Venerdì 11 novembre 2022
Si allarga l’epidemia di Ebola in Uganda, con la diffusione di casi in diversi distretti che preoccupa l’Organizzazione mondiale della sanità. Il governo ha concordato di chiudere le scuole materne, primarie e secondarie dal 25 novembre, due settimane prima della fine già programmata delle lezioni. [L’Osservatore Romano]

Il Paese già conosce la malattia che nel Duemila uccise oltre 200 persone.
Mobilitati i team di Medici senza frontiere

Torna la paura dell’ebola in Uganda

Ebola è arrivata alle porte della capitale dell’Uganda, Kampala, e cresce la preoccupazione per i rischi di estensione di una malattia che il Paese africano ha già tristemente conosciuto: nel 2000, infatti, un focolaio della febbre emorragica provocò la morte di oltre 200 persone. Il virus sarebbe in circolazione dall’inizio di settembre, ma solo il 20 del mese scorso è stata accertata la morte di un ventiquattrenne e l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato ufficialmente il focolaio. Al momento sono 8 le vittime e 38 i casi confermati, con oltre 400 persone monitorate. Il presidente Yoweri Museveni ha comunque voluto tranquillizzare il Paese e in un discorso televisivo ha assicurato come non siano necessarie «limitazioni di movimento o chiusure di luoghi pubblici».

Il ministero della Salute ugandese ha chiesto a Medici senza frontiere (Msf) di supportare la risposta ai nuovi focolai. «I timori sono forti, come sempre nell’epidemia di ebola, soprattutto quando colpisce anche le città e non solo le zone rurali» spiega Chiara Montaldo, direttrice del dipartimento medico di Medici senza frontiere–Italia. Il virus è stato isolato in tre distretti del paese: il più colpito è quello della città centrale di Mubende - a soli 40 chilometri da Kampala, in un’area ricca di miniere d’oro e per questo molto trafficata - insieme a Kassanda e Kyegegwa.

«La preoccupazione è inizialmente quella di un’espansione dell’epidemia in Uganda, poi si pensa al rischio di diffusione anche oltre frontiera, con particolare timore per il Sud Sudan, perché probabilmente è il Paese col sistema sanitario più fragile, già afflitto da tante altre problematiche, tra cui le alluvioni. Ma l’attenzione - aggiunge l’infettivologa - è inoltre per la Repubblica Democratica del Congo, che è comunque una zona già colpita da diverse epidemie, pure recenti, e per gli altri Paesi confinanti», il Kenya, la Tanzania, il Rwanda.

«Ebola fa parte delle cosiddette malattie emorragiche: è causata – ricorda - da un virus ospitato in specie animali, che costituiscono il “serbatoio” della malattia, ma il virus può passare dal mondo animale all’uomo, fino a dare origine a epidemie inter-umane, col passaggio da essere umano a essere umano». La trasmissione può avvenire «abbastanza facilmente all’interno della comunità, visto che il virus si ritrova in tutti i fluidi corporei», dal sangue alla saliva, dal sudore al latte materno, con sintomi iniziali di febbre alta, dolori addominali e articolari, fino ad arrivare a forti emorragie, con «sanguinamenti di organi interni».

Nel 2019, quando si è verificò l’ultima epidemia di ebola in Uganda, Msf intervenne per supportare le autorità sanitarie locali nel monitoraggio dei contatti, nell’allestimento di un’unità di trattamento e per migliorare la prevenzione e le misure di contenimento dell’infezione. In questi giorni, informa il medico, il team di Msf «ha iniziato un’attività di gestione dei casi già confermati e di quelli sospetti», con la creazione di due centri di trattamento, uno presso l’ospedale di Mubende, l’altro a Madudu. Predisposte pure iniziative di «prevenzione e controllo soprattutto nelle strutture sanitarie, per ridurre la trasmissione delle infezioni», allertando al contempo «i team che sono nei paesi limitrofi».

Nei giorni scorsi le autorità ugandesi hanno comunicato che il nuovo focolaio era stato rilevato dopo l’individuazione di un caso appartenente ad un ceppo relativamente raro. Nelle ultime epidemie, come quella del 2014-16 in Liberia, Sierra Leone e Repubblica di Guinea che causò oltre 11.000 vittime, «vennero sperimentati dei vaccini che poi si sono dimostrati efficaci nel prevenire la morte e le forme gravi nelle successive epidemie, per esempio in Repubblica Democratica del Congo. Però – riferisce la direttrice del dipartimento medico di Medici senza frontiere–Italia - questi vaccini e alcuni farmaci sono stati sperimentati per il ceppo di ebola cosiddetto “Zaire”. Quello che invece sta causando l’attuale epidemia in Uganda è il “Sudan”: si tratta di un ceppo diverso sul quale tali trattamenti non sono mai stati testati, quindi non c’è un’evidenza di efficacia».
[Giada Aquilino - L'Osservatore Romano]