P. Giulio Albanese: “Un traguardo importante nella lotta alla malaria”

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Sabato 23 ottobre 2021
Nei giorni scorsi, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dato il via libera all’uso diffuso del primo vaccino contro la malaria nei bambini dell’Africa subsahariana e di altre regioni dove la trasmissione è alta o moderata. La notizia ha avuto, com’era prevedibile, una grande risonanza in quelle che Papa Francesco chiama le «periferie del mondo». [
L’Osservatore Romano]

Anche se l’efficacia del vaccino non è totale, si tratta di una notizia storica sulla quale occorre riflettere, non foss’altro perché stiamo parlando di una malattia che causa la morte ogni anno di circa 400 mila persone, due terzi dei quali sono bambini africani sotto i cinque anni (il 67 per cento dei decessi).

Secondo il World Malaria Report del 2020, la situazione è allarmante se si considera che durante l’anno precedente sono stati registrati a livello planetario 229 milioni casi di malaria. Da rilevare che la maggior parte dei casi e dei decessi si verificano proprio nell’Africa sub sahariana, dove, nel 2019, si è concentrato il 94 per cento di tutti i casi e morti per questa malattia.

Sono sei i Paesi africani in cui si verifica la metà di tutti i decessi nel mondo: Nigeria (23 per cento), Repubblica Democratica del Congo (11 per cento), Tanzania (5 per cento), Burkina Faso (4 per cento), Mozambico (4 per cento) e Niger (4 per cento).

La decisione dell’Oms potrebbe davvero segnare una svolta nella lotta alla malattia causata dal parassita Plasmodium (P. falciparum e P. vivax) e trasmessa con la puntura di zanzare Anopheles vettori del parassita. Anzitutto perché si tratta, dopo più di un secolo di ricerca farmacologica, del primo vaccino sviluppato per una qualsiasi malattia parassitaria.

A questo proposito è importante evidenziare il fatto che i parassiti risultano essere molto più complessi dei virus e dei batteri e dunque la ricerca scientifica è risultata essere molto più impegnativa. Lo scopo dei vaccini, in termini generali, è quello di indurre un’efficace e persistente «memoria immunitaria».

Quando i microbi — poco importa che si tratti di virus, batteri, parassiti… — superano le barriere della cute e delle mucose resistendo alle reazioni iniziali del sistema immunitario, si innesca una linea di difesa basata sull’azione combinata dei cosiddetti linfociti B e T. Se uno di questi linfociti riconosce il proprio bersaglio, si attiva e inizia a dividersi generando una colonia di nuovi linfociti (in gergo tecnico un «clone») diretti contro il bersaglio intercettato e riconosciuto inizialmente. In questo modo l’invasione viene contrastata da un’estesa famiglia di linfociti che producono elevate quantità di anticorpi oppure che guidano una complessa reazione eliminando con precisione il loro bersaglio.

La persistenza di queste popolazioni espanse di linfociti — la memoria immunitaria di cui sopra — e la presenza di un alto titolo di anticorpi consentono di scongiurare una successiva invasione degli stessi agenti infettivi con un’efficacia e rapidità tali da far sì che chi viene infettato non manifesti nessun sintomo, o in modo attenuato (si accorga neanche di queste successive invasioni)

Nonostante i numerosi studi fatti in passato e in corso, non si era ancora riusciti a realizzare un efficace vaccino preventivo contro la malaria, benché promettenti preparazioni fossero in corso di sperimentazione. Quello ora messo a punto dalla casa farmaceutica britannica Glaxo SmithKline (Gsk) per la prima volta spiana la strada nella lotta alla malattia che più di ogni altra miete vittime in Africa e nel Sudest asiatico.

Chi scrive ha contratto questa malattia alcuni anni fa in Uganda e può testimoniare che i primi sintomi che compaiono, solitamente circa 10-15 giorni dopo la puntura, sono febbre, mal di testa, brividi e se non trattati con estrema tempestività (soprattutto per la malaria da P. falciparum), possono progredire verso la forma cerebrale con il rischio, in alcuni casi, di causare addirittura la morte.

Nel grande libro dell’evangelizzazione che hanno scritto con la vita i nostri missionari/e in Africa si leggono le gesta eroiche di molti di loro caduti sul campo a causa della malaria. Fra le categorie particolarmente colpite, oltre i bambini, ci sono le donne incinte e i soggetti sieropositivi. In realtà, un recente studio sul nuovo farmaco antimalarico denominato «Mosquirix» (https://www.ema.europa.eu/en/opinion-medicine-use-outside-Eu/human/mosquirix) stima che se fosse distribuito nei Paesi con la più alta incidenza di malaria al mondo, potrebbe prevenire 5,4 milioni di casi e 23.000 decessi di bambini di età inferiore ai 5 anni, ogni anno.

I problemi comunque non mancano se si considera che questo vaccino per avere effetto deve essere somministrato per ben tre volte entro il primo anno di vita, e poi una quarta al compimento dei diciotto mesi. Considerando che nell’Africa subsahariana il sistema sanitario continentale è alquanto fragile, per i genitori con scarse risorse a disposizione non sarà facile garantire la protezione dei loro bambini. Con queste premesse, almeno per il momento, è ancora impossibile ipotizzare che nei Paesi dove la malaria è attualmente endemica si possa fare a meno delle zanzariere anti-malaria.

Solitamente lo sviluppo di un nuovo vaccino — dalla progettazione fino a raggiungere il mercato — ha un costo di diverse centinaia di milioni di euro e richiede uno sforzo scientifico e tecnologico di anni, a fronte di una probabilità di entrare sul mercato non superiore al 6 per cento. Pertanto è ovvio che per decidere se sviluppare un nuovo vaccino, le imprese debbano valutare con molta attenzione l’investimento richiesto, il rischio e le prospettive di guadagno.

Nel caso del nuovo vaccino contro la malaria, il programma pilota è partito grazie ad un partenariato pubblico-privato che ha visto coinvolti tre ministeri della Salute africani (Malawi, Ghana e Kenya), tre partner internazionali quali la Global Alliance for Vaccines and Immunisation (Gavi), il Global Fund to Fight Aids, Tuberculosis and Malaria (Gftam) e l’Unitaid e il colosso farmaceutico GlaxoSmithKline (Gsk). Inizialmente, in fase di sperimentazione, era stata riscontrata un’efficacia limitata, prevenendo il 39 per cento dei contagi e il 29 per cento dei casi gravi. Ma uno studio condotto dalla London School of Hygiene & Tropical Medicine (Lshtm) ha rilevato che quando ai piccoli venivano somministrati sia il vaccino che i tradizionali farmaci antimalarici, si registrava una riduzione del 70 per cento dei ricoveri ospedalieri o dei decessi. Uno studio questo che ha certamente un alto valore scientifico, ma che sul campo non sarà facile praticare, soprattutto per fattori socio-economici tipici dei Paesi in via di sviluppo.

Per la prima fase di sperimentazione la Gsk aveva donato 10 milioni di dosi di vaccino, somministrato a più di 800.000 bambini, ma dopo l’annuncio dell’Oms, l’azienda britannica si è impegnata a fornire fino a 15 milioni di dosi all’anno ai Paesi in cui la malaria è considerata una malattia endemica con una maggiorazione sul prezzo che non vada oltre il 5 per cento del costo di produzione.

Lungi da ogni retorica, i dati epidemiologici relativi alla malaria rappresentano una vera sfida per l’intero consesso delle nazioni. Molto dipenderà dagli aiuti internazionali e dal rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali. Come ha detto Papa Francesco: «La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perché i servizi sanitari siano accessibili a tutti».

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]