Cop27, in Egitto. Appello delle leader indigene ad essere ascoltate

Immagine

Martedì 15 novembre 2022
Per ogni punto in più di partecipazione femminile le emissioni calano di oltre l'11%. Appello delle leader indigene ad essere ascoltate. Patricia Gualinga, indigena ecuadoriana, è diventata celebre per aver contribuito a bloccare l’estrazione del greggio nella terra del suo popolo, i Sarayaku da parte dell’argentina Compañía general de combustibles. Sono stati necessari dieci anni di marce e petizioni. Alla fine, però, nel 2012, la Corte interamericana dei diritti umani ha dato ragione alla comunità: è stata la prima vittoria indigena di questa portata. [Avvenire]

«Non ho deciso di diventare un’attivista. Quando, nel 2002, le aziende petrolifere hanno cercato di appropriarsi della terra del mio popolo ho dovuto combattere, in modo nonviolento, per la giustizia. Certo, all’inizio, in quanto donna sono dovuta stare nelle retrovie. Pian piano, però, la comunità ha imparato a fidarsi di me. E sono diventata dirigente. Da allora ha messo sul tavolo la questione del legame tra difesa dei diritti delle donne e difesa dei diritti della terra. Sono due aspetti della stessa lotta».

Patricia Gualinga, indigena ecuadoriana, è diventata celebre per aver contribuito a bloccare l’estrazione del greggio nella terra del suo popolo, i Sarayaku da parte dell’argentina Compañía general de combustibles. Sono stati necessari dieci anni di marce e petizioni. Alla fine, però, nel 2012, la Corte interamericana dei diritti umani ha dato ragione alla comunità: è stata la prima vittoria indigena di questa portata. A renderla ancora più emblematica il fatto che dietro la protesta ci fosse un volto femminile. «Pian piano le cose stanno cambiando. Molte donne stanno assumendo un ruolo di leadership nell’impegno per la protezione della casa comune. Il fatto è che sono le più colpite da quest’ultima. In Amazzonia lo sappiamo bene: quando arriva un’azienda petrolifera, arrivano alcolismo, prostituzione forzata, stupri», tuona l’attivista di fronte la platea della Cop27 dove è stata chiamata insieme ad altre dirigenti indigene nel giorno dedicato a “clima e genere”, nell’ambito di un evento realizzato da Womend’s earth and action network (Wecan). Non è un caso che si sia voluto dare voce alle donne native. Pur rappresentando il 5 per degli abitanti della terra, i popoli indigeni custodiscono l’80 per cento della biodiversità. E sono soprattutto le indigene a farsene carico perché sono loro a coltivare, mentre gli uomini cacciano. In generale, però, ovunque, le donne sono in prima linea nella difesa dell’ambiente. Secondo i dati di Wecan, dove maggiore è la presenza femminile in Parlamento, più alta è la predisposizione a firmare trattati ambientali. Addirittura, un recente studio dell’organizzazione, ha dimostrato che per ogni punto nella scala rappresentanza femminile, misurato dal Women’s political empawerment, si traduce in un calo dell’11 per cento delle emissioni.

Non sorprende, dunque, che l’ex presidente irlandese Mary Robinson, per due mandati inviata Onu per il clima, appena arrivata a Sharm el-Sheikh, abbia definito l’emergenza ecologica come «un problema creato dagli uomini con una soluzione femminista». Anche nel corso dei lavori della Conferenza, però, il 74 per cento degli interventi sono stati maschili, hanno notato da Wecan.

Eppure le donne conoscono bene la questione, in quanto ne sono le prime vittime. Sono l’80 per cento dei profughi causati dai disastri naturali. Quando questi ultimi accadono, la probabilità che adulte e ragazze ne restino colpite è quattordici volte più alte rispetto ai colleghi maschi. In Bangladesh, Etiopia e Kenya, la distruzione dei raccolti prodotta dalle catastrofi ha fatto aumentare drammaticamente i matrimoni infantili, che riguardano soprattutto le bambine, del 20 per cento. Le donne sono, inoltre, il 70 per cento del 1,3 miliardi di poveri nel globo che sopravvivono soprattutto grazie a agricoltura e allevamento di sussistenza e pesca artigianale. Il 43 per cento della produzione globale di cibo dipende da mani femminili eppure a loro va appena il 10 per cento del raccolto. Da qui il forte monito delle rappresentanti presenti alla Cop a «cambiare marcia».

Lo ha ribadito anche Sameh Shoukry, ministro egiziano dell’Ambiente e presidente del vertice. Questa è la settimana del rush finale: oggi dovrebbero terminare le consultazioni tecniche e domani dovrebbe arrivare la prima bozza da discutere giovedì. Se la tabella di marcia venisse rispettata, venerdì si andrebbe il voto, senza necessità del tempo supplementare di sabato. Shoukry lo ritiene possibile. Nelle ultime Cop, però, non è mai accaduto.
[Lucia Capuzzi, inviata a Sharm el-Sheikh – Avvenire]