Padre Giulio Albanese: “Nel Nord Kivu sono i giovani a invocare la pace”

Immagine

Sabato 14 gennaio 2023
«Nel Nord Kivu ci sono centinaia di giovani armati e bambini soldato che vorrebbero deporre le armi, ma nessuno dà loro ascolto». È l’accorato appello di don Giovanni Piumatti, fidei donum della diocesi di Pinerolo, per oltre 50 anni missionario nella Repubblica Democratica del Congo. [
L’Osservatore Romano]

Chiamato affettuosamente padiri (ovvero padre, fratello e guida spirituale insieme) dai suoi parrocchiani congolesi, don Piumatti è rientrato da un paio d’anni in Italia e si sta impegnando nel «dare voce a chi voce non ne ha». Per comprendere le ragioni e soprattutto le implicazioni delle sue parole è importante tenere presente il contesto nel quale questo missionario, classe 1938, ha svolto il proprio apostolato. Molti dei nostri lettori ricorderanno che il 22 febbraio del 2021 nei pressi della cittadina congolese di Kanyamahoro, non lontano dal parco di Virunga, venne ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, insieme al carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci e al loro autista Mustapha Milambo. La notizia fece scalpore perché l’ambasciatore Attanasio aveva manifestato in più circostanze, nel corso dei suoi viaggi nell’est della Repubblica Democratica del Congo, grande attenzione e solidarietà nei confronti dei missionari, dei volontari e dei cooperanti che operano in quella parte dell’Africa Subsahariana dimenticata da tutto e da tutti.

Eppure, sarebbe davvero fuorviante pensare che l’imboscata tesagli da un commando di miliziani, finora non meglio identificati, sia un episodio a sé stante che prescinde dal contesto geopolitico di quella tormentata parte dell’ex Zaire: la provincia del Nord Kivu. Una terra che da lunghi anni continua a essere bagnata da sangue innocente, per questo raccontata spesso anche da questo giornale e inspiegabilmente e colpevolmente ignorata da gran parte della stampa nazionale e internazionale.

Le ragioni che rendono infuocato questo territorio sono fondamentalmente due: la presenza di numerosi formazioni armate che seminano quotidianamente morte e distruzione e la ormai endemica epidemia di ebola che ciclicamente si ripresenta causando pene indicibili ai malati. Si stima che nella regione siano attive circa 160 formazioni ribelli, con un totale di oltre 20 mila combattenti. Ma al di là di queste considerazioni è importante comprendere che il Nord Kivu rappresenta la cartina al tornasole di quanto sta avvenendo in Congo. Come qui è stato più volte documentato e contrariamente a quanto si pensa, non stiamo parlando affatto di un Paese povero, semmai di una terra impoverita.

È il paradosso di una delle nazioni più ricche al mondo di materie prime, ma con una delle popolazioni più povere del pianeta. Proprio gli abitanti del Nord Kivu potrebbero essere più benestanti di quelli del Canton Ticino se potessero gestire le immense risorse minerarie del proprio sottosuolo: oro, cobalto, petrolio, manganite, cassiterite e coltan. Quest’ultimo, nell’elenco delle commodity, è al top: si tratta di una lega naturale di columbio e tantalio e viene utilizzato per i più svariati scopi industriali che vanno dall’assemblaggio dei satelliti spaziali con l’utilizzo del columbio, alla realizzazione della componentistica di cellulari, tablet, computer e altri gadget elettronici grazie al tantalio.

Il controllo delle terre e il sistematico sfruttamento delle risorse naturali, oltre ai continui approvvigionamenti di armi e munizioni, consente a miliziani, trafficanti e mercenari di perseguire una massiccia e devastante appropriazione e (s)vendita di un bene comune mai condiviso. Tutto questo, purtroppo, avviene con la complicità di potentati stranieri, in competizione tra loro, che hanno come scopo la massimizzazione dei loro profitti derivanti dal business delle materie prime. «La verità — commenta don Piumatti — è che sono oltre vent’anni che il settore nordorientale dell’ex Zaire è infestato da bande armate che seminano morte e distruzione: da Goma a Butembo, da Beni fino alla regione più a nord dell’Ituri. Il bilancio delle vittime è spaventoso: dalla seconda metà degli anni Novanta oltre 6 milioni di persone hanno perso la vita, in maggioranza civili». La preoccupazione costante di don Piumatti è sempre stata rivolta alle centinaia di migliaia di sfollati, in fuga, perché costretti ad abbandonare le loro abitazioni devastate dai signori della guerra. I danni causati al territorio, fertilissimo, sono stati indicibili, soprattutto dal punto di vista agricolo; con il risultato che l’insicurezza alimentare rappresenta una costante. In questo inferno di dolore sono soprattutto le donne e i minori a pagare il prezzo più alto. «Questa gente — spiega il missionario — è ostaggio di numerosi gruppi armati, sia nazionali che stranieri, tra cui le Forze democratiche alleate (Adf), d’origine ugandese, le Forze democratiche per la Liberazione del Rwanda (Fdlr), di origine rwandese, il Movimento 23 marzo (M23) e la galassia delle milizie autoctone Mai-Mai. Sta di fatto che molti giovani per sbarcare il lunario vengono reclutati non solo per combattere, ma anche per svolgere attività estrattive. Insomma, per mangiare un pugno di fagioli sono costretti a scavare con le mani coltan, oro, diamanti e quant’altro».

Da rilevare che, stando alle conoscenze di don Piumatti, molta di questa gioventù è disposta a deporre le armi. Basti pensare che solo nei territori di Lubero e di Beni sono circa un migliaio i ragazzi stanchi, demotivati, delusi e affamati che vorrebbero tornare nella società civile. «Sul campo vi sono delle realtà — racconta don Piumatti — come associazioni e gruppi che accolgono alcuni di loro per brevi periodi. Ma solitamente, dopo qualche mese, i ragazzi ritornano nei gruppi da dove erano partiti. Il vero problema è che non esistono strutture solide e visibili di accoglienza e reintegrazione, che rispondano ai loro effettivi bisogni». Alle luce della sua lunga esperienza maturata direttamente sul campo, don Piumatti è convinto che la popolazione locale, soprattutto le giovani generazioni, siano in grado di risollevarsi. «Già in passato hanno dimostrato di saper “se prendre en charge”, con progetti a misura d’uomo: agricoltura familiare, mercati locali, microcentrali idroelettriche… Con un minimo di “pace”, i progetti a dimensione umana, diventano possibili». Ed è proprio la pace che va ricercata con ogni mezzo affermando il primato della vita umana sugli squallidi interessi legati alle ricchezze del sottosuolo. È da sempre che queste ricchezze hanno condizionato la storia nazionale: sono state al centro delle guerre che dal 1996 al 2003 hanno insanguinato l’ex Zaire. E proprio poiché a est, lungo la linea di confine con l’Uganda e il Rwanda, la guerra di fatto non è mai terminata, sarebbe pertanto auspicabile un rinnovato impegno da parte della comunità internazionale.

A questo proposito è bene rammentare che recentemente sono stati diramati un rapporto e due note, rispettivamente uno delle Nazioni Unite e le altre del Quai d’Orsay e dell’Unione europea che hanno messo in luce la drammatica situazione che investe il settore nordorientale della Repubblica Democratica del Congo. Nel primo caso gli esperti dell’Onu hanno evidenziato «prove schiaccianti» dei legami tra M23 e il governo di Kigali. Mentre da parte dell’esecutivo francese vi è stato un forte richiamo all’esecutivo ruandese affinché si adegui e rispetti le consegne degli accordi di Luanda e di Nairobi. Accordi attraverso i quali si sarebbe dovuto porre termine agli scontri armati (ripresi circa un anno fa) nel Nord Kivu.

L’Unione europea (Ue) dal canto suo ha invitato il Rwanda a «smettere di sostenere» i ribelli dell’M23 che hanno conquistato diverse città del Nord Kivu. L’Ue «esorta con forza il Rwanda a smettere di sostenere l’M23 e a utilizzare tutti i mezzi per esercitare pressioni sull’M23 affinché si conformi alle decisioni prese dalla Comunità degli Stati dell’Africa Centrale (Eac) e al mini-vertice di Luanda del 23 novembre 2022», ha dichiarato l’Alto rappresentante della Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Josep Borrell, in un comunicato emesso a seguito della pubblicazione del rapporto dell’Onu. Il governo di Kigali ha respinto le accuse sostenendo che l’esercito congolese è colluso con i ribelli delle Fdlr.

Com’è noto, dal 31 gennaio al 3 febbraio il Santo Padre Francesco sarà «pellegrino di pace nella Repubblica Democratica del Congo — sono sue testuali parole pronunciate il 9 gennaio scorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede — con l’auspicio che cessino le violenze nell’est del Paese e prevalga la via del dialogo e la volontà di lavorare per la sicurezza e il bene comune».

[P. Giulio AlbaneseL’Osservatore Romano]