P. Giulio Albanese: “Perché deve essere l’Africa a pagare il cambiamento climatico?”

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Sabato 27 agosto 2022
L’Africa è il continente più vulnerabile agli impatti causati dal global warming. Nonostante abbia contribuito in minima parte al riscaldamento globale rispetto ad altri continenti e le sue emissioni siano relativamente basse, deve misurarsi con danni d’ogni genere prodotti dai cambiamenti climatici. [L’Osservatore Romano]

Il continente contribuisce in minima parte al global warming,
ma ne è la prima vittima

L’Africa è il continente più vulnerabile agli impatti causati dal global warming. Nonostante abbia contribuito in minima parte al riscaldamento globale rispetto ad altri continenti e le sue emissioni siano relativamente basse, deve misurarsi con danni d’ogni genere prodotti dai cambiamenti climatici. Emblematico è quanto sta avvenendo lungo le coste dell’Africa Occidentale dove l’erosione e le mareggiate stanno danneggiando le comunità locali dedite tradizionalmente alla pesca.

Particolarmente grave è la situazione in Ghana dove molti insediamenti costieri sono minacciati dalle mareggiate. Ad esempio, il villaggio di Fuveme, nella regione del Volta, potrebbe presto scomparire per sempre. Situato nella laguna di Keta, si è trasformato in un’isola, costringendo molte famiglie a trasferirsi nell’entroterra. Questo in sostanza significa che lo spazio tra la laguna e il mare si è ristretto notevolmente. Segno che l’Oceano potrebbe impossessarsi di questi luoghi in pochi anni in quanto le maree si spingono sempre più verso l’entroterra.

C’è da considerare che, nel suo complesso, la macro regione subsahariana è particolarmente esposta ad eventi estremi. Ad esempio, le siccità sono aumentate di quasi tre volte tra il 2011 e il 2020, rispetto al periodo 1971-1980, e al contempo, nello stesso periodo, la frequenza delle inondazioni ha subito un incremento di quasi dieci volte. Purtroppo, molti Paesi dell’Africa subsahariana mancano di strategie e politiche di adattamento climatico per affrontare la crescente frequenza dei disastri naturali. Si ritiene che il continente, essendo altamente vulnerabile, perda tra il 10 per cento e il 15 per cento del suo prodotto interno lordo a causa dei cambiamenti climatici. La cronaca di questi giorni la dice lunga.

Il Consiglio nazionale sudanese per la protezione civile ha riferito che da maggio al 14 agosto scorso, il numero stimato di persone colpite da forti piogge e inondazioni in Sudan è stato di circa 136.000 unità. Piogge torrenziali e inondazioni hanno distrutto circa 8.900 case e danneggiato altre 20.600 in 12 stati. Quelli maggiormente colpiti sono il Darfur centrale (38.390 persone), il Darfur meridionale (28.730), il fiume Nilo (15.720), il Darfur occidentale (15.500), il Nilo bianco (13.920), il Kordofan occidentale (5.860), il Kordofan meridionale (5.770), il Kordofan settentrionale ( 4.410), Darfur orientale (3.650), Sennar (3.160), Kassala (750) e Darfur settentrionale (210).

Secondo quanto riferito, le inondazioni hanno colpito 238 strutture sanitarie, 1.560 fonti d’acqua e oltre 1.500 latrine sono state danneggiate o spazzate via. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha affermato che, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, il numero di persone e località colpite nel 2022 è raddoppiato.

Sul versante opposto del continente, nel nord della Nigeria, la situazione non è affatto migliore. Fonti della Jigawa Emergency Management Agency, nello Stato di Jigawa, nel nord del Paese, hanno riferito in questi giorni che ben 50 persone hanno perso la vita a causa delle inondazioni provocate da piogge torrenziali. L’Agenzia meteorologica ha diramato un’allerta in quanto nei prossimi giorni sono previste forti piogge che interesseranno gli stati di Jigawa, Yobe, Bauchi, Gombe, Kano, Katsina, Sokoto, Zamfara, Kebbi e Kaduna. Da maggio di quest’anno, Flood List ha registrato eventi alluvionali significativi negli Stati di River State, Ebonyi, Borno, Adamawa, Yobe, Lagos, Federal Capital Territory e Anambra.

La situazione è grave anche in Ciad dove, stando ad un rapporto del 5 agosto scorso, l’Ocha ha affermato che da giugno tempeste, forti piogge e inondazioni hanno colpito 3.477 famiglie (oltre 17.000 persone) e distrutto 1.312 case. Inoltre, almeno 22 persone hanno perso la vita e 229 sono rimaste ferite. Le forti piogge hanno causato inondazioni nella capitale, N’Djamena, e in altre aree del sud del Paese tra la fine di luglio e l’inizio di agosto. Ben 160 millimetri di pioggia sono caduti in 24 ore a N’Djamena il 2 agosto.

Nella vicina Repubblica Centrafricana le piogge torrenziali, a partire dal 21 luglio scorso, hanno causato inondazioni senza precedenti con danni indicibili nella capitale Bangui e in diverse zone del Paese. Sono stati segnalati anche forti venti che hanno abbattuto alberi e causato ulteriori danni. Decine di persone hanno perso la vita o sono disperse e migliaia di case sono state allagate o distrutte. Basti pensare che la capitale centrafricana ha registrato 183 millimetri di pioggia in 48 ore dal 21 al 23 luglio scorsi. Fonti governative riferiscono che le inondazioni dei fiumi in piena dall’ottobre del 2019 ad oggi hanno colpito oltre 100.000 persone a Bangui e nelle prefetture di Basse-Kotto, Lobaye, Mbomou, Nana-Gribizi, Ombella M’Poko, Ouaka e Ouham.

Questa stessa fenomenologia atmosferica è stata riscontrata in Gambia, in Niger, in Senegal, in Uganda e in altri Paesi subsahariani. Per far fronte a queste emergenze, sempre più frequenti, il Madagascar è stato il primo Paese africano ad adottare la protezione assicurativa parametrica contro i cicloni. Invece di indennizzare una perdita effettiva, l’assicurazione parametrica offre una copertura predeterminata per un evento disastroso, come un ciclone, una siccità o un alluvione.

I principali vantaggi di questa formula assicurativa sono che consente un rapido pagamento dei sinistri, solitamente entro pochi giorni dall’evento; è altamente scalabile come programma assicurativo e può essere sviluppato per qualsiasi parte del mondo, purché siano disponibili i dati satellitari. I premi per i Paesi che hanno stipulato un’assicurazione parametrica sono calcolati individualmente e le liquidazioni dei sinistri si basano su linee guida predeterminate e trasparenti. Un pagamento viene rilasciato se determinati parametri vengono raggiunti o superati da un evento. Questi parametri sono fissati naturalmente da un indice relativo al rischio del paese assicurato.

Dopo diversi eventi meteorologici estremi e la devastazione del ciclone tropicale Batsarai nel 2022, l’assicurazione Arc Ltd ha pagato al governo di Antananarivo una richiesta di 10,7 milioni di dollari. La lungimiranza del Madagascar ha salvato innumerevoli vite poiché è stato in grado di utilizzare i fondi per indirizzare gli aiuti di emergenza in modo rapido ed efficiente verso le aree più critiche. Il Madagascar aveva precedentemente sottoscritto una copertura contro la siccità e nel luglio 2020, a seguito di un pagamento, i primi interventi di questa assicurazione parametrica hanno incluso il supporto nutrizionale per 2.000 bambini sotto i cinque anni e l’approvvigionamento idrico per 84.000 famiglie.

In Malawi, il governo ha ricevuto 14,2 milioni di dollari per aiutare il Paese a riprendersi dall’impatto della siccità durante la stagione agricola 2021-2022. Rimane il fatto che questi compensi assicurativi sono ancora irrisori rispetto ai reali bisogni dell’Africa.

L’Ocha ha recentemente annunciato che sono necessari più di 1,8 miliardi di dollari per interventi salvavita una sola regione come il Corno d’Africa, a causa della siccità e della carestia già in corso. Ciò conferma ancora una volta l’urgente necessità di intensificare gli sforzi per contrastare i cambiamenti climatici. È evidente che qui è in gioco la sopravvivenza di milioni di persone.

Infatti, in otto Paesi africani i raccolti di prodotti alimentari essenziali in alcune aree potrebbero subire una diminuzione fino all’80 per cento entro il 2050, se le temperature continueranno a salire a causa del cambiamento climatico. È l’allarme lanciato alla fine dello scorso anno dal Fondo Internazionale delle Nazioni Unite per lo Sviluppo agricolo (Ifad), che in un rapporto dedicato a questo tema ha sottolineato «l’impatto catastrofico» che potrebbe generare sulla povertà e sulla disponibilità di cibo, «a meno che non si provveda a canalizzare con urgenza finanziamenti volti ad aiutare i contadini in condizioni di vulnerabilità ad adattare metodi di coltivazione e prodotti coltivati per far fronte al cambiamento».

Nel frattempo, i grandi emettitori di gas serra, vale a dire i Paesi industrializzati, dovrebbero assumersi la responsabilità del global warming che sta portando all’aumento delle temperature, alla perdita di biodiversità, agli incendi boschivi, alla diminuzione dei raccolti con un forte impatto anche sulla salute delle persone. Perché deve essere l’Africa a pagare il prezzo più alto in danni materiali e vite umane, quando le sue emissioni sono meno del 4 per cento a livello planetario? Questo, a scanso di equivoci, è un debito aperto che i grandi player internazionali hanno con l’intero continente africano.

[Giulio Albanese – L’Osservatore Romano]