Sabato 26 giugno 2021
La scomparsa di Kenneth David Kaunda [a destra, nella foto, con Nelson Mandela], noto anche con l’acronimo «KK», avvenuta il 17 giugno scorso, è passata quasi inosservata sulla grande stampa internazionale. Eppure, per coloro che hanno seguito le vicende africane del ‘900, la sua figura ha un grande valore storico rispetto al quale vale la pena riflettere.

Infatti, si tratta del primo capo di Stato zambiano, un leader politico che ha accompagnato il processo di decolonizzazione a livello continentale assieme ad altri personaggi di spicco come Nelson Mandela (Sud Africa), Julius Nyerere (Tanzania), Agostinho Neto (Angola), Samora Machel (Mozambico), Robert Mugabe (Zimbabwe) e al namibiano Sam Nujoma (l’unico dei cosiddetti «Padri della Patria» ancora vivente nell’Africa Australe). Protagonista della lotta di liberazione, presidente dello United National Indipendence Party (Unip) dal 1960, Kaunda divenne presidente dello Zambia a seguito dell’emancipazione del suo Paese dalla ex Rhodesia nel 1964.

Mantenne la carica di capo dello Stato per 27 anni e uscì dalla scena politica dopo aver perso le elezioni nel 1991. Era nato il 28 aprile 1924 nella Missione di Lubwa, appartenente alla Livingstonia Mission della United Free Church of Scotland, nella località di Chinsali, situata in quella che allora era la provincia settentrionale della Rhodesia del Nord (oggi Zambia), all’epoca amministrata dalla British South Africa Company (Compagnia dell’Africa meridionale britannica, Bsac) che ebbe tra i fondatori Cecil John Rhodes (Bishop’s Stortford, 5 luglio 1853 — Muizenberg, 26 marzo 1902). Questo particolare è molto importante per comprendere il contesto nel quale KK venne alla luce. Infatti, sebbene Cecil Rhodes fosse già scomparso da 22 anni, l’indirizzo politico impresso da questo imprenditore britannico si procrastinò nel tempo per lunghi anni riuscendo ad imprimere un’accelerazione esponenziale all’evoluzione storica dell’Africa coloniale.

Uomo d’affari alquanto spregiudicato, aveva costruito la sua enorme fortuna economica sfruttando le immense ricchezze naturali dell’Africa Australe. Cecil Rhodes investì gran parte del suo denaro nel business dei diamanti a Kimberley dando vita alla multinazionale De Beers nel 1888. A 23 anni era già diventato così ricco da potersi permettere di finanziare la costruzione della ferrovia fra Città del Capo e Kimberley. La sua sete di ricchezza è ben rappresentata da una sua celebre frase: «All of these stars... these vast worlds that remain out of reach. If I could, I would annex other planets» (tutte quelle stelle... quegli immensi mondi che restano fuori dalla nostra portata. Se potessi, annetterei altri pianeti). Da rilevare che proprio a lui venne intitolata la colonia britannica della Rhodesia (la cui parte settentrionale divenne poi il moderno Zambia).

KK, ultimo di otto fratelli, crebbe in questo milieu culturale, trasversale alla dominazione britannica nell’Africa Australe. Suo padre, David Kaunda, era un missionario e un maestro della United Free Church of Scotland, originario del Nyasaland (odierno Malawi). Kaunda studiò a Lusaka, e intorno ai vent’anni ottenne l’abilitazione all’insegnamento, attività che svolse come maestro nelle scuole missionarie di Lubwa e Mufulira. All’inizio degli anni ‘50 la politica divenne la sua scelta di vita: in un primo momento mobilitò la popolazione afro contro l’amministrazione britannica a tal punto che nel 1955 subì una condanna ai lavori forzati per aver distribuito materiale sovversivo. Successivamente, venne incarcerato prima a Lusaka e poi a Salisbury (oggi Harare). Nel luglio del 1961, Kaunda iniziò una campagna di disobbedienza civile denominata «Cha-cha-cha» (era il nome di una danza popolare comunitaria; e l’espressione potrebbe essere tradotta in italiano «Affronta la musica») e tre anni dopo, il 24 ottobre 1964, divenne il primo presidente dello Zambia indipendente.

Purtroppo, appena assunse la massima carica dello Stato, si dovette confrontare con i seguaci della profetessa Alice Lenshina, fondatrice della Chiesa indipendente di Lumpa. Vietando ai propri adepti di partecipare alla politica, questa setta venne accusata da KK d’essere connivente con le minoranze bianche che volevano controllare il Paese. La crisi sfociò in una serie di scontri e sebbene Kaunda tentò in un primo momento la via della mediazione negoziale, si trovò poi costretto a sopprimere la dissidenza, dichiarando lo stato d’emergenza e facendo ricorso alla forza delle armi. Stando alle cronache del tempo, persero la vita un migliaio di persone. Fu una decisione che compromise la sua reputazione, anche perché il suo concetto di liberazione si opponeva, almeno idealmente, alla violenza. Non a caso sfoggiava sempre un fazzoletto bianco che aveva sempre con sé, una metafora della pace che intendeva affermare.

Sta di fatto però che cadde ancora più palesemente in contraddizione con questo suo credo «nonviolento» quando decise, in piena guerra fredda, di approvare la ribellione dei freedom fighters (combattenti per la libertà) come il sudafricano Thabo Mbeki, politico, attivista antiapartheid e ricercato dal regime segregazionista di Pretoria. Sostenne attivamente le rivolte di liberazione delle due Rhodesie, del Sud Africa, del Mozambico e dell’Angola, anche se per queste sue scelte pagò un duro prezzo. Una volta sopita l’euforia per l’ottenuta indipendenza, lo Zambia attraversò una crisi politico-economica dalle molteplici sfaccettature: anzitutto la recessione economica dovuta al crollo del prezzo del rame, sul quale si basava l’economia nazionale, unitamente al dilagare della corruzione e delle interferenze determinate dalla guerra fredda. Uno scenario che si aggravò con la scelta di mettere al bando tutti i partiti d’opposizione, aprendo la stagione del partito unico.

Nel 1990 KK decise di rimuovere il veto sui partiti politici, cedendo alle forti pressioni sia interne che internazionali. Il verdetto delle urne, il 31 ottobre 1991, fu impietoso nei suoi confronti: dopo 27 anni di potere incontrastato, vinse il suo successore Frederick Chiluba. Quest’ultimo lo fece arrestare con l’accusa di alto tradimento allo Stato, cosa che durò poco, perché la figura e il carisma di Kaunda andavano ben al di là delle ombre del suo pur controverso esercizio politico. Ciò che egli desiderava ardentemente era la libertà dei popoli afro schiacciati dall’onta del colonialismo e del segregazionismo. Rimane il fatto che KK affermò una visione politica che sebbene non trovò un felice riscontro nell’esercizio del governo, ha rappresentato per molti politici ed intellettuali africani un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione.

Il suo pensiero era incentrato sull’«umanesimo» che in Kaunda, stando al giudizio di un grande africanista della calibro del compianto professor Paolo Calchi Novati, «è stato prima di tutto un modo per non distaccarsi troppo dal passato africano, secondo un’esigenza che tutti i capi della “rivoluzione africana” hanno cercato di soddisfare, nella convinzione che non si dà rivoluzione senza partecipazione del popolo e nella convinzione quindi che solo un’adeguata rivalutazione della cultura tradizionale può coinvolgere le masse dietro alle “ispirazioni” della élite. La società tradizionale è fondata sull’uomo, dice Kaunda, e l’uomo vive nella comunità, ordinata a sua volta in funzione dell’aiuto reciproco».

Da questa ermeneutica antropologica, l’umanesimo di Kaunda è approdato ad una sorta di socialismo africano, attraverso un’evoluzione molto simile a quella del suo omologo tanzaniano Julius Nyerere. Un socialismo, il suo, molto lontano dall’impianto storico di matrice occidentale, certamente non dogmatico e non scientifico. E la scelta «socialista» di Kaunda, sempre secondo Calchi Novati e di chi scrive questo resoconto, andò in due direzioni: «contro il capitalismo (perché associato al colonialismo e perché antitetico, con la sua ricerca del profitto personale, ai principi dell’umanesimo) e contro la residua dominazione straniera (che si manifestava soprattutto nel controllo delle grandi compagnie minerarie e commerciali)».

Kaunda fu certamente un leader che amò il suo popolo e la nazione di cui fu fondatore, anche se peccò di autoritarismo. Quando i suoi detrattori lo accusarono di aver soppresso il multipartitismo, si difese dicendo che in quel momento storico per la sua giovane nazione sarebbe stato troppo rischioso: «Molti di questi partiti — dichiarò senza peli sulla lingua — sarebbero manipolati da chi si oppone alla lotta per la libertà».

In effetti, la promozione della partecipazione popolare e la libertà d’espressione sono la conditio sine qua non per ogni giovane democrazia e questa sua debolezza ne offuscò, almeno in parte, la statura. Su coloro poi che si sarebbero opposti alla libertà del popolo, furono chiari, in molti suoi scritti, i riferimenti alle ingerenze straniere che, secondo lui, avrebbero procrastinato il colonialismo. E su questo, dobbiamo riconoscerlo, ha avuto grandemente ragione.
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]