P. Giulio Albanese: “Pedagogia e trasformazione sociale tra i poveri”

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Sabato 19 novembre 2022
Forse mai come oggi è necessario che ogni attività pedagogica sia finalizzata alla promozione della società civile, nelle sue molteplici declinazioni. Papa Francesco a questo proposito si è fatto promotore ripetutamente del cosiddetto “Patto educativo globale”. Nel suo messaggio per il lancio di questa alleanza planetaria, il 12 settembre 2019, sottolineò l’urgenza e la necessità di «unire i nostri sforzi per realizzare un’ampia alleanza educativa... in grado di ricostruire il tessuto relazionale e di creare un’umanità più fraterna, equa e solidale». [Foto Facebook/University Mtaani; L’Osservatore Romano]

L’impegno dell’University Mtaani di Nairobi per una cittadinanza attiva
Pedagogia e trasformazione sociale tra i poveri

Forse mai come oggi è necessario che ogni attività pedagogica sia finalizzata alla promozione della società civile, nelle sue molteplici declinazioni. Papa Francesco a questo proposito si è fatto promotore ripetutamente del cosiddetto “Patto educativo globale”. Nel suo messaggio per il lancio di questa alleanza planetaria, il 12 settembre 2019, sottolineò l’urgenza e la necessità di «unire i nostri sforzi per realizzare un’ampia alleanza educativa finalizzata alla formazione di persone mature, in grado di ricostruire il tessuto relazionale e di creare un’umanità più fraterna, equa e solidale. Un’alleanza tra gli abitanti della Terra e la casa comune alla quale dobbiamo cura e rispetto».

D’altronde, come segnalato da autorevoli esperti internazionali, nonostante gli obiettivi e le mete fissate dalle Nazioni Unite e i notevoli sforzi compiuti da alcuni Paesi, l’educazione continua a essere un ambito di disuguaglianza per la popolazione mondiale.

Queste istanze del Santo Padre hanno poi trovato un felice riscontro il 5 ottobre 2021, in occasione della Giornata mondiale degli insegnanti ed educatori. In quell’occasione si svolse in Vaticano l’evento “Religioni ed educazione: verso il Patto educativo globale” al quale presero parte i rappresentanti delle principali religioni mondiali che ebbero modo di dialogare con il Pontefice sulle grandi sfide educative contemporanee. Al termine, per tramite dell’Unesco, chiesero alle istituzioni del pianeta di mettere l’educazione al centro dell’agenda internazionale.

Per sostenere questo indirizzo a favore del Patto educativo globale, attraverso la condivisione di esperienze di umanesimo solidale delle università e istituzioni cattoliche di studi superiori di tutto il mondo, dal 27 al 28 ottobre scorsi, si è svolto a Roma il terzo Simposio globale Uniservitate. Promosso dal Programma di promozione dell’apprendimento e del servizio solidale (Ayss) delle stesse Università — di cui peraltro fa parte anche la Lumsa di Roma, che ha ospitato i lavori — il Simposio ha visto la partecipazione di studenti, insegnanti, ricercatori e dirigenti di oltre trenta istituzioni cattoliche da 26 Paesi dei cinque continenti. Quest’anno è stato messo a tema la realizzazione del Patto educativo globale e la fraternità universale attraverso l’istituzionalizzazione della pedagogia dell’apprendimento-servizio, il cosiddetto “service-learning”.

Si tratta di una strategia di insegnamento e apprendimento che integra un servizio significativo verso il territorio con l’apprendimento accademico per arricchire l’esperienza educativa, promuovere la responsabilità civica e rafforzare le comunità locali. Il service-learning contiene due elementi principali: l’impegno all’interno della comunità (service) e la riflessione critica su tale impegno (learning). Ciò significa che le attività di servizio al territorio sono associate a una specifica preparazione e alla riflessione da parte degli studenti.

Il service-learning offre l’applicazione diretta di modelli teorici alle realtà delle comunità locali, consentendo così agli studenti di metabolizzare il materiale del corso attraverso attività di tirocinio. Come processo, quindi, il service-learning si basa sulla comprensione dei bisogni comunitari e avviene sotto la supervisione del corpo docente. Ai fini accademici, esso deve essere finalizzato al miglioramento e all’integrazione del curriculum accademico di base, consentendo agli studenti di riflettere sull’esperienza di servizio.

Papa Bergoglio, in un telegramma a firma del segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, inviato al rettore della Lumsa, il professore Francesco Bonini, in occasione del Simposio, ha espresso l’auspicio che si realizzi «un confronto costruttivo sull’importante apporto della fede cristiana ai valori della convivenza sociale, promuovendo percorsi di solidarietà, di pace e rispetto della dignità umana».

Da rilevare che il Simposio ha costituito anche lo spazio ideale per condividere con i protagonisti le esperienze condotte da studenti, insegnanti e comunità solidali dei vincitori del Premio Uniservitate 2022. In questo modo, si è voluto contribuire alla promozione di un umanesimo solidale, allo sviluppo della dimensione spirituale del servizio e al rafforzamento dell’identità e della missione delle università.

Tra le esperienze premiate, c’è da segnalarne una tutta africana: quella della University Mtaani — l’Università nel vicinato — la prima di un campus universitario inserito tra le baraccopoli di una grande città come la capitale keniana, Nairobi, che offre ai residenti un accesso all’educazione universitaria formando educatori comunitari per la cittadinanza attiva e lo sviluppo locale.

L’idea di un diploma universitario in Educazione civica finalizzato allo sviluppo di un insediamento informale è stata concepita circa dieci anni fa, quando in Kenya il dibattito su un nuovo regime costituzionale era diventato virale. Il programma è stato lanciato dall’Istituto del Social ministry, oggi denominato Social transformation (Ist), del Tangaza University College di Nairobi, con il sostegno finanziario iniziale del Comitato per gli interventi caritativi a favore del Terzo mondo della Conferenza episcopale italiana (Cei).

«Dopo le violenze post-elettorali del 2008, che hanno avuto un impatto negativo negli insediamenti urbani e portato il Paese africano sull’orlo della guerra civile — spiega fratel Jonas Yawovi Dzinekou, direttore dell’Ist — è arrivata nel 2010 la nuova Carta costituzionale, che ha riscritto l’architettura e le regole della convivenza civile. Questa ha modificato radicalmente le percezioni sul governo, sulla governance e sui diritti dei cittadini, creando così aspettative più elevate per l’erogazione dei pubblici servizi». In seguito all’adozione della nuova Costituzione, spiega il missionario comboniano, la sfida era «creare una nuova consapevolezza e senso di cittadinanza, per superare la vecchia cultura politica».

In poche parole, si trattava di avere «vino nuovo in otri nuovi», per superare le fragilità sociali — in particolare la corruzione — che avevano portato il Paese a un passo dal baratro. Da questo punto di vista, l’obiettivo dei vincitori del premio è stato quello di trasformare una periferia urbana a forte esclusione sociale, plasmandola con i valori della giustizia sociale, del bene comune, della dignità umana e della responsabilità collettiva. L’approccio all’educazione civica era incentrato in passato su programmi di apprendimento spesso brevi, realizzati da esperti esterni che solitamente prestavano poca attenzione al reale vissuto comunitario della gente.

I programmi, essendo, per così dire, importati da fuori, proponevano interessi e prospettive che non corrispondevano a quelli della gente. Con il risultato che si faceva fatica a stabilire un autentico rapporto di fiducia a lungo termine in cui entrambe le parti (docenti e comunità) fossero davvero impegnate a raggiungere un comune obiettivo, definito assieme attraverso il dialogo. Ecco che allora la University Mtaani ha segnato la svolta in quanto gli studenti non solo vivono in baraccopoli, ma portano avanti il programma di studio accademico con i docenti nel “mtaa”, il quartiere nel gergo degli insediamenti informali di Nairobi. Proprio lì avviene il processo di apprendimento che per osmosi contamina positivamente la popolazione autoctona attraverso le attività di tirocinio.

Secondo fratel Dzinekou, «portare la formazione accademica in un insediamento informale è stato un approccio all’educazione unico nel suo genere. Il programma di University Mtaani crea, infatti, negli studenti un senso di responsabilità sociale e consente loro di sviluppare legami con le comunità, attraverso i quali applicano le conoscenze apprese in classe rendendo di fatto un servizio al territorio. Inoltre, questa strategia educativa accresce il bagaglio esperienziale dell’università rispetto al tradizionale approccio pedagogico, passivo e decontestualizzato. In altre parole, l’insegnamento e l’apprendimento hanno una valenza olistica nel processo di apprendimento, creando una relazione dinamica e interattiva tra l’università, gli studenti e la comunità locale».

Una cosa è certa: la verifica sul campo svolta in fase di monitoraggio e valutazione ha innescato una miriade di cambiamenti sia nelle comunità che negli studenti, in linea con la pedagogia trasformante del service-learning. «Alcuni dei risultati — osserva fratel Dzinekou — includono il miglioramento dell’igiene nelle baraccopoli, con la partecipazione attiva dei residenti; la nascita di associazioni comunitarie attive sul territorio per rispondere alle sfide socio-economiche e ambientali; e si è anche notata una ragguardevole riduzione, da parte delle comunità locali, della sindrome di dipendenza rispetto ad attori esterni. Si inizia davvero a vedere che le comunità locali hanno un atteggiamento positivo e sono pronte ad attivarsi e a partecipare alla risoluzione dei problemi del loro territorio». Una pedagogia, questa, in grado di realizzare l’agognato riscatto sociale nelle periferie del mondo.
[Giulio Albanese — L’Osservatore Romano]