Opere d’arte africane trafugate in epoca coloniale. Diritto alla restituzione

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Sabato 5 giugno 2021
Molti dei lettori di questo giornale ricorderanno che un tempo a Roma, di fianco alla sede della Fao e di fronte al Circo Massimo, sorgeva nel bel mezzo di piazza di Porta Capena, l’obelisco di Axum, 24 metri di roccia silicata (materiale simile al granito) a base quadrata, pesante 160 tonnellate. (...)
[L'Osservatore Romano]

Razziato nel 1937 dalla valle di Axum (nel nord dell’Etiopia e oggi teatro di una sanguinosa guerra civile), dove probabilmente indicava con altre 66 steli, un’antica necropoli regale, il monumento era stato un dono del ministro delle Colonie, Alessandro Lessona, a Benito Mussolini per celebrare il quindicesimo anniversario della Marcia su Roma. La restituzione della stele era prevista dall’articolo 37 del Trattato di pace tra Italia ed Etiopia del 1947. Più volte oggetto di dispute diplomatiche, la consegna del monumento venne confermata nel 2002 dall’allora sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica. La restituzione dell’obelisco fu ufficialmente celebrata ad Axum il 4 settembre del 2008 alla presenza di migliaia di persone, delle massime autorità etiopi e della delegazione governativa italiana. Si trattò di un evento che andò ben al di là delle relazioni tra Etiopia ed Italia.

Infatti, il 12 luglio del 2002 la richiesta era stata formulata dai capi di Stato e di governo dell’allora neonata Unione africana (Ua), istituita soltanto 2 giorni prima a Durban (Sud Africa). «L’obelisco non è solo un monumento, è l’icona di una civiltà» ha commentato l’africanista Andrea Semplici, precisando che «la stele portata a Roma, decorata sui quattro lati, è considerata la più bella, la più raffinata, il vero capolavoro dell’arte axumita». Questa restituzione ebbe un’eco internazionale, non fosse altro perché portò nuovamente alla ribalta il dibattito sulla restituzione delle opere sottratte agli africani in epoca coloniale.

Tale periodo storico fu profondamente segnato da una lunga serie di eventi che condizionarono la vita delle comunità native delle aree conquistate sotto ogni aspetto, non ultimo quello riguardante i beni culturali. Sebbene inizialmente le relazioni tra l’Europa e le colonie fossero principalmente finalizzate al commercio, il giogo coloniale venne percepito dalle popolazioni autoctone come una privazione della libertà con conseguenze devastanti su milioni di uomini e di donne costretti alla schiavitù nella propria terra o nelle lontane Americhe.

Accanto ad oggetti creati dall’uomo, i cosiddetti artificialia, vennero raccolti dai colonizzatori reperti naturali d’ogni genere, i naturalia, accostati gli uni agli altri seguendo un ordine casuale oppure per scopi ornamentali; tutti reperti ai quali poteva essere attribuito un determinato valore, a volte inestimabile, testimonianza tangibile di un viaggio o di una presenza nelle lontane terre africane. Successivamente, con lo sviluppo degli studi antropologici crebbe in particolare l’interesse per i manufatti prodotti dalle popolazioni afro, col risultato che all’inizio del XX secolo artisti e personalità altolocate fecero a gara nel Vecchio Continente per possedere almeno un esemplare di quella che venne conosciuta come art nègre, peraltro fonte d’ispirazione per le varie avanguardie del tempo. Basti pensare ai volti del celebre dipinto Les demoiselles d’Avignon (1907) di Pablo Picasso, nel quale si colgono i lineamenti, in una figura in particolare alquanto grotteschi, tipici delle maschere africane. E cosa dire della spedizione francese Dakar-Gibuti, avvenuta a cavallo tra il 1931 e il 1933?

Dai diari dell’antropologo Michel Leiris si evince che il furto e l’acquisto forzato furono i metodi più comuni e che mai si tenne conto del valore culturale e soprattutto spirituale che questi oggetti potessero custodire nell’immaginario cultuale delle comunità locali.

È interessante notare, come prima della spedizione francese venne pubblicata una guida, intitolata Instructiones sommaires pour le scollecteurs d’objects etnographiques, contenente informazioni dettagliate su come doveva avvenire metodologicamente la raccolta e persino la catalogazione dei reperti, senza porre alcuna questione di tipo etico, neanche per quanto riguardava l’equità del compenso o lo stesso consenso da parte delle popolazioni afro. Un altro esempio emblematico riguarda l’acquisizione da parte del Regno Unito di quelli che sono comunemente conosciuti come Bronzi del Benin, in parte ora conservati al British Museum di Londra.

Da rilevare che l’ideologia coloniale trovò un grande sostegno dalla graduale e persistente diffusione delle teorie evoluzioniste, le quali si manifestarono già nel corso del XVIII secolo con personalità quali George-Louis Leclerc, conte di Buffon, e alla sua opera Histoire Naturelle (1979), ma che conobbero una grande diffusione a partire dal 1871. In tale anno vennero infatti pubblicati sia Primitive Culture di Edward Burnett Taylor, che Descent of Man di Charles Darwin. Le argomentazioni alla base di questa presunzione civilizzatrice servirono infatti a classificare le popolazioni locali in modo alquanto dispregiativo come «selvaggi» o «primitivi», tanto che i due termini divennero ben presto sinonimi, utilizzati per indicare quelle etnie geograficamente e culturalmente lontane dall’Europa.

È dunque evidente che i manufatti afro lasciarono i territori coloniali seguendo i metodi più svariati. In molti casi si trattò di furto e di saccheggio, ma anche di baratto e di consegne più o meno volontarie, con le giustificazioni più svariate di carattere razziale, sociale e religioso. D’altronde la presunta superiorità culturale dei colonizzatori induceva al disprezzo della fenomenologia spirituale delle etnie locali, tacciate spesso di superstizione e di assecondare meri costumi barbarici, con l’obbligo di ripudiare la propria religione tradizionale anche attraverso la distruzione o la messa al bando di quegli oggetti che contribuivano a fare di loro degli idolatri. Alcuni missionari europei trasferirono comunque nei loro rispettivi Paesi d’origine certi manufatti con l’intento di studiarne il significato e la simbologia. Sta di fatto che il tema della restituzione dei beni culturali afro ha cominciato a svilupparsi solo nella seconda metà del secolo scorso, in coincidenza con la stagione delle indipendenze africane.

Il problema di fondo è che manca tuttora un trattato internazionale che regoli la restituzione di quanto è stato trafugato a quei Paesi che patirono l’onta coloniale. Questa lacuna si spiega con il fatto che ai territori colonizzati non venne mai applicato il diritto di guerra, dal momento che secondo il diritto internazionale non erano considerati come territori occupati ma come parte integrante dello Stato colonizzatore. C’è inoltre da considerare che la cosiddetta epopea coloniale durò in alcuni casi secoli e interessò aree geografiche vastissime, col risultato che si susseguirono diverse forme di gestione dei territori d’oltremare (colonie, protettorati…).

Per questo motivo è difficile stilare un trattato internazionale che sia uniforme e adatto ad ogni specifica fattispecie. Non sono infine applicabili nemmeno la Convenzione dell’Unesco del 1970 o quella dell’Unidroit del 1995 che trattano di restituzione di beni culturali in tempo di pace, dal momento che tali normative sono prive di effetto retroattivo. Ciò non toglie che si stanno registrando dei passi avanti in questi ultimi anni a livello bilaterale. Lo scorso marzo, ad esempio, la University of Aberdeen (Scozia) ha decretato la restituzione di una scultura raffigurante la testa di un Oba (re) di bronzo trafugata, insieme a migliaia di altre opere, nel 1897 dall’esercito britannico, durante il sacco della città di Edo (oggi Benin City) in Nigeria. La scultura era stata acquistata dall’Università ad un’asta ed è considerata un magnifico esempio di arte del popolo Edo, rinomato per la sua tradizione di lavorazione dei metalli di alta qualità almeno dal XVII secolo.

Un gesto, quello dell’ateneo scozzese, in linea con la decisione, da parte delle autorità francesi, di restituire entro quest’anno 26 opere prelevate dall’esercito francese ad Abomey, in Benin, nel 1892 e conservate finora nel museo parigino di Quai Branly. Nel frattempo, il ministero degli Esteri tedesco ha avviato le trattative per il ritorno in Nigeria di oltre 250 sculture. Anche i musei statunitensi, sotto lo sprone della Smithsonian Institution, hanno discusso recentemente sulla necessità di allestire una task force per gestire il complesso processo di rimpatrio delle opere trafugate in Africa dagli ex colonizzatori. Trentotto musei americani ospitano più di 120 esemplari.

Alcune delle collezioni più significative si trovano al Metropolitan Museum of Art di New York, al Museum of Fine Arts di Boston, al Field Museum di Chicago e al National Museum of African American History and Culture della Smithsonian Institution. Questi sono accenni sommari di alcune tra le più recenti iniziative riguardanti la restituzione al continente africano dei beni culturali sottratti durante l’occupazione coloniale. Secondo il gallerista congolese-belga Patric Didier Claes «il 99 per cento delle opere d’arte classiche africane oggi si trova fuori dall’Africa». In un’intervista al quotidiano «Le Monde», il gallerista si è rammaricato dell’inesistenza di un mercato per l’arte classica africana nel continente. E invita gli africani a difendere la loro eredità.
[Giulio Albanese – L'Osservatore Romano]