Mercoledì 26 maggio 2021
Lo scorso lunedì pomeriggio, 24 maggio, Papa Francesco ha aperto a Roma la 74.ma Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana sul tema: “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita? Per avviare un cammino sinodale”. L’Assemblea, in programma fino a giovedì 27 maggio, apre di fatto il cammino sinodale richiesto alla Chiesa italiana dallo stesso Francesco. Il Papa desidera una Chiesa sinodale e cioè una comunità dove tutti, laici, pastori e vescovo di Roma, camminino insieme e insieme dialoghino per una riforma profonda. [©Fornito da
La Repubblica. Nella foto: Suor Nathalie Becquart]

In proposito pubblichiamo un testo scritto per "Vita e pensiero" da Nathalie Becquart (traduzione di Lorenzo Fazzini), l'unica donna con diritto di voto al Sinodo dei vescovi, sul tema "Da una Chiesa clericale a una Chiesa sinodale", in cui tratteggia un'ipotesi di riforma sulla via di Francesco: la pandemia impone una riforma profonda. Numerosi cristiani sono desiderosi di essere parte attiva delle decisioni ecclesiali: giovani e donne non si sentono sempre ascoltati e riconosciuti. La Chiesa diventa sinodo quando laici e clero respirano insieme. Nathalie Becquart è una suora francese dell’Istituto La Xavière, Missionnaires du Christ Jésus, congregazione femminile di ispirazione ignaziana. Per diversi anni è stata responsabile della pastorale giovanile nella Conferenza episcopale francese. Nel febbraio 2021 è stata nominata da papa Francesco sottosegretaria del Sinodo dei vescovi, un’istituzione permanente che ha il compito di aiutare e consigliare il Papa nel governo della Chiesa cattolica. Sarà la prima donna ad avere diritto di voto nel Sinodo. Questo articolo è tratto dal volume "C’est maintenant le temps favorable", pubblicato nel 2020 in Francia dalle Editions de l’Emmanuelle (89, Bd Auguste Blanqui – 75013 Paris; Isbn 978-2-35389-874-9).

Da una Chiesa clericale a una Chiesa sinodale

Inizio 2020. Nel giro di qualche giorno, dopo la Cina e i Paesi asiatici, l’Italia, la Francia, la Spagna e l’Europa intera, poi gli Stati Uniti hanno visto cambiare completamente la loro situazione. Ovunque nel mondo, a diversi intervalli, abbiamo dovuto far fronte a un’enorme crisi sanitaria che minaccia migliaia di vite umane, in particolare quelle dei poveri, dei più anziani, dei più vulnerabili, senza dimenticare i giovani, prime vittime della crisi economica e della disoccupazione. Il nostro mondo si è trovato completamente sconvolto, rivoltato da capo a piedi da un piccolo virus dalle conseguenze immense. Siamo entrati in uno spazio sconosciuto, un tempo di incertezza e abbiamo dovuto imparare un nuovo modo di vivere, restando a casa mentre il personale sanitario e altri eroi invisibili erano chiamati a uno sforzo lavorativo ulteriore. Come cristiani, abbiamo vissuto tutto questo in mezzo agli altri, solidali con tutti gli esseri umani, sperimentando come questa crisi ci riguarda, qualsiasi sia la nostra condizione, la nostra religione, sebbene questa crisi riveli e accentui allo stesso tempo le ineguaglianze socio-economiche già esistenti. Abbiamo così sperimentato come la Chiesa è profondamente incarnata nel mondo, radicata nella storia e inserita nel concreto dei contesti sociali, politici e culturali delle nostre società. La Chiesa è una realtà umano-divina, anche se talvolta possiamo dimenticarlo quando pensiamo a lei in maniera troppo astratta o idealizzata. Essa non può sfuggire alle condizioni umane, è sempre inserita e modellata da un contesto concreto. Non può negare la realtà né situarsi al di fuori del tempo e dello spazio. In questo modo le misure sanitarie per tenere a freno la pandemia ci hanno condotto a non poter pregare insieme nelle nostre chiese né a celebrare insieme i sacramenti.

Attraverso questa crisi che ora si prolunga con la seconda ondata, e che mette alla prova la nostra pazienza, dobbiamo far fronte a un vero cambiamento del mondo, che cambia anche la nostra Chiesa. E questo avvenimento ci ricorda quanto la Chiesa è profondamente immersa nel mondo, inserita nel tessuto delle nostre società. Oggi più che mai, forse, percepiamo come la Chiesa e il mondo sono in una relazione di reciprocità, come noi apparteniamo a questa comune umanità e come la Chiesa è chiamata a adattarsi, ad inculturarsi in contesti sempre nuovi e mutevoli, tentando di discernere quello che il Signore ci chiama a vivere in queste nuove condizioni.

La pandemia fra crisi umanitaria e crisi ecclesiale

Le conseguenze della pandemia sulla vita ecclesiale, e le misure pubbliche seguite, sono risultate diverse, ma senza dubbio la più visibile e quella che più ha colpito tutti è stata quella dello stop alle celebrazioni in presenza nelle parrocchie durante i periodi di quarantena. Proprio come succede in numerosi territori rurali in Francia a causa della mancanza di preti, o ancora più drammaticamente in regioni, come l’Amazzonia, dove alcune comunità cristiane possono vivere l’eucaristia solo una o due volte l’anno, i cristiani praticanti europei, in particolare quelli delle grandi città, abituati ad andare facilmente a messa, si sono trovati privati di questo sacramento centrale, «fonte e culmine della vita cristiana». Un certo numero di cristiani ha provato una vera mancanza eucaristica, fino talvolta a reclamare la possibilità di comunicarsi e/o la ripresa il più in fretta possibile delle celebrazioni pubbliche a qualunque prezzo. Molti si sono messi a pregare in un altro modo, da soli o in famiglia, attraverso liturgie domestiche o ancora con la scoperta della liturgia delle ore. Numerose comunità religiose hanno scoperto altre maniere di celebrare, mettendo in atto, per esempio, celebrazioni della Parola con molta creatività, e sperimentando anche la forza di celebrazioni presiedute da uno o dall’altro membro della comunità. In assenza di messe celebrate insieme in parrocchia, si è assistito, da parte dei pastori e dei fedeli, ad una pluralità di reazioni e proposte. Così come successo con le scuole e le università che hanno riportato in maniera massiccia i propri corsi online, la Chiesa ha dato prova di reattività e si è messa a diffondere rapidamente le proprie proposte su internet: messe online su  Youtube o talvolta su Zoom, rosari su Facebook, preghiere su Instagram, libretti in pdf per liturgie famigliari, meditazioni della parola di Dio sotto forma di riunioni Skype… senza dimenticare la possibilità di guardare le messe trasmesse la domenica dai maggiori canali televisivi. Per seguire la messa i cristiani disponevano, dunque, di una scelta tra un gran numero di alternative possibili: alcuni sono rimasti fedeli alla propria parrocchia e al proprio parroco, altri ne hanno approfittato per seguire la messa di un prete di loro conoscenza che poteva trovarsi a chilometri di distanza, o ancora quella del vescovo della diocesi. Infine, vi sono stati quelli che, nel mondo intero, si sono collegati con la messa quotidiana di papa Francesco.

Il principio territoriale che organizza da molto tempo l’organizzazione ecclesiale, quello della strutturazione geografica con la parrocchia, si è trovato decisamente sconvolto. Il che ha senza dubbio accentuato la tendenza al calo della pratica, secondo una logica che si indirizza talvolta verso una forma di «ultra-liberismo», secondo il quale ciascuno sceglie i propri luoghi di pratica religiosa e di attività cristiane secondo un modello consumeristico, ovvero la ricerca dell’offerta migliore.

Comunque, se molti hanno potuto essere nutriti da queste proposte di celebrazione su internet, che hanno donato ad alcuni il sentimento di essere uniti ad altri e di sperimentare qualcosa della comunità cristiana, durante la durata della quarantena abbiamo anche generalmente compreso che niente può sostituire la messa «in presenza». Questa crisi sanitaria, che mette particolarmente alla prova alcuni di noi, ci ha rivelato il nostro profondo bisogno di incarnazione. Noi siamo un’unità, corpo, anima e spirito. Non possiamo infischiarci della ricchezza di tutti nostri sensi che chiedono un incontro con gli altri, che passa tramite una presenza fisica che diventa concreta in uno stesso arco spazio-temporale. Anche se siamo diventati vicini su Zoom, Facebook o Skype, abbiamo sperimentato in un certo tempo il nostro forte desiderio di un incontro vero e diretto, il nostro bisogno di comunità. Forse abbiamo capito di più la dimensione costitutiva del nostro essere ecclesiale, che ha bisogno di riunirsi in un luogo concreto per celebrare. Non possiamo vivere per lungo tempo la nostra fede solamente o unicamente su internet. «Un cristiano solo è un cristiano in pericolo», si ripete spesso ai giovani. Bisogna sperimentare la presenza reale e concreta degli altri: essa ci parla della presenza di Dio tra noi, questo Dio che ha scelto di rivelarsi pienamente a noi tramite l’incarnazione del suo Figlio.

Per questo motivo la liturgia è un atto che implica la presenza dei corpi. L’eucaristia, come la descrive il Concilio Vaticano II, è l’atto di un’assemblea, un’azione del popolo di Dio che, tramite la comunione al corpo di Cristo, diventa lui stesso «corpo di Cristo», e non l’atto solitario di un prete. Si capisce perché le celebrazioni online pongono autentiche domande teologiche, anche se possono avere un senso sul piano pastorale e spirituale, perché non si può negare che siano state di aiuto a numerosi cristiani, in particolare quelli più isolati, nel pregare e vivere la dimensione comunitaria inerente alla nostra fede. Si è così assistito sui social network a diversi dibattiti assai virulenti tra coloro che sostenevano la messa su YouTube celebrata da un prete da solo, e quelli per i quali questa pratica diventa in realtà un problema.

Pertanto, attraverso questa esperienza di mancanza dovuta all’assenza delle eucaristie celebrate nella loro forma abituale, abbiamo potuto sperimentare in modo diverso, e in maniera forte, la presenza di Cristo che fa la Chiesa. Dio non ci abbandona. Si rende presente a noi in diverse maniera, la sua grazia non si limita ai sacramenti, essa ci è già pienamente donata tramite il nostro battesimo ed essa si dona a noi giorno dopo giorno secondo un principio importante da imparare a memoria: «Dio ci dona sempre la grazia di quello che egli ci chiama a vivere». Dobbiamo così cercare e discernere le modalità spirituali di cui abbiamo bisogno per attraversare questa situazione di incertezza e di prova, per affermare e vivere la nostra fede giorno dopo giorno. Non siamo privati di qualcosa nella nostra vita cristiana, possiamo contemplare Dio in tutte le cose, scoprirlo attraverso ogni aspetto della nostra vita quotidiana, riceverlo attraverso il libro della Parola, il libro della Creazione, in ogni incontro, in particolare nel servizio al fratello. Forse questo periodo di mancanza ha cambiato il nostro sguardo, ci ha aperto a scoperte insospettabili? Da parte mia, avendo avuto la possibilità di vivere il primo periodo di quarantena al Boston College, negli Stati Uniti, in un ambiente magnifico, immerso nel verde, sono stata particolarmente portata a nutrirmi della contemplazione della natura durante le mie piccole passeggiate quotidiane. Vedere giorno dopo giorno la natura riprendere vita in primavera dopo la stagione invernale, osservare apparire le gemme e poi vedere sbocciare i fiori, lasciarmi toccare dalla bellezza dei raggi del sole in riva a un laghetto d’acqua davanti alla mia finestra, tutto ciò mi ha dato la possibilità di comprendere come mai mi era accaduto la nostra connessione intima con la Creazione. Ho molto contemplato la presenza del Creatore nella sua creazione e così ho potuto meditare con dovizia gli insegnamenti della Laudato si’.

Questa esperienza della quarantena e gli obblighi causati da questa crisi si rivelano al contempo come una forma di prova che ci chiama ad una pazienza resistente; e allo stesso come un tempo favorevole, un’opportunità per pensare e vivere in maniera diversa la nostra fede, operando un discernimento su quello che il Signore ci chiede di vivere oggi, sia a livello personale che come Chiesa.

In conclusione, possiamo constatare che la diversità di pratiche liturgiche suscitate da questa pandemia ha fatto rilevare alcune tensioni intorno all’eucaristia, tensioni che ci mostrano come sia i laici che i preti risultino assai divisi su queste tematiche. Tensioni rivelatrici della complessità di una situazione in transizione, segnata dalla coesistenza di due modelli ecclesiali. Il primo, che ha le sue radici nel tempo prima del Concilio Vaticano II, e si è sviluppato nel corso dei secoli, propone una visione del prete incentrata sul culto. In questo caso il prete è definito anzitutto per la sua relazione all’eucaristia, vista principalmente come un sacrificio. Possiamo sicuramente fare delle sfumature, ma questo modello, per semplificare, si è sviluppato particolarmente a seguito del Concilio di Trento, come reazione alla Riforma protestante. La Chiesa viene così definita come una società perfetta e gerarchica, e si fa del prete un uomo del sacro, separato dai laici. Il secondo modello, ancorato nell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, che rimette al centro la comune vocazione battesimale di ogni battezzato, presenta la Chiesa come un mistero di comunione. Esso prende origine dalla tradizione della Chiesa dei primi secoli e dagli scritti dei Padri della Chiesa. Questa visione, attraverso il movimento teologico del «ritorno alle fonti», considera la Chiesa come un popolo in cammino pellegrinante su questa terra, e come una realtà che deve sempre riformarsi. Questa visione di Chiesa situa il prete il mezzo al popolo di Dio, in una relazione intrinseca con la comunità. Il prete, al seguito del vescovo, il cui primo compito è la proclamazione della Parola di Dio, è anzitutto visto nella sua relazione con la Parola e non è separato da una missione particolare al servizio della comunità. Tutti sono chiamati alla santità, tutti sono discepoli missionari e devono costruire insieme la comunità.

Le divergenze di giudizio sulla mancanza eucaristica, e la diversità di scelte pastorali durante i periodi di quarantena rispetto alla celebrazione in assenza dei fedeli, ci mostrano che la recezione del Vaticano II è lontana dall’essere terminata; non esiste oggi un consenso sulla maniera di comprendere e vivere l’eucaristia, né un’unica visione comune della figura del ministero dei preti e anche dei laici. Ma questa situazione diventa anche senza dubbio rivelatrice di alcune tensioni e contraddizioni inerenti al corpus del Vaticano II e della sua recezione plurale. La crisi sanitaria ha così messo in luce – come una lente d’ingrandimento – il conflitto tra concezioni differenti di Chiesa, segnali di questo lungo periodo di transizione nel quale ancora ci troviamo. Transizione tra una Chiesa clericale e una Chiesa sinodale, ovvero una Chiesa di soggetti attivi le cui parole-chiave sono comunione, missione, partecipazione, corresponsabilità. Proviamo dunque a esplorare quale può essere questa visione e questa messa in atto della pratica della sinodalità, come prospettiva per la nostra Chiesa oggi.

Verso un altro stile di Chiesa

Questa crisi multidimensionale che si sta dispiegando in un mondo che era già parecchio in mutazione ci pone dentro un ulteriore contesto di incertezza. Mentre ancora la crisi sta perdurando con la seconda ondata del virus, proprio quando attraversiamo le differenti fasi della pandemia confrontandoci con misure in evoluzione permanente, capiamo bene anche a che punto non disponiamo più di uno sguardo sui mesi che ci stanno davanti e dobbiamo ancora una volta essere pronti a riaggiustare i nostri progetti. Ci troviamo ancor di più in una sorta di «fluidità» e non possiamo restare fermi su pratiche inamovibili. Questo mondo segnato da un futuro incerto e imprevedibile ci chiama, più che mai, ad essere una Chiesa in movimento, una Chiesa in cammino, in ascolto dello Spirito, per discernere giorno dopo giorno come realizzare la nostra missione in queste condizioni sempre contingenti. Insieme ad altri, sento tutto questo come un invito ad andare ancora più avanti nella messa in atto di questa Chiesa sinodale cui aspira non solo papa Francesco ma anche numerosi cristiani, discepoli missionari desiderosi di essere parte attiva delle decisioni ecclesiali, cosa che domandano con insistenza numerosi giovani e donne che non si sentono sempre ascoltati e riconosciuti nei loro ambiti ecclesiali.

Ma cos’è questa sinodalità di cui si parla sempre più oggi come asse centrale del pontificato di papa Francesco e dell’attuale riforma della Chiesa che sta portando avanti? Per comprendere in cosa consista l’urgenza di sviluppare una Chiesa più sinodale, ovvero – secondo l’etimologia della parola sinodo, «camminare insieme» - una Chiesa dove tutti, laici, pastori, vescovo di Roma, camminano insieme, bisogna prendere le misure della posta in gioco di questa riforma della Chiesa. Riforma resa ancora più necessaria e urgente a seguito della crisi degli abusi sessuali, di cui scopriamo sempre più l’ampiezza, fatto che richiede un vero cambiamento per fare della Chiesa una casa sicura, sradicando ogni forma di abuso. La scoperta della dimensione sistemica di questa crisi e la sconfitta evidente dell’istituzione ecclesiale, nel corso degli anni, nel denunciare e prevenire non solo gli abusi su minori, ma anche ogni sorta di abuso di potere che spesso ne sono all’origine, insieme alla fine di un certo cristianesimo sociologico, tutto questo obbliga oggi la Chiesa a riscoprire e riconoscere umilmente la propria fragilità e la propria dimensione di peccatrice. Questa dinamica chiama la Chiesa a riesaminare le proprie strutture, i processi e le modalità di esercizio del potere al fine di riuscire a trovare cammini nuovi per ritrovare una più grande credibilità. E grazie a ciò, la sua capacità per meglio realizzare la propria missione, con essa autenticamente coerente. A questo scopo una visione globale della Chiesa, vista come una Chiesa sinodale, al contrario di una Chiesa clericale, può aiutarci a intravedere il cammino da prendere per rispondere a questa vocazione missionaria di annunciare il Vangelo a tutti. Bisogna far emergere insieme una nuova forma di Chiesa, e insieme di testimoniare Cristo nella cultura e nelle condizioni concrete delle nostre società secolarizzate e pluraliste.

In uno dei testi più importanti del suo pontificato – il discorso pronunciato il 17 ottobre 2015 durante il secondo Sinodo della famiglia, in occasione dei 50 anni dell’istituzione del Sinodo dei vescovi – papa Francesco ha chiaramente tratteggiato il cammino della sinodalità come la chiamata di Dio per la Chiesa nel XXI secolo: «Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Dimensione costitutiva della Chiesa – san Giovanni Crisostomo afferma che «Chiesa e sinodo sono sinonimi» -, la sinodalità si è particolarmente sviluppata nei primi secoli. La si riscopre oggi come un frutto del Concilio Vaticano II e del fatto che si pone in primo piano l’immagine della Chiesa come «popolo di Dio», in un approccio che fa primeggiare la dimensione comune della vocazione battesimale, questione più fondamentale di ogni differenziazione di vocazione o di ministero. In effetto, i padri conciliari, in quell’importante Costituzione dogmatica sulla Chiesa che è Lumen gentium, hanno compiuto la scelta deliberata di porre il capitolo 2 sul popolo di Dio a seguito del capitolo 1 sul mistero della Chiesa, e prima del capitolo 3 sull’episcopato. Viene così particolarmente messa in valore l’uguale dignità di tutti i battezzati, chiamati tutti alla santità e all’esercizio della missione (cfr il capitolo 5 sui laici). La sinodalità può così essere considerata oggi come una maniera di essere di agire nella Chiesa che favorisce la partecipazione di tutti i battezzati e delle persone di buona volontà nel quadro di un processo di discernimento che favorisce la corresponsabilità e la comunione al servizio della missione. Questo si traduce con il gesto del «camminare insieme» in una Chiesa pellegrina, una Chiesa in movimento, una Chiesa del popolo di Dio, dove ciascuno possiede una voce, viene ascoltato e prende parte attiva, qualsivoglia sia la sua età, il suo sesso o il suo stato di vita.

Nella visione di papa Francesco, la sinodalità è ugualmente legata alla nozione di conversione pastorale della Chiesa e alla valorizzazione della nozione di popolo di Dio, tema-chiave del suo pensiero teologico. Egli si ispira a una teologia venuta dall’America latina che vede il popolo come entità dinamica che si costruisce attraverso un complesso insieme di interazioni personali; il popolo diventa il vero soggetto della storia, attraverso l’elaborazione di una cultura che gli è propria. Per papa Francesco, come lui stesso ha affermato nell’intervista ad Antonio Spadaro apparsa nel settembre 2013 su La Civiltà Cattolica, «l’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare. Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori». Papa Francesco articola i due elementi chiave della teologia del popolo di Dio e della conversione pastorale per esprimere che il solo modo per la Chiesa di sbarazzarsi dei mali del clericalismo, e dunque riformarsi, è il coinvolgimento di tutti i fedeli. Egli considera che la gerarchia stessa non può arrivare a riformarsi da sola: «É impossibile pensare ad una conversione della nostra attività come Chiesa che non includa la partecipazione attiva di tutti i membri del popolo di Dio» (Lettera ai cattolici cileni, 31 maggio 2018). Ne possiamo dedurre un elemento molto importante per l’esercizio del potere da parte dei pastori. Essi devono ascoltare e integrare la voce dei fedeli, consultandoli per prendere delle decisioni. Al cuore della sinodalità, papa Francesco pone l’ascolto, un ascolto reciproco tramite il quale si esercita l’ascolto dello Spirito Santo: «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell'ascolto, nella consapevolezza che ascoltare “è più che sentire”. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo “Spirito della verità” (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli “dice alle Chiese” (Ap 2,7)» (Commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi. Discorso del Santo Padre Francesco, 17 ottobre 2015).

Questa visione dinamica e inclusiva della Chiesa ci fa dunque uscire da un modello puramente gerarchico. Ci invita a guardare alla Chiesa non in maniera statica, come a una fotografia che si fissa su un momento X, ma in modo dinamico e diacronico – come una realtà incarnata, concreta e dunque evolutiva. La sinodalità ci permette di intravedere una Chiesa in movimento, che si muove, tramite un approccio che integra la dimensione del tempo e della storia. La sinodalità è un processo, un cammino aperto che si dispiega nel tempo. Questa visione sinodale presenta la Chiesa nella sua dimensione storica, in uno stato di permanente nascita, in un processo di riforma sempre in atto. Ci fa percepire l’identità della Chiesa come una comunione organica, come un’identità dinamica, non statica. Si tratta di un’identità relazionale, nella comunione radicata nel mistero trinitario e in quello eucaristico. Questa identità di Chiesa in relazione con il popolo di Dio, che cammina in mezzo ai popoli del mondo, si manifesta attraverso il concetto di sinodalità come una Chiesa in pellegrinaggio, in emergenza, in genesi permanente. Ovvero una Chiesa che prende in carico le persone, partendo dalla base verso l’alto, in un approccio generativo che vede la Chiesa costantemente rinascere e reinventarsi, restando sempre la stessa, fedele a quella che è dall’origine. E questo tramite l’azione dello Spirito che crea la novità nella continuità. Questo approccio, capace di percepire e di rappresentare la Chiesa in un mondo mobile, liquido e in cambiamento, è fonte di ispirazione particolare per pensare e vivere la Chiesa in questo tempo di crisi e di identità. Infatti, la sinodalità designa un modo di essere e di lavorare nella Chiesa – giovani e anziani, laici, consacrati e preti, uomini e donne… – nel quale esistano l’ascolto reciproco, la condivisione e il discernimento, per arrivare a individuare insieme delle scelte pastorali da assumere di fronte alla crisi e ai bisogni del mondo in una realtà sempre cangiante.

Una Chiesa sinodale è una Chiesa relazionale dove tutto il popolo di Dio cammina insieme, dove tutti, battezzati discepoli missionari, qualsivoglia sia la loro vocazione e la loro posizione, si ritrovano nell’interdipendenza e nella mutualità. Il prete non esiste, dunque, fuori dalla comunità. Non è separato dalle persone presso le quali esercita il suo ministero. Quando diamo priorità alla vocazione battesimale, non possiamo più separare clero e laici, come fa il modello clericale. Il pastore è colui che in qualche modo «rappresenta» la comunità di cui fa parte. Tutti insieme sono chiamati ad essere una comunione in missione animata dallo Spirito Santo, una comunità missionaria dove ciascuno partecipa al discernimento. Da qui deriva il fatto che le decisioni pastorali dovrebbero essere prese nell’ambito di processi sinodali che esigono di ascoltare e coinvolgere tutti i protagonisti nella ricerca di un consenso. Il ministro che conduce e accompagna il processo sinodale assume la decisione finale a partire da tutto questo lavoro spirituale di ascolto e di discernimento. Questa maniera di elaborare insieme le decisioni può esser compresa attraverso la nozione importante di conspiratio, per usare un termine latino (etimologicamente, «respirare insieme», «essere animati dallo stesso spirito»), che possiamo tradurre con la parola «cospirazione» nel senso di unione. Nozione che, secondo le parole del teologo John Henry Newman, si può comprendere come «un respiro comune dei fedeli e dei pastori».

La sinodalità è anzitutto una pratica, uno stile di Chiesa, un modo di essere dei cristiani che poggia su alcune attitudini da sviluppare: l’ascolto, l’umiltà, la fiducia, la libertà, la fede e la preghiera, il dialogo e l’incontro, la partecipazione attiva e la ricerca della comunione per la missione. Essa suppone e produce una Chiesa umana e inculturata, una Chiesa pienamente immersa nel mondo e in dialogo con la cultura contemporanea, una Chiesa fragile e umile che si riconosce contemporaneamente santa e peccatrice, che vive della misericordia che lei stessa annuncia, una Chiesa coraggiosa e creativa che assume dei rischi e non ha paura di sperimentare nuovi cammini, anche accidentati. In breve, una Chiesa in uscita che non separa la liturgia dal servizio andando nelle periferie per diventare questo «ospedale da campo» aperto a tutti i feriti della vita che questa crisi attuale rende ancora più necessario.

Passare da una Chiesa clericale centrata sul prete concepito come separato, ovvero superiore ai laici, a una Chiesa sinodale basata sulla corresponsabilità di tutti i battezzati, domanda di formare «leader» e pastori collaborativi. Ovvero, agenti pastorali capaci di lavorare veramente in èquipe e di ascoltare profondamente l’insieme dei battezzati, ma ancor più «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» (Gaudium et Spes, 1). Non v’è dubbio che il prossimo Sinodo dei vescovi, annunciato per il 2022 sul tema «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione», potrà spingerci più avanti su questo cammino di sinodalità che la pandemia da coronavirus ci domanda di intensificare, perché ci dona la possibilità di ascoltare in questo kairos un forte invito al rinnovamento della Chiesa e della società.
Fornito da La Repubblica]