Sabato 25 giugno 2022
Un contributo significativo nell’evangelizzazione dei popoli in Africa, come in altre parti del mondo, è stato offerto in questi anni dai presbiteri fidei donum a cui, in anni più recenti, si sono associati quei laici che sono stati chiamati ad esercitare il loro servizio di cooperazione missionaria nelle giovani Chiese. [
Padre Giulio Albanese, missionario comboniano – L’Osservatore Romano
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Le sfide dei sacerdoti inviati nei territori di missione
più poveri di personale e di mezzi

“Fidei donum” dare e ricevere

Un contributo significativo nell’evangelizzazione dei popoli in Africa, come in altre parti del mondo, è stato offerto in questi anni dai presbiteri fidei donum a cui, in anni più recenti, si sono associati quei laici che sono stati chiamati ad esercitare il loro servizio di cooperazione missionaria nelle giovani Chiese. Si tratta in sostanza di personale missionario chiamato ad operare nell’ambito di quelle diocesi in cui l’evangelizzazione esige ancora oggi un rinnovato vigore per la povertà di mezzi e di personale. Questo movimento missionario ha coinvolto non solo i fidei donum europei, ma anche quelli africani, i quali hanno seguito diverse direttrici.

Nell’Istruzione sull’invio e la permanenza all’estero dei sacerdoti del clero diocesano dei territori di missione, emanata nel 2001 dall’allora Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, si legge tra l’altro: «Questo dono missionario ha portato a sperimentare pure lo scambio di sacerdoti diocesani tra le Chiese degli stessi territori di missione, sia nel medesimo Paese, verso zone e regioni meno evangelizzate, sia verso Paesi più bisognosi di personale apostolico dello stesso continente o addirittura di altri continenti, sempre in ambito missionario. Tale scambio è certamente da promuovere e alimentare, tenuto conto della diminuzione dei missionari a vita provenienti dalle Chiese di antica fondazione». Naturalmente, il rapporto tra la diocesi che invia e quella ricevente viene formalizzato con una convenzione stipulata tra gli ordinari delle rispettive diocesi.

Il bilancio di questa esperienza ecclesiale, fortemente voluta da Papa Pio xii , autore della celebre Enciclica Fidei Donum, e che San Giovanni Paolo ii , nella Redemptoris Missio definì «profetica», è stato certamente positivo, pur registrando limiti e fatiche.

Anzitutto, occorre rilevare che dalle Chiese d’antica fondazione, come quelle europee, guardando all’avvenire, si pone un’incalzante domanda: c’è un futuro per i fidei donum? Se guardiamo all’Europa, il quadro non è molto confortante. Ad esempio, in Italia, i numeri scandiscono un calo inesorabile: dai 713 del 1977 ai 555 del 2005. Oggi, stando ai dati forniti dalla fondazione Missio della Conferenza episcopale italiana, i presbiteri disseminati nei cinque continenti sono 294, a cui si aggiungono 199 laici. In particolare, guardando al vasto continente africano, i fidei donum italiani sono 88 e quelli laici 98. Come ebbe a scrivere don Franco Marton, compianto teologo della missione e grande promotore dei fidei donum, è lecito porsi la domanda: «Si va verso l’estinzione? Accettiamo, per un momento, l’ipotesi catastrofica costruita dalle proiezioni statistiche, che ben sappiamo procedere al di fuori dei misteriosi dinamismi dello Spirito. Se le 227 diocesi italiane si trovassero un giorno “costrette” a non inviare più nessun sacerdote diocesano alle giovani Chiese, dovremmo ammettere almeno che verrebbe oscurato un elemento non secondario della nuova coscienza missionaria che la Chiesa le ha acquisito dopo il Concilio».

Di converso, è interessante rilevare che sono circa 400 i fidei donum africani presenti in Italia e impegnati in attività pastorali. Da rilevare che già nel 2018, l’attuale arcivescovo metropolita di Korhogo e presidente della Conferenza episcopale ivoriana, monsignor Ignace Bessi Dogbo, in una conversazione con il settimanale cattolico in inglese «Catholic Herald», affermò che, per la Costa d’Avorio, questa «fuga» significava la perdita di un terzo dei suoi preti.

La stessa preoccupazione venne sollevata, in un’intervista all’agenzia Fides, da padre Donald Zagore, della Società delle Missioni africane (Sma), che affermò: «Andare in Europa, vivere in Europa, abbandonare l’Africa è diventata un’ideologia molto pericolosa che distrugge gli spiriti, dai più fragili ai più solidi come quelli dei religiosi. È triste, ma è importante riconoscere che il fenomeno dell’immigrazione in Europa riguarda non solo le nostre società civili africane, ma anche le nostre numerose diocesi e comunità religiose. Ci sono molti sacerdoti e religiosi che abbandonano il continente africano per servire nei Paesi europei e americani». Se, dunque, da una parte la loro presenza rappresenta in molti casi un innegabile apporto spirituale dalle periferie del mondo, dall’altra è sempre più evidente la necessità di riflettere sulle motivazioni che spingono un presbitero africano a rimanere in Europa. A questo proposito padre Zagore è giustamente convinto che «nelle nostre diocesi, nelle nostre comunità religiose, urgono azioni concrete per arginare questa emigrazione del personale ecclesiastico. Anzitutto è necessaria una consapevolezza collettiva del pericolo rappresentato. In secondo luogo, le autorità della Chiesa devono vagliare attentamente le motivazioni che spingono a scegliere la vita sacerdotale o religiosa».

Sta di fatto che sono trascorsi 65 anni da quando, il 21 aprile 1957, Papa Pio xii pubblicò la Lettera enciclica Fidei donum, nella quale rilanciava l’urgenza dell’attività missionaria ad gentes, esortando le diocesi del mondo a inviare presbiteri e laici ad annunciare il Vangelo fino agli estremi confini. Per l’occasione, il Centro missionario diocesano di Roma, ha pubblicato una riedizione dell’enciclica Fidei donum, con l’introduzione del cardinale vicario Angelo De Donatis nella quale si legge: «L’esperienza maturata in questi anni dalla Chiesa italiana ha dimostrato ampiamente che la caratteristica ad tempus del servizio missionario dei presbiteri e dei laici diocesani deve essere costantemente aperta a forme nuove di cooperazione missionaria tali da favorire al meglio lo scambio tra le Chiese. Dunque, guardando al futuro, il cammino che si profila — per coloro i quali credono e vivono la missione, unitamente alle loro Chiese locali — è certamente impegnativo e non potrà prescindere dall’illuminato magistero di Papa Francesco, vale a dire: fare dell’umanità un’intera e unica famiglia. Si tratta di un orientamento che esige una decisa assunzione di responsabilità da parte di ogni comunità cristiana, particolarmente dalla Chiesa di Roma».

La posta in gioco è alta perché tenendo conto dei cambiamenti in atto nella società a livello planetario, occorre certamente ripensare con coraggio forme adeguate di collaborazione missionaria tra le chiese. Ad esempio, non v’è dubbio che s’impone l’esigenza di andare al di là del pur necessario aiuto solidale, dichiarando la circolarità dello scambio, superando «la forma ristretta di un rapporto a due, ad esempio tra una Chiesa africana e una italiana», come scriveva don Marton. Queste comunità ecclesiali non potranno infatti fermarsi allo scambio reciproco dei doni perché ambedue sono responsabili della missione universale della Chiesa nel mondo contemporaneo.

A rappresentare la circolarità dell’esperienza di missione nella Chiesa è stata la recente testimonianza di don Federico Tartaglia, missionario fidei donum, per 9 anni in Malawi e direttore del Centro missionario diocesano di Porto Santa Ruffina. In occasione di un convegno organizzato dallo stesso Centro missionario, insieme alla Caritas e alla fondazione Migrantes della diocesi di Roma l’11 giugno scorso, don Tartaglia ha affermato che «quando si dice che “la missione è qui” si relativizza il nostro mondo, perché la missione è quella sognata da Papa Francesco nell’Evangelii gaudium, è un’energia da donare e non un’implementazione di progetti missionari o di analisi. Andare in un mondo sconosciuto significa cambiare e sconvolgerti, uscendo dalla comfort-zone della fede per ricevere anche una testimonianza dai poveri del Vangelo, dei quali il missionario è “ostaggio”, e così entrare in nuove storie, decentrandoci dalla nostra». Del resto, se i fidei donum in attività o rientrati, dopo aver favorito l’invio diocesano dei laici, favorissero anche nuove forme di scambio, ciò gioverebbe non poco alle giovani generazioni.

A questo proposito, don Tartaglia ha auspicato la creazione di una sorta di “Erasmus” per i seminaristi, con l’intento di favorire, ancor prima dell’ordinazione, lo scambio tra le Chiese, anche sotto il profilo accademico, ma non solo. In effetti, la vera sfida missionaria, alla luce dell’illuminato magistero di Papa Francesco, consiste nell’aprire il cuore e la mente delle future generazioni all’universalità della missione.

[P. Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]