Sabato 9 aprile 2022
Il settore energetico a livello planetario è ormai sempre più caratterizzato da continue e progressive mutazioni legate ad una molteplicità di fattori che vanno dall’innovazione tecnologica, all’accessibilità delle risorse; dai cambiamenti nei processi produttivi, ai nuovi assetti geopolitici come nel caso della crisi che sta investendo l’Europa orientale. È dunque evidente che i fattori che influenzano i mercati dell’energia sono complessi e molteplici, motivo per cui l’esito delle loro interazioni è spesso difficile da prevedere.

È comunque possibile individuare alcune tendenze che rappresentano il contesto all’interno del quale leggere le evoluzioni correnti dei mercati energetici. Ecco che allora il ruolo del continente africano è sempre più rilevante, come riferisce uno studio di Rystad Energy, una società indipendente di ricerca su energia e business intelligence con sede a Oslo, in Norvegia, e uffici in varie parti del mondo.

In un rapporto pubblicato il 22 febbraio scorso, Rystad Energy ritiene che la produzione di gas dall’Africa subsahariana raddoppierà entro il 2030, guidata dagli sviluppi dei progetti in acque profonde (deep water) il cui sfruttamento è stato minimale negli anni scorsi.

Considerando che i dati e le informazioni di Rystad Energy sono stati raccolti prima che esplodesse la guerra in Ucraina, queste proiezioni potrebbero essere viste, in considerazione dell’attuale congiuntura, al rialzo. Si è così aperta la possibilità per i Paesi africani, che detengono alcuni tra i più profondi giacimenti di gas del mondo, di potersi fare avanti, rispondendo a una domanda annua di 150-190 miliardi di metri cubi forniti abitualmente dalla Russia all’Europa.

Da rilevare che già prima della pandemia covid-19, la domanda globale di gas continuava a crescere, anche se la geografia evidenziava come lo sviluppo asiatico stesse spingendo sempre più in alto il fabbisogno delle economie emergenti, proprio mentre la domanda energetica dei Paesi industrializzati era stabile o in lieve contrazione.

La crescita del fabbisogno energetico ha interessato in questi anni particolarmente la Cina, considerato oggi il primo consumatore di energia al mondo, e riguarderà in misura crescente anche l’India e i Paesi del Sud-est asiatico. Delle attuali riserve potenziali recuperabili nell’Africa subsahariana, circa il 60 per cento si trova nelle acque profonde, di cui quasi il 60 per cento è gas.

Da un’analisi attenta della macroregione africana si evince che attualmente il Mozambico domina con il 52 per cento delle risorse totali di gas recuperabili, seguito dall’area marittima Senegal-Mauritania con un 20 per cento combinato e dalla Tanzania con circa il 12 per cento.

Vi sono comunque riserve di gas anche in altri Paesi africani come l’Egitto, il Gabon, la Nigeria e il Sud Africa che detengono delle significative riserve recuperabili di gas le quali dovrebbero in prospettiva contribuire al previsto aumento della produzione. Il quesito di fondo che però si pongono non pochi analisti è se i Paesi africani con grandi riserve di gas saranno in grado concretamente di attrarre ingenti capitali per realizzare progetti di infrastrutture per rifornire i mercati internazionali.

Per quanto concerne i progetti in acque profonde nell’Africa subsahariana, lo studio di Rystad Energy esprime un cauto ottimismo perché «rischiosi e possono essere ritardati o non autorizzati a causa degli elevati costi di sviluppo, delle difficoltà di accesso ai finanziamenti, dei problemi con i regimi fiscali e di altri rischi. Con le major che continuano a frenare la spesa a monte e a preparare un corso sulla transizione energetica per aiutare a ridurre le emissioni, molti progetti di acque profonde dovranno affrontare sfide che escono dal sentiero tracciato».

Nel 2020 il governo di Abuja ha annunciato il «decennio del gas». Nell’ambito di questa iniziativa, l’amministrazione del presidente Muhammadu Buhari ha avviato la costruzione del gasdotto Ajaokuta-Kaduna-Kano (Akk), da 2,8 miliardi di dollari, lungo 614 chilometri sviluppato dalla Nigerian National Petroleum Corporation (Nnpc) per trasferire gas naturale dalla Nigeria meridionale alla Nigeria centrale. Il gasdotto Akk viene finanziato attraverso l’85 per cento di debito e il 15 per cento di capitale proprio. Il prestito è fornito dalla China Export & Credit Insurance Corporation (Sinosure) e prevede un periodo di rimborso di 12 anni.

Il progetto Akk rappresenta la prima fase del progetto del gasdotto trans-nigeriano (Tngp) lungo 1.300 chilometri che a sua volta farà parte del gasdotto trans-sahariano (Tsgp) lungo 4.401 chilometri, progettato ma non ancora realizzato, per esportare gas naturale in Europa e fortemente voluto da Algeria, Niger e Nigeria.

Un altro Paese che ha grandi potenzialità è l’Angola, che dispone di 382 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas, ma che ha sofferto un forte calo della produzione di petrolio e gas nel corso degli ultimi cinque anni per una combinazione di problemi tecnico-logistici e operativi oltre che per una mancanza di investimenti.

Una questione che non può essere sottovalutata riguarda la sicurezza. Infatti vi sono dei quadranti nel vasto scacchiere africano dove la presenza di gruppi armati rappresenta un fattore altamente destabilizzante. Basti pensare alla provincia mozambicana di Cabo Delgado, ricca di gas al confine con la Tanzania, dove opera un gruppo jihadista che inizialmente si faceva chiamare al-Shabaab (i giovani), come il gruppo jihadista somalo, ora è più noto come Al-Sunna wa Jama’a (Aswj). Si tratta di una formazione armata che ha costretto più di 700.000 persone a fuggire dalle loro case e ha provocato più di 3.000 morti dall’inizio del conflitto nel 2017.

Il Mozambico — è bene rammentarlo — ha circa 2.800 miliardi di metri cubi di riserve di gas naturale accertate e rappresenta circa l’1 per cento delle riserve mondiali. In questo Paese dell’Africa australe, i giacimenti di acque profonde etichettati nel progetto «Area 4 Lng» di TotalEnergies, dove si dovrebbe iniziare la produzione nel 2028, contengono circa 2,3 miliardi di barili di petrolio equivalente nelle riserve di gas.

Le opportunità, guardando al futuro, per quanto concerne il continente africano sono importanti anche in riferimento al forte potenziale produttivo di gas naturale liquefatto (Gnl), nuova fonte di energia meno inquinante che suscita sempre maggiore interesse tra le potenze industriali mondiali. Il mercato è in piena espansione. Il Gnl viene prodotto con un processo di raffreddamento e condensazione del gas. Il componente principale è il metano la cui percentuale può variare tra il 90 e il 99 per cento, la restante parte è costituita da butano, etano e propano.

Il Gnl a temperature superiori a -112°C è più leggero dell’aria e si disperde rapidamente, non contaminando il terreno. Il Gnl viene liquefatto nei Paesi produttori e poi trasportato a destinazione attraverso il mare con apposite navi cisterna. Attualmente sono già attivi in Africa cinque impianti di liquefazione del gas naturale: Egitto, Nigeria, Algeria, Angola e Guinea equatoriale. Il più grande progetto è localizzato in Nigeria, sull’isola di Bonny, al largo dello stato di Cross River, gestito dal consorzio Nigeria Lng.

Per quanto riguarda il Nord Africa vanno invece segnalate le attività di Algeria ed Egitto. I carichi di gas naturale liquefatto esportati nel 2021 dall’Algeria erano in gran parte destinati ai mercati europei. Ciò rende questo Paese uno dei primi cinque esportatori di Gnl nel Vecchio continente. Sempre sul versante settentrionale dell’Africa c’è l’Egitto che ha registrato la più significativa crescita delle esportazioni su base annua nel 2021, secondo un rapporto dell’Organizzazione dei Paesi arabi esportatori di petrolio (Oapec): 1,4 milioni di tonnellate di Gnl nel secondo trimestre rispetto allo zero esportazioni di Gnl nello stesso periodo dell’anno scorso.

Il Gnl è di fatto l’unico gas attualmente esportato dall’Egitto, poiché il Paese non è attualmente collegato a una rete di gasdotti europea. Una cosa è certa: il business del gas africano non potrà prescindere, guardando al futuro, dalla composizione dei consumi energetici complessivi, dai trend economici e dalle scelte di politica energetica e di politica estera di alcuni Paesi chiave che oggi sono direttamente coinvolti o risentono delle turbolenze generate dalla crisi ucraina. Tutti fattori che si declinano su un orizzonte temporale inevitabilmente più lungo, dotato di forti inerzie, ma anche segnato da cambiamenti repentini.

La priorità per i decisori politici sarà dunque quella di ricercare protocolli condivisi sulle esternalità negative delle emissioni di gas climalteranti, a cui possano aderire i governi di tutte le economie mondiali, nel rispetto della «Casa Comune».

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]