Venerdì 25 giugno 2021
Un numero in costante crescita negli ultimi anni. Tre quarti di queste persone in fuga restano nel paese d'origine. Un terzo si concentra solo nella Rd Congo e in Sud Sudan. Con nuove aree di crisi in Etiopia e Mozambico. [Nella foto: Rifugiati burundesi in Tanzania (Credit: CGTN). Testo:
Nigrizia]

Uno studio fotografa la situazione
delle migrazioni forzate nel continente africano

Sono 32 milioni gli sfollati interni in Africa. Per motivi diversi sono stati costretti a lasciare le loro case, le loro comunità, la loro vita, per rifugiarsi in altri luoghi. Rifugiati, appunto, richiedenti asilo. Spostamenti forzati che nel corso di un decennio non hanno fatto che aumentare. Erano 29 milioni lo scorso anno. Molti di loro non vanno lontano, almeno i tre quarti (24 milioni) rimangono all’interno del proprio paese, ma verso posti che ritengono (o sperano che siano) più sicuri.

Sono dati forniti dall’Africa Center for Strategic Studies (Acfss) che mettono naturalmente in rilievo il legame tra instabilità, violenze, insicurezza alimentare, fuga. Dalle analisi risulta che dieci paesi sono responsabili dell’88% degli sfollamenti forzati (28 milioni), paesi in cui è in atto un conflitto. Sette di questi hanno governi autoritari.

Di pari passo è cresciuta l’estrema insicurezza alimentare, del 60% lo scorso anno, situazione aggravata dalla pandemia, ma anche dalla crisi climatica, dall’instabilità politica, dal crescere delle attività terroristiche e dei gruppi armati. Lo scorso anno oltre 100 milioni di africani hanno affrontato livelli critici, di emergenza o “catastrofici”, di insicurezza alimentare. Anche in questo caso nove su dieci dei paesi colpiti da questo dramma sono in conflitto.

Nuove e vecchie aree di crisi

Il maggior numero di sfollati interni, almeno un terzo, è nella Repubblica democratica del Congo – si tratta di 6 milioni di persone. Segue il Sud Sudan con 4 milioni di sfollati su una popolazione di appena 11 milioni di abitanti. La maggior parte di loro, in questo caso, sono riusciti ad attraversare i confini e a trovare rifugio in paesi limitrofi: Uganda, Sudan, Etiopia.

Per quanto riguarda quest’ultimo, il conflitto del Tigray iniziato a novembre dello scorso anno, ha già registrato 1.8 milioni di movimenti forzati e va anche ricordato che, dal canto suo, l’Etiopia ospita 800mila rifugiati da paesi vicini. Uno dei paradossi di aree instabili dove le persone sono costrette a muoversi in zone e paesi che a loro volta sono diventati pericolose per i suoi abitanti.

Anche la Nigeria è al centro di una grave crisi interna dovuta ai violenti attacchi di Boko Haram e dello Stato islamico, soprattutto nella regione del Nord-Est. Risultano sfollate 2,5 milioni di persone. Mentre la paura dei rapimenti, diventati ormai prassi per i gruppi criminali che si finanziano con il riscatto chiesto alle famiglie, ha determinato la fuga di oltre 800mila persone, soprattutto nell’area nord occidentale del paese.

Il Sudan, invece, conta 2,5 milioni di sfollati interni, ma ospita anche 1,1 milioni di rifugiati, la maggior parte dei quali dal Sud Sudan e dall’Eritrea. Anche in Burkina Faso è aumentato il numero degli sfollamenti forzati: 1,2 milioni. Un aumento di nove volte rispetto al 2019, fa notare l’Acfss, dovuto agli atti violenti contro la popolazione civile da parte di gruppi di terroristi di matrice jihadista. Infine, il Mozambico che negli ultimi mesi ha visto l’insorgenza, nel Nord del Paese, del gruppo Ahlu Sunnah wa Jama’a (Aswj) che ha fatto aumentare in modo considerevole il numero delle persone costrette a scappare: da 211mila a 668mila solo nell’ultimo anno.

Scarsa protezione, futuro incerto

L’istituto di ricerca fa notare che per gli sfollati che rimangono all’interno dei confini nazionali non si applicano i diritti di protezione contenuti in strumenti internazionali come la Convenzione del 1951 sui rifugiati, né quella del 1969 dell’Unione africana, né la Convenzione di Kampala. A meno che il governo stesso non decida – ma senza obbligo, appunto – di farlo. Tutto ciò rende questi individui particolarmente vulnerabili, anche perché, una volta lasciate le loro case, il ritorno è davvero difficile, se non impossibile. Una volta scappati si apre, insomma, un futuro incerto e imprevedibile.

In tutto il mondo (dati del 2020) gli sfollati interni sono 55 milioni, 48 milioni come risultato di conflitti e violenze e 7 milioni a causa di disastri (questi ultimi soprattutto nelle aree asiatiche). E di questi 48 milioni la maggior parte, appunto, concentrati nel continente africano (Siria, Yemen, Afghanistan e Colombia gli altri paesi dove gli spostamenti forzati hanno riguardato buona parte della popolazione).
[Antonella Sinopoli – Nigrizia]