Il mercato degli alcolici apre nuovi scenari nel continente africano

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Martedì 20 settembre 2022
La birra in Africa ha una lunga storia. Infatti, durante le migrazioni volontarie che hanno avuto luogo nel continente da tempi immemorabili, la birra ha sempre costituito una bevanda dissetante e nutriente. Studi recenti hanno dimostrato che sia le popolazioni di ceppo bantu, come anche quelle nilotiche ne facevano un uso frequente. (...) [P. Giulio Albanese - L’Osservatore Romano]

Il mercato degli alcolici apre nuovi scenari nel continente
ma i vantaggi vanno soprattutto alle aziende straniere

Il “boom” della birra africana

La birra in Africa ha una lunga storia. Infatti, durante le migrazioni volontarie che hanno avuto luogo nel continente da tempi immemorabili, la birra ha sempre costituito una bevanda dissetante e nutriente. Studi recenti hanno dimostrato che sia le popolazioni di ceppo bantu, come anche quelle nilotiche ne facevano un uso frequente.

Addirittura, nel corso dei loro trasferimenti, portavano con sé, cereali come miglio ed orzo, ingredienti necessari per confezionare la birra. Questa bevanda si diffuse nell’antico Egitto intorno al 3.500 a.C. ed era considerata essenziale all’interno delle loro diete e lo rimase per oltre tremila anni con riscontri archeologici anche recenti. Nel 2021, ad esempio, è venuto alla luce un antico centro di produzione della birra nell’antica città di Abydos, un centro a circa 450 chilometri a sud del Cairo e, secondo Mostafa Waziri, segretario generale del Supreme Council of Antiquities of Egypt, potrebbe risalire a più di 5.000 anni or sono e più precisamente al periodo del Faraone Narmer, famoso per l’unificazione dell’antico Egitto all’inizio del Primo periodo dinastico (3150 a.C.- 2613 a.C., secondo la datazione più accreditata). Gli antichi egizi credevano che l’arte della birra discendesse direttamente da Osiride, (divinità degli inferi, della fertilità e dell’agricoltura) considerandola così la bevanda più sicura e più bevuta, tanto da dedicarle una divinità: la Dea Tenenet. Con la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C. vennero introdotte nel Paese leggi e tasse che ostacolarono la birra, consentendo al vino di prendere il sopravvento.

Nell’Africa subsahariana, prim’ancora dell’arrivo dei colonizzatori europei, la birra era servita durante i pasti e nei momenti di convivialità dalle popolazioni autoctone. Veniva confezionata dalle donne, utilizzando ricette ancestrali e consumata durante la fase di fermentazione quando i lieviti ed i batteri locali utilizzati per convertire in alcol gli zuccheri dei cereali. Queste pratiche sono ancora oggi esercitate, soprattutto nei villaggi disseminati nelle vaste aree geografiche della macro regione. In Mali si utilizza il miglio, che viene bagnato e fatto germinare, successivamente bollito e infine attivato con del lievito. L’ikigage, invece, è un tipo di birra rwandese ricavata dal sorgo. Un tempo il suo consumo era molto diffuso nei territori a ridosso dei vulcani di Kinigi e Musanze. Di solito non si trova in vendita e viene preparata per uso domestico. Con il calo della coltivazione del sorgo, accompagnato dall’avvento di lieviti e zuccheri industriali e di altri ingredienti, il suo uso va scemando tra le giovani generazioni.

La ricetta tradizionale prevede che il sorgo destinato alla preparazione dell’ikigage venga immerso per tre giorni in un grande recipiente pieno d’acqua. Successivamente, viene scolato e nel giro di qualche giorno inizia a fermentare. Il processo descritto conferisce al sorgo un gradevole aroma. A quel punto, il sorgo viene lasciato al sole per tre o quattro giorni e poi pestato in un mortaio per ottenere una farina, che viene poi diluita in acqua e lasciata fermentare. Per facilitare il processo di fermentazione, viene aggiunto del malto. Il malto impiegato per fare l’ikigage viene precedentemente preparato a partire da un’altra pianta tradizionale detta imbazi.

Nell’Uganda centro-occidentale, soprattutto nel gruppo etnico dei baganda, è molto popolare il tonto, una bevanda fermentata chiamata anche mwenge bigere. Questa birra si ottiene facendo maturare le banane verdi in una fossa per diversi giorni. Il succo viene quindi estratto, filtrato e diluito prima di essere miscelato con sorgo macinato e tostato. Questa miscela, prima d’essere consumata, viene fatta fermentare per due o quattro giorni. La produzione del tonto è ancora oggi una fonte di reddito per molte famiglie delle regioni bananicole e la sua gradazione alcolica va dal sei agli undici gradi.

In Mozambico, soprattutto nelle zone di alta produzione di manioca, come le province di Cabo Delgado, Nampula, Zambezia e Inhambane, viene prodotta una birra con la fermentazione di questo ingrediente. Si tratta di una pratica presente in molti altri Paesi subsahariani dove la radice di manioca amidacea viene utilizzata non solo in casa, ma anche nei birrifici locali. I tuberi vengono tagliati e lessati, poi schiacciati e aggiunti al malto, al sorgo o ad altri cereali. L’impasto viene quindi preparato e fatto fermentare secondo pratiche tradizionali, senza aggiunta di lievito.

In termini generali le birre tradizionali africane costituiscono una parte importante dell’economia rurale e sono prodotte in casa e vendute nei mercati locali. Occorre comunque considerare che il tipo di birra e lo stile di produzione che hanno introdotto i coloni europei, dall’inizio del Novecento, ha lasciato un segno indelebile. Iniziarono così a sorgere i grandi birrifici che, per ampliare il loro business, cominciarono a produrre birre con ingredienti locali così da indurre all’acquisto anche i consumatori di birra casalinga.

Negli ultimi decenni, con l’ingresso delle grandi multinazionali della birra, lo scenario è comunque mutato notevolmente. Queste grandi aziende stanno infatti portando avanti una politica fortemente espansiva nel continente africano che sta purtroppo penalizzando i produttori locali. Essi infatti non sono in grado di reggere la concorrenza. Sta di fatto che il consumo di birra è aumentato in Africa del 33 per cento tra il 2010 e il 2019, secondo uno studio di Kirin Holdings Co., rendendola una regione decisamente in crescita, con un mercato molto attraente. Per la famosa birra nera Guinness, la Nigeria già da anni ha superato l’Irlanda, diventando per questo marchio il secondo mercato più grande dopo il Regno Unito.

Da rilevare che sempre per questo prodotto le vendite in Africa sono cresciute di quasi un terzo durante il 2021. In termini generali, stando alle previsioni operate da varie aziende specializzate, nel 2025, il 35-37 per cento del volume mondiale della birra avrà l’Africa come principale consumatore. I grandi player, oltre alla Guinness Nigeria, controllata della britannica Diageo plc, sono la sudafricana AbInBEV, principale produttore di birra del continente, il marchio francese Castel e quello olandese Heineken. Per comprendere il successo di queste birre per così dire, globalizzate, basti pensare che la Castel, già negli anni Novanta acquistò il marchio Soboa in Senegal e altre società del Camerun.

Di recente, sempre questa multinazionale, ha proceduto all’acquisizione di cinque birrerie del colosso danese Carlsberg in Malawi, mentre la Heineken risulta essere ben posizionata, oltre che in Nigeria e Repubblica Democratica del Congo, in Burundi e in Rwanda.

Il potere pubblicitario di questi marchi è notevole e per la gioia del settore in molti Paesi africani i limiti alla pubblicità sono quasi inesistenti. Ecco che allora il logo della birra campeggia in questa o quella città, in questo o quel villaggio, perfino all’ingresso di una stazione di polizia, di alcune farmacie, dispensari e sugli scuolabus. Purtroppo vi sono anche degli abusi legati al fatto che legioni di ragazze, già dedite alla prostituzione, vengono ingaggiate dai distributori per promuovere nei bar e nei club i loro prodotti.

Ma attenzione, anche dal punto di vista economico, il business della birra da parte delle multinazionali ha i suoi effetti collaterali. Basti pensare all’impatto occupazionale: molte delle birrerie acquistate dalle società straniere sono state ristrutturate con conseguente riduzione della forza lavoro. Non solo. Cosa succede se la multinazionale decide di abbandonare il progetto o di comprare meno sorgo di quanto pattuito? Come scrive Francesca Carlotta Brusa per il Caffè Geopolitico, «in Burundi, nei primi quattro anni di collaborazione, Heineken ha acquistato meno del 5 per cento delle cinquemila tonnellate di sorgo previste dal contratto, senza alcun risarcimento (come riportato da O. Van Beemen in Heineken in Africa, la miniera d’oro di una multinazionale europea)».

E non si tratta dell’unico caso, a riprova del fatto che per quanto i governi africani corrano ai ripari, fosse anche con misure legislative, non riescono più di tanto a tutelare i loro interessi. A livello commerciale, la birra in Africa è considerata dunque una scommessa sicura. Ma al momento solo per gli stranieri.
[Giulio Albanese - L’Osservatore Romano]