P. Giulio Albanese: “Terre rare, l’Africa è la nuova frontiera”

Immagine

Sabato 15 maggio 2021
Si chiamano «Terre Rare» e sono richiestissime dal mercato internazionale. Rappresentano, infatti, il requisito indispensabile per realizzare un’infinità di prodotti tecnologici. Si utilizzano, ad esempio, per produrre superconduttori, microchip, magneti, fibre ottiche laser, schermi a colori con importanti proprietà di fotoluminescenza, il tutto con applicazioni non casuali alle tecnologie militari.

Su di loro puntano dei settori strategici del comparto industriale del cosiddetto Green Deal, come la chimica verde e l’economia rinnovabile. Sono indispensabili per la produzione di energia eolica, solare e per l’industria petrolifera e petrolchimica. Dal punto di vista chimico, stiamo parlando di un gruppo di diciassette elementi nella tavola periodica, dal lantanio (La), con numero atomico 57, al lutezio (Lu), con numero atomico 71, a cui si aggiungono lo scandio (Sc), con numero atomico 21, e l’ittrio (Y), con numero atomico 39. Gli elementi delle Terre Rare si riteneva che fossero presenti solo nei minerali rari, da cui il loro nome; in realtà sono diffusi in natura in un centinaio di minerali, sotto forma di ossidi, carbonati, silicati, fosfati, associati ad altri elementi (calcio, berillio, ferro, alluminio ecc.). Pertanto, ciò che rende particolarmente «rari» questi elementi è la loro scarsità di concentrazione, in altre parole non sono presenti allo stato puro in natura, ma risultano essere legati ad altri tipi di materiali.

Per l’estrazione degli elementi delle Terre Rare dai minerali che li contengono allo stato naturale si seguono diverse tecniche. Ad esempio, in quelli ricchi di carbonati si utilizzano trattamenti con acidi minerali (cloridrico, solforico ecc.), specie a caldo, o a calcinazione, vale a dire un processo di riscaldamento ad alta temperatura; mentre nel caso di minerali contenenti fosfati (monaziti) si ricorre spesso a sistemi di flottazione, che consistono nell’insufflare un determinato gas.

Purtroppo, durante il processo estrattivo possono comparire composti altamente contaminanti, come il fluoro, radioattivi, come l’uranio e il torio, con la conseguente creazione di eccipienti radioattivi e acque acide. Secondo Guillaume Pitron, autore del saggio “La guerra dei metalli rari” ( Luiss University Press, 2019), «il procedimento per separare [i metalli rari dai] minerali radioattivi a cui si trovano naturalmente associati nella crosta terrestre, come il torio o l’uranio, produce radiazioni in proporzioni non trascurabili». Da rilevare che per ricavare appena un chilogrammo di cerio vanno purificare 17 tonnellate di roccia. Un chilo di gallio ne richiede 50 e di lutezio ben 200.

Come osserva il biologo Davide Michelin, studioso di questioni ambientali «la purificazione di ciascuna tonnellata di Terre Rare richiede almeno duecento metri cubi di acqua che, al passaggio, si carica di acidi e metalli pesanti. Per essere smaltite esse devono necessariamente subire lunghi e costosi trattamenti chimico-fisici. Insomma, affinché una miniera di metalli rari sia redditizia è necessaria una tutela ambientale debole o, ancora meglio, del tutto assente».

Secondo le informazioni dello Us Geological Survey (Usgs) i Paesi che estraggono più Terre Rare nel mondo, oltre la Cina che è il primo produttore mondiale e da anni domina il mercato internazionale, ci sono gli Statiti Uniti, Myanmar, l’Australia, l’India e la Russia. Ma poiché la produzione di Terre Rare è destinata ad espandersi, a livello geografico, in quanto sia Stati Uniti che l’Europa vorrebbero rendersi meno dipendenti dalla Cina per la fornitura di questi minerali, l’Africa rappresenta, a detta di molti analisti, la nuova frontiera.

Da rilevare che nel continente africano, sebbene l’attività estrattiva sia limitata attualmente al solo Burundi, vi sono diversi depositi di Terre Rare in particolare nei Paesi dell’Africa Orientale e Australe, come Sud Africa, Madagascar, Malawi, Kenya, Namibia, Mozambico, Tanzania, Zambia. Il giacimento con le maggiori potenzialità è quello sudafricano di Steenkampskraal, situato nella provincia del Western Cape.

Si tratta di una miniera che dal 1952 al 1963 venne sfruttata per estrarre torio, metallo radioattivo utilizzato come combustibile nucleare. Successivamente si è scoperto che è la più ricca del mondo di monazite, minerale fosfatico di colore marrone-rossiccio, contenente il 45 per cento di ossidi di elementi delle Terre Rare. Evidenze geochimiche indicano che in parte della monazite sono presenti tra gli altri, neodimio, disprosio, praseodimio, terbio e gadolino, elementi fondamentali in numerose applicazioni industriali. Complessivamente, nella miniera di Steenkampskraal, circa il 14 per cento della roccia è composto da Terre Rare. Secondo Trevor Blench, presidente della Steenkampskraal Thorium Limited, «si tratta di un livello di concentrazione straordinario, tanto che non esistono valori paragonabili sull’intero Pianeta». Stando al sito ufficiale della società mineraria (https://www.steenkampskraal.com), gran parte del lavoro per riaprire la miniera è stato completato e l’attività estrattiva dovrebbe essere imminente.

Un altro sito importante è quello burundese di Gakara, nella provincia di Bujumbura, una ventina di chilometri dalla capitale. Si tratta dell’unico sito minerario attualmente operativo in Africa e copre una superficie di 135 chilometri quadrati. I primi rilevamenti geologici risalgono al 1936 per opera della società belga Somuki, ma la produzione di concentrati di Terre Rare dalla miniera è iniziata nel dicembre 2017. Attualmente la società britannica Rainbow Rare Earths detiene il 90 per cento di partecipazione nel progetto, mentre il restante 10 per cento è del governo locale. Dal punto di vista operativo, la licenza mineraria, valida per 25 anni, è stata concessa nel marzo del 2015 a Rainbow Mining Burundi, filiale della Rainbow Rare Earths. Gakara copre nove aree contenenti vene che oscillano tra le 262mila a 375mila tonnellate di bastnaesite e/o monazite.

Un altro giacimento africano di Terre Rare si trova a Songwe Hill nel Malawi sudoccidentale tra il lago Chilwa e il massiccio di Mulanje, a circa 70 chilometri dall’ex capitale Zomba e a circa 90 chilometri dalla città di Blantyre. Qui la Mkango Resources Limited, dopo aver svolto tre fasi di perforazione esplorativa nel 2011, 2012 e 2018, ha completato un rapporto tecnico nel gennaio 2019 e lo studio di fattibilità in corso dovrebbe concludersi nella seconda metà di quest’anno.

In Africa, le Terre Rare sono presenti anche in Gabon, Paese che si affaccia sul Golfo di Guinea il cui governo intende rilanciare il giacimento minerario di Mabounié, 42 chilometri da Lambaréné, nella provincia di Moyen-Ogooué, che possiede filoni di uranio ma anche Terre Rare e metalli particolari (niobio, titanio, tantalio, scandio). Nel frattempo altri Paesi africani hanno iniziato a sviluppare progetti a diversi stadi, e tra questi figurano: Namibia (Lofdal Heavy Rare Earths Project), Angola (Longonjo Project), Tanzania (Ngualla Rare Earth Project), Uganda (Makuutu Project) Madagascar (Tatalus) e Mozambico (Xiluvo ree Project).

Vista la rilevanza delle Terre Rare negli svariati settori chiave dell’industria tecnologica e soprattutto considerando la crescente domanda che viene dai mercati internazionali per rendere effettiva la transizione energetica, è evidente che a livello internazionale la partita geopolitica e negoziale è aperta. Ad esempio, sebbene la Cina sia leader mondiale nel business delle Terre Rare, dal 2018, ha avviato l’importazione di alcune di esse a causa della forte crescita di domanda interna e anche per ragioni ambientali. Considerando che le maggiori economie mondiali dipendono oggi dalle importazioni cinesi — rispettivamente l’80 per cento e il 98 per cento delle importazioni di Usa e Unione Europea provengono dalla Cina — è scontato che in un prossimo futuro saranno in molti a volersi assicurare il business delle Terre Rare africane.

Naturalmente, la preoccupazione della società civile e in particolare dei movimenti ambientalisti è che, essendo la biosfera africana già stata offesa in questi anni dalle attività estrattive di minerali di vario genere, le miniere di Terre Rare possano in futuro arrecare altri danni all’ecosistema. Urgono pertanto (e a dire il vero non solo in Africa…) politiche di approvvigionamento e di produzione rispettose sia dei diritti umani che dell’ambiente, nell’ottica della sostenibilità e dei criteri Esg (Environmental, Social e Governance).
[Giulio Albanese - L'Osservatore Romano]