Giovedì 19 gennaio 2023
Domenica è stata una giornata di sangue per la cristianità in terra africana. Quanto è avvenuto sia in Nigeria, come anche nella Repubblica Democratica del Congo, è raccapricciante. Sebbene i contesti siano molto diversi tra loro, s’impone necessariamente una riflessione sulle ragioni di tanta violenza. [Nella foto: Avvenire. La strage di cristiani del 16 gennaio in una chiesa in Congo. Testo: Giulio Albanese -
Avvenire. Foto: Reuters]

Nel caso della Nigeria, l’atroce morte di padre Isaac Achi, arso vivo nell’incendio provocato da una banda criminale che ha tentato di saccheggiare la sua canonica, è l’ennesimo episodio che conferma il malessere socioeconomico in cui versa la Nigeria. Si tratta di un Paese profondamente segnato dalle diseguaglianze dove a pagare il prezzo più alto sono i ceti meno abbienti. Molte delle riforme avviate con il ritorno della democrazia nel 1999 si sono arenate e in alcuni casi hanno fatto addirittura passi indietro. Si pensi ad esempio al tema della corruzione che rappresenta una piaga nazionale o alla riforma del settore dell’elettricità.

Recentemente, la guerra russo-ucraina ha contribuito a un innalzamento significativo dei prezzi del greggio e di altre materie prime, il cui impatto sull’economia locale è stato però in larga parte vanificato dagli effetti della riduzione della liquidità a livello globale, provocata dalla politica di aumento dei tassi di interesse della Federal Reserve americana.

Stiamo parlando di un Paese che galleggia sul petrolio e in cui la ricchezza è concentrata nelle mani di un manipolo di nababbi, con la connivenza delle multinazionali che operano nell’industria estrattiva d’ogni genere d’idrocarburi. In questo contesto, fatti di “cronaca nera” – è un eufemismo – come quello avvenuto nella parrocchia di padre Isaac, a Kafin-Koro, sono all’ordine del giorno. Vengono svaligiati esercizi commerciali, abitazioni e anche strutture assistenziali delle chiese cristiane. La disparità nei redditi e l’indigenza delle masse sono tali per cui costituiscono uno dei maggiori “driver” della criminalità. Il sacerdote ucciso era un obiettivo sensibile disponendo comunque di entrate per le attività pastorali e caritative.

Diverso lo scenario nel Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo) dove la guerra va avanti da oltre vent’anni. La deflagrazione di una bomba artigianale, domenica mattina, nella chiesa pentecostale di Kasindi, ha causato la morte e il ferimento di numerosi civili. L’attentato è stato perpetrato da uno dei principali gruppi eversivi presenti nella zona, le Forze democratiche alleate (Adf), d’origine ugandese e di matrice jihadista. Le ragioni che rendono infuocato questo territorio sono legate alla presenza di numerose formazioni armate che seminano quotidianamente morte e distruzione. Si stima che nella regione siano attive circa 160 formazioni ribelli, con un totale di oltre 20mila combattenti. Oltre all’Adf, sono presenti sul campo le Forze democratiche per la Liberazione del Rwanda (Fdlr), di origine rwandese, il Movimento 23 marzo (M23) e la galassia delle milizie autoctone Mai-Mai.

Da rilevare che gli abitanti del Nord Kivu potrebbero essere a dir poco benestanti se potessero gestire le immense risorse minerarie del proprio sottosuolo: oro, cobalto, petrolio, manganite, cassiterite e coltan. Sta di fatto che il controllo delle terre e il sistematico sfruttamento delle risorse naturali, oltre ai continui approvvigionamenti di armi e munizioni, consentono a miliziani, trafficanti e mercenari di perseguire una massiccia e devastante appropriazione e (s)vendita di un bene comune mai condiviso. Ecco che allora anche i jihadisti dell’Adf, strumentalizzando la religione islamica per fini eversivi, sono tra quelli che hanno il loro tornaconto. Peraltro, colpendo una comunità religiosa come la chiesa pentecostale, hanno inferto un grave colpo alla società civile locale - al cui interno opera anche quella cattolica – molto attiva nel promuovere la pace e difendere i diritti umani.
Giulio Albanese - Avvenire