I Vescovi del Ciad appellano alla pace e alla riconciliazione nazionale

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Sabato 24 aprile 2021
Lunedì scorso, 19 aprile, il presidente del Ciad Idriss Déby Itno è stato ucciso dai guerriglieri. I militari hanno preso il potere e lo deterranno per 18 mesi, hanno detto, fino a nuove elezioni. Secondo Fratel Enrico Gonzales, comboniano, ancora “un cambiamento è possibile e auspicabile: sua condizione essenziale è quella che i Vescovi chiamano riconciliazione, attuando una politica inclusiva che sia capace di farsi carico delle sfide del Paese”.

Ieri a N’Djamena si sono svolti i solenni funerali di stato del presidente ucciso Idriss Déby Itno. Vi hanno preso parte alcuni capi di stato africani e il presidente francese Emmanuel Macron. Al di là delle parole di circostanza pronunciate, colpisce che si sia avuta una legittimazione de nuovi potenti ciadiani: Emmanuel Macron a braccetto di Mahamat Idriss Déby Itno, figlio del defunto, è la rappresentazione di quella narrazione militare del Ciad che è più «vendibile» di altre.

Ragioni strategiche, la continuazione della guerra nel Sahel che vede la Francia direttamente coinvolta insieme al G5 Sahel, fanno sì che sia passato sotto silenzio – almeno ufficialmente – che il Consiglio Militare di Transizione, ha messo da parte il Parlamento e sospeso la Costituzione, dandosi 18 mesi per delle eventuali nuove elezioni. Senza parlare, poi, di almeno un tentativo di analisi critica circa l’operato del defunto Presidente.

Nel frattempo, cosa accade? I Vescovi, nel loro messaggio di condoglianze al popolo ciadiano, evidenziano due cose: la pace e la necessità di una vera riconciliazione nazionale. La vita di tutti i giorni riprende lentamente, anche perché è Ramadan – solitamente il ritmo quotidiano rallenta –, ma c’è, sotto sotto, una esigenza reale di cambiamento.

La situazione socioeconomica e sanitaria, oscurata dalla guerra al terrorismo e dalla narrazione di un presidente guerriero, ha oscurato tutto ciò. Un cambiamento è possibile e auspicabile: sua condizione essenziale è quella che i Vescovi chiamano riconciliazione, attuando una politica inclusiva che sia capace di farsi carico delle sfide del Paese.

Ultimo atto la morte di un uomo controverso, ultimo atto di una narrazione e politica esclusivamente militari. Inizio, forse, di un qualcosa di nuovo che, grazie al contributo di tutti i ciadiani, della comunità internazionale, sia in grado di trovare e praticare politiche che mettano al centro la dignità, il benessere e la sicurezza dei ciadiani, ben al di là dei cosiddetti clan.
Enrico Gonzales, mccj
Responsabile della «Tenta d’Abramo» a N’djamena

Ciad nel caos, le voci dei missionari:
“Qui non funziona niente. A farne le spese è sempre la gente”

Sulla situazione che si vive in Ciad, parlano i missionari italiani don Silvano Perissinotto e don Achille Bocci. Si teme un’escalation di violenze e un conflitto tra etnie e famiglie.

Don Achille Bocci con i bambini della missione di Djodo Gassa, in Ciad.

La notizia della morte del presidente del Ciad Idriss Déby Itno, 68 anni, ucciso lunedì 19 aprile negli scontri con i ribelli del Fronte per l’alternanza e la concordia nella provincia di Kanen, nel nord del Paese, rimbalza anche dalle missioni dove lavorano i fidei donum italiani. Don Silvano Perissinotto, fidei donum di Treviso, in missione a Fianga nella diocesi di Pala, nel Ciad meridionale, afferma: “siamo indubbiamente in una fase delicata. La mossa dei militari di formare il Consiglio nazionale di transizione, seppure mettendolo nelle mani del figlio del presidente ucciso, è pericolosa: siamo di fatto entrati in un regime militare”.

Lotte di potere. Il Consiglio, si legge nella nota rilasciata dai militari, dovrà traghettare il Paese per 18 mesi fino a nuove elezioni. “18 mesi non sono pochi – continua don Perissinotto – in una situazione come quella in cui si trova il Ciad, Paese poverissimo reso ancora più fragile dal Covid e dagli attacchi dei ribelli che scendono da nord”. “A farne le spese – afferma il missionario – è sempre e solo la popolazione: dove siamo noi, a sud, la scuola non funziona, la sanità è inesistente, per non parlare del sistema dei trasporti. Dietro gli scontri tra governo e oppositori c’è la lotta di potere per le ricchezze del Paese, per le sue materie prime”. Aggiunge: “da una parte c’è la Francia che appoggia il governo del presidente Deby, dall’altra i ribelli, sostenuti da Turchia e Stati arabi. Bisogna vedere adesso chi si muove e come. Da lì capiremo molte cose”.

Don Silvano Perissinotto con la popolazione della missione di Fianga, in Ciad

Quali le prossime mosse? “Bisogna capire se i ribelli avranno la forza di attaccare la capitale o meno”, specifica don Achille Bocci, fidei donum dalla missione di Djodo Gassa, sempre nella diocesi di Pala. “Qui al sud siamo troppo lontani per avere qualsiasi ripercussione concreta, siamo solo spettatori. Per la mia gente risulta molto strana la sequenza degli eventi: l’attacco dei ribelli al nucleo delle forze armate dove era arrivato domenica il presidente Bedy… Pare che i suoi blindati non siano stati capaci di aprire il fuoco sul nemico, nettamente inferiore di mezzi e uomini”.

Non cambia mai nulla. “Adesso si scatenerà sicuramente una difficile, lunga, subdola lotta di potere, prima di tutto all’interno dell’etnia di Débi stesso, gli Zagawa del nord est ciadiano, tra la sua grande famiglia Itno e l’altra grande famiglia degli Hagar da sempre sua rivale e concorrente, molto ricca e con esponenti di alto livello culturale. Questa nuova lotta di potere tra le due famiglie potrebbe chiamare in causa l’etnia dei Goran, nel nord ovest del Ciad, e ancora quella dei beduini dell’estremo nord. Insomma, nulla di nuovo per questo martoriato Ciad”.
[Paolo Annechini, redazione «Popoli e Missione» e «Noticum» – SIR]