Comboni Press
Il pomeriggio del 2 febbraio è stato dedicato a mettere a fuoco tutto il materiale raccolto nei gruppi partendo da una sintesi di p. Pierli con le premesse: la nostra esperienza nel contesto della Gaudium et Spes (GS), un assunto di terminologia, una visione più grande dell’ispirazione di Comboni. E poi : l’evento, la trasmissione dell’evento, la condivisione dei FSC.
Belém, 03.02.2009

Se parliamo di una missione nuova, necessaria e urgente, abbiamo bisogno anche di una teologia nuova che fondi la missione su nuovi ministeri e di un nuovo governo che gestisca la nuova missione.

La GS parla della Chiesa e del Mondo e nel capitolo 4 afferma: la Chiesa da’ e riceve dal mondo. E’ una sorpresa non sufficientemente analizzata perché implica che il protagonismo risiede nel mondo. Il Foro Sociale Mondiale é un evento del mondo, che da’ atto d’un processo di trasformazione profondo. E’ anche un kairos nella storia di Dio: un evento sociale che, per la forza dello Spirito Santo che attua ovunque, può essere sacramento dell’azione di Dio nel mondo.

Questo kairos ci fa scoprire qualcosa di nuovo nel nostro carisma? Fa apparire chiaro che Dio opera nel mondo non solo attraverso la Chiesa, ma anche attraverso questo tipo di eventi. Il Regno di Dio è il risultato di una cooperazione fra Chiesa e mondo, cooperazione dinamica che implica tensioni. A volte è il mondo che sfida la chiesa, come nel caso dei problemi di genero; a volte è la Chiesa che sfida il mondo, per esempio con i martiri dell’America Latina -come lo fu nei primi tempi.

La nostra ecclesiologia deve oggi inspirarsi molto di più sul c. 4 della GS. I comboniani sanno dare e ricevere nei loro rapporti con il mondo? Cosa danno e cosa ricevono? Come si sentono sfidati? E’ qui in gioco la nostra identità. Si può pensare di mettere la Famiglia comboniana in situazione di Forum?

E’ evidente che la terminologia condiziona molto. Si parla di carità, di sviluppo, di GPIC. Il termine sviluppo apparve quando era in voga un’ideologia di sfruttamento della natura. La teologia e la sociologia seguirono questa traccia di sviluppo-sfruttamento in cui s’inserì anche la prospettiva della promozione umana. Questa visione oggi crea seri problemi.

I nostri segretariati -stabiliti nel 1969 quando era in voga questa mentalità- hanno ancora oggi una funzione valida o sono una struttura che deve evolvere per promuovere la nuova visione del mondo, cambiando la dinamica di relazione fra sviluppo ed evangelizzazione? L’eco-sociale è una tremenda sfida, per tutto il mondo, certamente per l’Africa. Anche perché l’ecologia è in mano al profitto con l’eco-turismo. Gli animali sono diventati più importanti delle persone. La prima reazione della gente quando sentono il termine “ecologia” è un rifiuto viscerale. L’ecologia deve essere integrata nel sociale.

La “caritas” nella tradizione della Chiesa esulava dalla soggettività del mondo. Adesso parliamo di GPIC nel contesto della società civile preoccupata di democrazia e diritti umani. Non dovremmo forse rivedere le nostre strutture di governo in questo contesto? In fondo le nostre comunità sono parte della società civile e le parrocchie attori sociali, soggetti di cambio: non possiamo evitare di risolvere o almeno affrontare con la comunità cristiana e umana i problemi di oggi insieme ai molti altri attori sociali. IL FSM è un evento chiarissimo in cui si manifesta la pluralità di attori sociali: i fondamenti per noi sono religiosi e teologici, per gli altri magari solo sociali. Fondare nel Vangelo il lavoro di GPIC e la presenza nel politico e nel sociale è un affare molto serio, un’autentica sfida intellettuale.
Siamo ormai nel secolo 21. La canonizzazione di Comboni avvenne all’inizio di questo secolo ma fu vissuta e gestita in chiave di “pietas” religiosa. Ci sono altre letture che possiamo ora affrontare partendo dal contesto del secolo 19mo, quello di Comboni. Era il tempo di Marx, nasceva la dottrina sociale della Chiesa, Leone 13° apriva cammini nuovi, Rosmini e lo stesso Mazza si distanziavano da una visione “caritativa” dell’azione. Romanato accenna a queste dimensioni che Comboni assunse: ma non è sufficiente per vedere il nostro carisma nel contesto sociale del suo tempo perché il nostro Fondatore sia fonte di ispirazione nel nostro tempo.

Far passare l’esperienza del Forum attraverso un documento ai confratelli, non è facile. L’evento è un’esperienza profonda, ha dimensioni sociali e mistiche. Quando lo comunichiamo attraverso un documento. l’evento sfuma: l’evento trasforma, il documento informa. Il contatto umano diretto, l’emotività, la ricchezza dello scambio spariscono in un documento: resta solo l’intellettualità e questa non trasforma, non vivifica.

Se veramente vogliamo che le persone cambino dobbiamo far sì che si inseriscano in eventi importanti che cambiano la sensibilità e le prospettive di vita. Però va trovata una metodologia che permetta di rinnovare l’istituto a partire da questi eventi, altrimenti si spendono inutilmente migliaia di dollari: partire dalle esperienze, riflettere, pregare come comunità, condividere al ritorno, trasmettere il vissuto; dopo aver ascoltato e visto, discutere e pregare insieme, altrimenti l’evento resta lettera morta come il documento.

La teologia nuova nasce dall’esigenza di una Missione nuova: ciò implica una visione teologica distinta. Abbiamo una tradizione di documenti capitolari: un articolo ha una visione innovatrice, l’altro è in ritardo sulla storia e non ce ne rendiamo conto. Conclusione: non abbiamo una visione globale come gruppo. Non sviluppando una visione teologica comune diamo l’impressione di essere come pecore senza pastore. Per una nuova teologia, i ministeri sono al centro: annunciare la Parola, sviluppare la comunità cristiana, creare ponti con le religioni, attuare nel campo della GPIC. Un ministero è qualcosa di serio, non lo si assume senza formazione, senza competenze specifiche, senza un’esperienza mistica profonda, senza capacità di collaborazione nel networking della società civile.

Il nostro documento basico della formazione è datato di 40 anni, nato com’è verso il 1967: è centrato sulla persona isolato dal contesto del mondo. Parla di maturità umana, ed è qualcosa di fondamentale. Ma senza contestualizzazione non c’è formazione.

Nelle loro relazioni, i gruppi hanno sottolineato la difficoltà di trasformazione sociale senza una trasformazione del governo nell’Istituto: si necessità una nuova relazione dinamica fra governo e networking, fra animazione missionaria e lobbying e advocacy. La nostra struttura di provincia attuale non favorisce questa trasformazione. Affermiamo che la visione geografica della missione è passata, ma per il governo dell’Istituto continua ad essere centrato sulla geografia.

Ne risulta un governo senza riferimento esplicito ai ministeri. Riflettere su nuove modalità di governo è una sfida, per il FMS come per noi. Quando si cominciò il nuovo stile di provincia ci si centrò sulla rappresentatività come sinonimo di partecipazione. La rappresentatività è un valore ma oggi è insufficiente per assicurare una vera partecipazione di tutti: nell’istituto e nel mondo. Il FSM sottolinea la partecipazione diretta più che la rappresentatività: contare il numero di quanti rappresentano il tal continente o la tal categoria non è più un criterio sufficiente. Si finisce che il Capitolo, il Consiglio Provinciale o Generale discutono, ma la base non partecipa e non si sente coinvolta.

Comboni Press
Allegati:
Nel documento resta l’intellettualità: né trasforma né vivifica - Belém N. 15