Martedì 30 novembre 2021
L’intervento militare del Rwanda e della Sadc nella provincia mozambicana non sembra aver ristabilito pace e sicurezza duraturi per la popolazione. La situazione umanitaria resta disastrosa. I ribelli, respinti, attendono il ritiro dei contingenti stranieri per tornare a colpire. [Nella foto: Soldato rwandese a Cabo Delgado.
Nigrizia]

Lungi dall’essere debellata la resistenza filo jihadista

Mozambico: a Cabo Delgado il dopo-guerra non è ancora iniziato

Dall’ottobre del 2017 la provincia più settentrionale del Mozambico, Cabo Delgado, è assurta agli onori della cronaca a causa di continui attacchi da parte di gruppi di islamisti radicali, con deboli connessioni con la provincia dello Stato islamico dell’Africa Centrale (Iscap) e una forte componente conflittuale di tipo etnico: kimwani e amakhuwa contro la (economicamente) dominante e filogovernativa minoranza makonde.

Il gas della francese Total, ad Afungi, all’estremo nord della costa mozambicana, vicino alla città e al porto di Palma, aveva fatto il resto, dando ulteriore visibilità alla ribellione, tanto da indurre la Total a sospendere le operazioni di estrazione di questa materia prima. Rapidamente, Cabo Delgado si è trasformata in una provincia fantasma: dei circa 1,5 milioni di abitanti, 800mila sono adesso rifugiati nelle province vicine, Nampula, Niassa e Zambezia, o addirittura in Tanzania. La situazione umanitaria è al collasso, come la stessa Conferenza episcopale del Mozambico ha recentemente sottolineato.

E anche dal punto di vista militare, i successi delle truppe del Rwanda e di quelle della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc), chiamate in aiuto per riportare Cabo Delgado alla normalità, non hanno certo ristabilito un clima di pace e sicurezza. Gli elementi da sottolineare, in questa difficile transizione, sono almeno tre.

Anzitutto, la guerra continua: certo, l’intensità non è più quella di qualche mese fa, e tuttavia il conflitto non è finito. Lo stesso comando militare rwandese ha confermato che i ribelli caduti non sono stati più di un centinaio, e pochi sono stati anche quelli catturati. Conclusione: gli insorti sono a spasso, nascosti fra i villaggi all’interno di Cabo Delgado, coperti in larga parte dalla popolazione locale e ancora capaci di portare a termine attacchi significativi.

Negli ultimi giorni, la zona più colpita è stato il Nordest di Cabo Delgado, con azioni puntuali da parte dei ribelli. Nel distretto di Mueda, qualche giorno fa, tre civili sono stati catturati e uccisi, in quanto sospetti collaboratori del governo, secondo quanto affermato in un comunicato dello Stato islamico, mentre due nuove basi dei ribelli sarebbero localizzate a Nambungali e a Xai. La sensazione è che non soltanto i ribelli non abbiano alcuna intenzione di ritirarsi dal conflitto, ma che stiano attendendo la fine della missione delle truppe del Rwanda e della Sadc – che non potranno procrastinarsi all’infinito – per riprendere gli attacchi in larga scala contro il solo esercito mozambicano.

In secondo luogo, anche nelle località riconquistate, la guerra ha talmente scosso i normali equilibri ecologici che animali selvaggi sono ormai penetrati ovunque. L’ultima emergenza è rappresentata da cani selvatici, portatori di rabbia, che hanno già ucciso una quindicina di persone, soprattutto bambini, mentre molte altre vite sono state tragicamente segnate dalla necessità di amputazioni di organi, riducendo parecchi giovani a una condizione di infermità permanente.

Non avendo condizioni per una vaccinazione antirabbica di massa, l’unica misura che in questo momento viene adottata è l’abbattimento dei cani, sperando che il conflitto non provochi ulteriori squilibri ecologici.

Un conflitto civile

Un terzo elemento è costituito dalla collaborazione di diversa parte della popolazione locale coi ribelli. Si tratta di un aspetto già noto da tempo, che mostra quanto distante sia il governo di Maputo dai problemi di Cabo Delgado e delle sue popolazioni, makonde esclusi. Ed è proprio questo aspetto a costituire la prova che il conflitto in corso non è esclusivamente militare, ma anche e soprattutto civile, derivante da una mancata inclusione economica e sociale di popolazioni che preferiscono aiutare ribelli che sgozzano e violentano, piuttosto che truppe governative considerate “di occupazione”.

Si ha notizia che il 19 novembre scorso tre civili sono stati catturati da milizie locali (formate da ex-guerriglieri makonde della lotta di liberazione), con l’accusa di spionaggio in favore dei ribelli. Le milizie locali hanno consegnato i tre alla polizia di Nangade, con cui hanno eccellenti rapporti e, visto la fama che godono di praticare torture ed esecuzioni sommarie di prigionieri, c’è da supporre che i tre civili non abbiano fatto una bella fine.

La gran parte delle notizie sugli episodi appena ricordati viene da fonti straniere (come l’osservatorio dei conflitti Acled e le testate Zitamar News e Pinnacle News), o da contatti informali di persone che stanno sul posto e sono disposte a descrivere una situazione che è tutt’altro che sotto controllo, da ogni punto di vista.

Anche la questione di una informazione quasi totalmente controllata dal governo, in cui ai giornalisti – salvo quelli filogovernativi – è vietato entrare nel terreno, rappresenta l’ennesimo punto oscuro di una guerra di cui, ancora oggi, tanti elementi sono tutt’altro che chiari.
[Luca Bussotti – Nigrizia]