Giulio Albanese: “La sola ragione della guerra è di non avere ragione”

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Sabato 2 aprile 2022
«La guerra piace a chi non la conosce». Con questa citazione di Publius Flavius Vegetius Renatus — aristocratico romano vissuto a cavallo tra il iv e il v secolo d. C. — si apre una delle sezioni più note degli Adagia di Erasmo da Rotterdam, una raccolta di motti in lingua latina, in gran parte risalenti al mondo classico, dei quali s’impegnò a ricostruire l’origine fornendo note esplicative che andavano anche al di là della mera illustrazione filologica.

Commentando la locuzione latina di Vegetius, Erasmo non ebbe dubbi di sorta: «Se c’è un’azione, tra le attività degli uomini, che è opportuno intraprendere con esitazione, che anzi è opportuno evitare, scongiurare, respingere in ogni modo possibile, quella è la guerra. Nulla è più empio della guerra, nulla più sciagurato, nulla più pericoloso. Da nulla, come dalla guerra, è più difficile venire fuori e nulla è più tetro e indegno dell’essere umano, per non dire del cristiano». Alla luce di queste considerazioni che sortiscono l’effetto di un severo monito, peraltro di grande attualità visti i tempi che corrono, sarebbe doveroso riflettere su quanto sta avvenendo in Africa.

Non per indugiare in avventati paragoni con la crisi ucraina, quanto piuttosto per affermare il riconoscimento della cosiddetta «negritudine» e di tutto ciò che solitamente non viene mediatizzato sulle vicende africane. Ebbene, volendo utilizzare come griglia interpretativa la simbologia dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, è possibile ricavare alcuni spunti ermeneutici. Partiamo dall’ultimo nella lista, il quarto: «Morte e Pestilenza», per intenderci, la pandemia che attraversa l’Africa e il resto del mondo da ormai due anni. Nel testo giovanneo leggiamo che essa monta un «cavallo pallido» dal verdastro spento dei cadaveri. In effetti, in Africa, sia la pandemia covid-19, unitamente alle malattie tropicali neglette, oltre alle tre big ones — aids, malaria e tbc — per non parlare della circolazione indiscriminata dei farmaci contraffatti, mettono seriamente a repentaglio il sistema sanitario continentale.

Ma andiamo avanti nel nostro ragionamento. Il secondo e terzo cavaliere simboleggiano invece, nell’ordine: la Conquista militare, Violenza e Stragi («cavallo rosso», cavaliere con spada), e Carestia («cavallo nero», cavaliere con bilancia). Il cavallo rosso ormai circola liberamente nell’Europa orientale e nei tanti Sud del mondo, particolarmente nell’Africa subsahariana. «Se per guerra intendiamo, con in mano il vocabolario Treccani, un “conflitto aperto e dichiarato fra due o più Stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi condotto con l’impiego di mezzi militari”, sono almeno una ventina le principali aree di crisi nelle Afriche», scrive Gianni Ballarin sul sito internet della rivista missionaria Nigrizia. Stando ai dati forniti da una organizzazione indipendente come l’Armed conflict location & event data project (Acled), sono stati 12 i Paesi che dal 1° gennaio 2021 al 18 marzo 2022 hanno superato la soglia dei mille morti per le violenze armate. Nigeria (10.584), Etiopia (8.786), Repubblica Democratica del Congo (5.725), Somalia (3.523), Burkina Faso (2.943), Mali (2.344), Sud Sudan (2.160), Repubblica Centrafricana (1.801), Sudan (1.342), Niger (1.324), Mozambico (1.276), Camerun (1.141). Sommando si ha la macabra cifra di 42.949 morti, il 92,7 per cento delle vittime africane di conflitti vari calcolati da Acled nel 2021 e primi mesi del corrente anno. Ma attenzione, la violenza di cui sopra in Africa ha spesso una matrice terroristica e la regione saheliana ne costituisce il nuovo epicentro. «Ha infatti il tasso di crescita più veloce, con molteplici fattori sistemici che aggravano la situazione», secondo Steve Killilea, dell’Institute for Economics and Peace, un think tank globale con sede a Sydney. L’analista ritiene che questa regione africana ha rappresentato circa la metà delle morti legate al terrorismo nel 2021.

Il terzo cavallo dell’Apocalisse, quello nero, è già in agguato come effetto collaterale delle sanzioni imposte alla Russia, ma anche come conseguenza del conflitto in Ucraina che, oltre a causare morte e distruzione un po’ ovunque, ha spazzato via qualsiasi attività agricola. Russia e Ucraina, è bene rammentarlo, rappresentano il 27 per cento del commercio mondiale di grano e l’Africa, importatore netto di prodotti cerealicoli, dipende notevolmente da questi due Paesi dell’Europa orientale per il suo approvvigionamento alimentare. Come osserva Lucia Ragazzi, ricercatrice dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), «tra il 2018 e il 2020, il 32 per cento delle importazioni africane di grano proveniva dalla Russia e il 12 per cento dall’Ucraina. Questa dipendenza risulta particolarmente esacerbata per alcuni Paesi: sono 25 i Paesi africani che importano più di un terzo del loro grano da Russia e Ucraina, 15 quelli che ne importano più della metà».

L’allarme cibo e povertà è al massimo livello anche per quanto riguarda le Nazioni Unite che avvisano: «La guerra della Russia contro l’Ucraina minaccia la quota di cibo mondiale che normalmente si riesce a fornire e a mettere a disposizione dei Paesi in via di sviluppo, in particolare dei più poveri del mondo». Lo ha detto il segretario generale dell’Onu, António Guterres. Nella lunga lista dei Paesi a rischio carestia ci sono: il Burkina Faso, l’Egitto, la Libia, la Repubblica Democratica del Congo, la Somalia e il Sudan, ha affermato Guterres, ricordando che «tutto questo sta colpendo i più poveri e sta piantando i semi per instabilità politica e disordini in tutto il mondo».

La situazione è molto preoccupante nel Nord Africa e in particolare per quanto concerne l’Egitto, principale importatore di grano al mondo, che ne acquista da Russia e Ucraina quasi l’85 cento. Ma anche più a meridione lo scenario è inquietante. Proprio in questi giorni sia l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) che il Programma alimentare mondiale (Pam) hanno messo in guardia la comunità internazionale dichiarando che gli effetti combinati di conflitti (come quello che attualmente interessa l’Ucraina), unitamente alla crisi economica e agli scarsi raccolti in Sudan raddoppieranno in questo Paese il numero di persone affette da fame acuta, che supereranno i 18 milioni entro il prossimo settembre. A fronte di una scarsa capacità africana di rimpiazzare l’import russo e ucraino con produzione infracontinentale, viste le carenze nelle capacità di stoccaggio e trasporto, è a repentaglio la sopravvivenza d’intere popolazioni.

Quanto detto finora sommariamente disegna dunque uno scenario inquietante profondamente segnato «dall’emergenza pane» negli Stati della macroregione, non foss’altro perché l’attuale congiuntura sta determinando un’impennata dei prezzi del cibo, accentuando i timori di possibili sollevazioni popolari. Tutto questo a riprova che, nel vasto perimetro del mondo globalizzato, lo strumento delle sanzioni presenta effetti collaterali di portata planetaria. Infatti, se uno scambio diventa impossibile, non perde solo chi non può vendere ma anche chi non può più comprare.

Da rilevare che i tre cavalieri di cui sopra non sono «solitari», ma si muovono insieme, stando al testo biblico. Ed è proprio per questo che vanno temuti anche se poi ce n’è un altro, di cui finora non abbiamo parlato, che cavalca un destriero «bianco» (cavaliere con arco) ed è in inferiorità numerica rispetto agli altri tre. È colui che vince affermando la forza positiva della resurrezione. Si tratta del bene condiviso che prende il sopravvento sul male e sugli oscuri presagi del nostro tempo. E in questo caso, guardando all’Africa, è bene sottolineare che esso è reso intelligibile attraverso il ruolo della società civile e delle chiese cristiane che sono espressione dell’agognato riscatto. Il loro impegno in difesa dei diritti umani, della casa comune, della pace e della riconciliazione è motivo di speranza. Laddove vi è conflittualità, le comunità cristiane sono spesso una pacifica forza d’interposizione tra gli opposti schieramenti come nel caso della Repubblica Democratica del Congo o del Sud Sudan.

D’altronde, la vera risposta per vivere in pace, secondo Papa Francesco «non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo, ormai globalizzato — non facendo vedere i denti, come adesso —, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali». Una cosa è certa: aveva proprio ragione Carlo Levi — grande scrittore e saggista torinese che la persecuzione l’aveva sofferta in prima persona ai tempi del nazismo — nel dire: «… che la sola ragione della guerra è di non aver ragione (ché, dove è ragione, non vi è guerra); che le guerre vere ed efficaci sono soltanto le guerre ingiuste; e che le vittime innocenti sono le più utili e di odor soave al nutrimento degli dèi».
[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]