Martedì 25 maggio 2021
Oggi, 25 maggio, si celebra la Giornata dell’Africa. Il continente in cui l’homo sapiens mosse i suoi primi passi per poi migrare, circa 60 mila anni fa, in tutto il pianeta è considerato la «culla dell’umanità». Stiamo parlando dell’Africa, la terra dei nostri antenati che, stando all’analisi del Dna dei resti umani del più vecchio rappresentante della nostra specie in Europa, rinvenuti lo scorso anno nella grotta di Bacho Kiro, in Bulgaria, giunse in Europa circa 45 mila anni fa.

Ma l’Africa merita rispetto non solo per le memorie di tempi ancestrali o per le sue straordinarie bellezze paesaggistiche, ma anche e soprattutto perché è stato uno straordinario laboratorio di saperi e di civiltà millenarie come quella egiziana e axumita. Pertanto chiunque abbia viaggiato o vissuto in quelle terre, anni luce distanti dall’immaginario occidentale, ha il dovere di affermare, nei confronti dell’Africa, quel riscatto e riconoscimento a lei dovuto. Di conseguenza è doveroso ogni anno celebrare l’odierna Giornata mondiale dell’Africa che coincide con la data di fondazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (Oua), progenitrice dell’attuale Unione Africana (Ua).

Era il 25 maggio del 1963, quando essa nacque, ad Addis Abeba, e da allora, il continente è molto cambiato, sebbene il Panafricanesimo, così come era stato concepito dai padri fondatori dell’Oua, come il ghanese Kwame N’Krumah, o il senegalese Léopold Sédar Senghor, non pare abbia ancora trovato un felice riscontro nella multiforme prassi sociale, politica ed economica. Basti pensare alle situazioni di conflittualità in atto nella macro regione subsahariana: dalla Somalia, al settore orientale della Repubblica Democratica del Congo; dalla regione settentrionale etiopica del Tigray, alla Repubblica Centrafricana...

E cosa dire dei pesanti condizionamenti derivanti dalla sponda mediterranea (in particolare la crisi libica) con la costante penetrazione di cellule jihadiste nella fascia saheliana? Per non parlare degli antichi mali, quello ad esempio, dell’esclusione sociale e del deficit di virtuosismo da parte di alcune leadership locali. In effetti, fenomeni come il land grabbing (il cosiddetto accaparramento dei terreni da parte di imprese straniere) — con modalità diverse, a seconda delle aree geografiche — unitamente allo sfruttamento della manodopera, sono fenomeni ben radicati in molti Paesi. Se a tutto ciò aggiungiamo, la crisi economica scatenata dalla pandemia del coronavirus, la debolezza del sistema sanitario continentale, gli effetti dei cambiamenti climatici, il tanto declamato «Big Deal» africano andrebbe quantomeno ridimensionato.

Occorre comunque riconoscere che a livello continentale, vi è un’irreversibile e significativa maturazione del diritto di cittadinanza, attraverso l’impegno condiviso da parte di associazioni, gruppi e movimenti, espressioni qualificate della società civile. Si tratta di realtà che in molti casi sono nate e cresciute all’interno di comunità ecclesiali che da decenni sono in prima fila nel promuovere lo sviluppo sostenibile e la giustizia sociale. Debitamente valorizzate, potrebbero certamente rappresentare il vivaio delle future classi dirigenti in grado di servire con maggiore dedizione la Res Publica. Una cosa è certa: l’esodo delle popolazioni afro che sta interessando l’Europa e tanto preoccupa le cancellerie del Vecchio Continente, prim’ancora che essere una crisi umanitaria è una crisi di conoscenza dell’Africa. Un’operazione resa difficile dai forti condizionamenti dell’apparato massmediale generalista, renitente davanti alle prospettive di un dibattito sul merito dei reali problemi delle periferie del mondo. Il consesso europeo contesta all’Africa l’emigrazione clandestina, il terrorismo, i traffici illeciti e la corruzione. Come se toccasse solo all’Africa risolvere le contraddizioni del mondo globalizzato. Sarebbe un imperdonabile errore continuare a giudicare il presente «con l’occhio dello straniero» che, come recita un proverbio della tradizione Dogon, «vede solo quello che già conosce».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]

L’Africa che non ha pace

Nel giorno in cui si celebra la Giornata mondiale dell’Africa, dal continente — troppo spesso dimenticato dai mezzi di comunicazione — giungono ancora una volta notizie drammatiche. In Mali si registra infatti un nuovo colpo di Stato, il secondo in meno di un anno, che rischia di far precipitare il Paese in un’ennesima spirale di instabilità politica e di violenza, con conseguenze dolorose per una popolazione stremata da anni di conflitti, insicurezza e povertà estrema.

Il golpe avrebbe avuto luogo a poche ore da un rimpasto del governo di transizione, che non includeva due ministri vicini alla giunta militare al potere dall’agosto 2020. Un numero imprecisato di militari muniti di armi pesanti, dopo aver lasciato ieri la base di Kati, alle porte di Bamako — la stessa da cui partì il golpe che portò alla destituzione del presidente Ibrahim Boubacar Keïta — hanno arrestato il presidente, Bah N’Daw, e il primo ministro, Moctar Ouane.

Dura la reazione da parte della comunità internazionale. In una dichiarazione congiunta, la missione dell’Onu in Mali (Minusma), l’Ecowas, l’Ua, l’Ue e gli Stati Uniti chiedono l’immediata e incondizionata liberazione «del presidente e del premier di transizione arrestati in giornata insieme con alcuni collaboratori». «Chiediamo il ritorno alla transizione democratica: quello che è successo è grave e serio. Siamo pronti ad adottare le misure necessarie», ha detto il presidente del Consiglio europeo Charles Michel.
[L’Osservatore Romano]