuola, le istituzioni, il terzo settore — sono stati chiamati a stringere un’alleanza globale per liberare i 152 milioni di bimbi (di cui la metà sfruttati come manodopera in attività pericolose) vittime di un mercato incivile.

Non solo, la pandemia — che ha sottratto alla scuola oltre un miliardo di bambini in più di 130 Paesi — rischia di vanificare i risultati conquistati grazie al lavoro degli ultimi 20 anni, che aveva portato a un calo del 38 per cento del lavoro minorile nel pianeta, restituendo a 94 milioni di piccoli il diritto a istruzione e gioco.

Per tenere alta la guardia e per sensibilizzare tutta la comunità scolastica, durante la quarta edizione di Fiera Didacta Italia, il più ampio contenitore con protagonista la galassia della scuola e in cui rientrano numerose iniziative, attività e momenti di confronto tra docenti, educatori, dirigenti, aziende del settore, sono state proposte le testimonianze di esponenti del mondo della musica, dell’arte, della cultura e delle istituzioni, da anni impegnati a diffondere nelle scuole del Paese la coscienza dell’importanza di comportamenti responsabili. È importante rendere, fin da piccoli, i bambini consapevoli del significato e dell’impatto delle loro scelte, in quanto consumatori.

Conoscere gli squilibri e le disuguaglianze che minacciano la crescita di tanti bambini significa essere buoni cittadini e non accettare acriticamente sperequazioni e ingiustizie alla radice dello sfruttamento dei minori. Non a caso, alcuni programmi chiamano proprio i ragazzi a una partecipazione attiva, come nel caso di Scream (Supporting Children’s Rights through Education, the Arts and the Media) in cui scrittura creativa, arti visive, teatro, danza e, soprattutto, musica diventano gli “attrezzi” di lavoro sulla strada della formazione e del recupero di valori civili e sociali. Attraverso, quindi, la cultura praticata e vissuta, bambini e adolescenti, a scuola e in altri spazi di condivisione, sono invitati a esprimersi, proponendosi loro stessi come modelli di buone pratiche.

Scream — tradotto in 20 lingue e diffuso a livello mondiale — è cresciuto in modo esponenziale favorendo l’attiva responsabilizzazione dei giovani, il progressivo sostegno delle istituzioni e il sempre più ampio coinvolgimento del mondo dell’educazione. «Le peggiori forme di lavoro minorile, come la schiavitù, lo sfruttamento sessuale, l’uso di bambini nei conflitti armati o altri lavori illeciti e pericolosi, che compromettono la salute, la morale o il benessere psicologico dei bambini, non hanno posto nella nostra società» ha dichiarato Guy Ryder, direttore dell’Ilo, riflettendo sulla ratifica delle nazioni all’impegno nel contrasto al lavoro minorile. Ma la strada è in salita: dal rapporto congiunto Ilo-Unicef è emerso che una parte significativa di minori trattati o costretti al lavoro nelle catene globali di valore è collocata nella prime fasi, in attività come l’estrazione di materie prime e l’agricoltura, e che molti di loro potrebbero essere esposti alle forme di sfruttamento più pregiudicanti lo sviluppo psico-fisico e cognitivo.

«La pandemia ha inciso pesantemente sui redditi delle famiglie economicamente più fragili, lasciando senza occupazione molti genitori, portati ora a ricorrere al lavoro dei figli» ha aggiunto Ryder, auspicando che «non vengano meno protezione e assistenza sociale ai nuclei più bisognosi, dal momento che le politiche a tutela dell’infanzia sono efficaci solo se integrate in un quadro di iniziative per l’istruzione, la giustizia sociale e i diritti umani».

A queste parole ha fatto eco l’appello del direttore esecutivo dell’Unicef, Henrietta Fore. «In diversi Stati l’aumento di un punto percentuale nella povertà della popolazione comporta almeno lo 0,7 per cento di incremento del lavoro minorile, a dimostrazione che, con la chiusura delle scuole e la diminuzione della disponibilità di servizi sociali, un numero maggiore di minori finisce per essere sfruttato». A fianco dell’aggravamento di quest’ultimo periodo persiste una delle peggiori forme di sfruttamento, che vede i bambini delle favelas latino-americane o delle baraccopoli africane, o ancora delle megalopoli asiatiche, impiegati nell’accattonaggio e nel baratto, vivere di rifiuti e raccogliere cibo e scarti dalle discariche: nella sola Dakar, capitale del Senegal, 8.000 bambini sopravvivono in simili condizioni. Come liberare, poi, quel milione di piccoli ogni anno schiavi dello sfruttamento sessuale e le tante bambine, invisibili alle statistiche, costrette tra le stesse mura di casa a diverse forme di abuso domestico? Come re-immaginare il mondo post-covid, assicurandoci che i bambini in condizioni precarie abbiamo gli strumenti per affrontare tempeste simili in futuro? Quali misure mettere in atto per contrastare una recrudescenza del lavoro minorile?

Una protezione sociale estesa, che preveda anche un accesso più snello al credito per le famiglie fragili, aiuterebbe, ma soprattutto occorrono misure che incentivino il rientro dei bambini in aula e che eliminino la tassazione scolastica: a questo proposito, sarà necessario tenere presente che le bambine sono state le prime, durante la pandemia, a rinunciare alla scuola per prendersi cura della famiglia, e che più esposti a forme di discriminazione rischiano di essere ora gli adolescenti in età lavorativa (14-17 anni) appartenenti a minoranze o rifugiati. Ognuno di noi è chiamato a dare voce ai diritti di chi ancora voce non ha.
[Silvia Camisasca – L’Osservatore Romano]