di Alessandro Guarda

assemblea di animazione missionaria

Atteggiamenti interiori per evangelizzare la nostra economia

come passare dalla competitività, dal possesso, dal profitto alla convivialità, alla gratuità, all’uso delle cose

Premessa

Mi sarà un po’ difficile conservare l’equilibrio tra preghiera e riflessione, tra dialogo di fede e ragionamento logico esposto. Un’altra difficoltà sarà quella di parlare di evangelizzazione in un consesso di Missionari e di atteggiamenti interiori a dei Religiosi esperti di vita. Spero di non dire niente di nuovo, questo sarà la garanzia di aver detto delle cose giuste, da voi già conosciute “ovviamente”, ed avrò solo offerto l’occasione di ricordarle.

Il primo elemento ovvio di preghiera è di riferirci vitalmente a Gesù Cristo, cioè una persona storica e teologica, conosciuta nella nostra fede. É Lui il riferimento vocazionale del Padre, l’anello di comunione, il modello esistenziale.

Il secondo elemento è ovviamente la nostra vita missionaria, ciò che dà senso alla nostra esistenza.

Un altro elemento è la coerenza, cioè essere missionario e non fare il missionario, o per lo meno, essere prima di fare.

La comunione è elemento essenziale di quanto già enunciato: UNA missione con Cristo, nella Chiesa, per il bene dell’umanità.

Sembra mancare qualcosa, l’economia! No! L’economia trova il suo significato e modo di realizzazione solo in questa visione Cristiana, come ogni altra realtà quotidiana e storica, ma non ha un capitolo proprio. Il pericolo parte proprio da qui: una volta isolata l’economia si arriva a dire facilmente: l’economia ha le sue leggi, il denaro non ha odore, ecc. espressioni generalmente sorte nel contesto del mondo (ed economia) occidentale. Lo sottolineo per non dimenticare che l’Occidente non è la sommità del pensiero umano, ma solo una espressione che si è spesso rivelata “bacata”. In altre culture ci sono e ci sono state altre economie. L’economia è solo un’estensione della sociologia, del modo di agire umano, che Cristo ci ha invitato a “convertire” per un mondo nuovo.

1. Il ministero di Gesù

Si dice che ogni famiglia religiosa si ispiri ad un momento particolare della vita, dell’esperienza o della missione di Cristo per farne la propria identità e carisma. Il riferimento comboniano è sicuramente da ricercare nel ministero di Gesù. Come mettere a fuoco questo ministero per coglierne gli orientamenti essenziali da imitare e le dinamiche da riprodurre in noi?
Nel Vangelo, in particolare in Matteo cap.5, possiamo trovare molti elementi che identificano la missione di Gesù: le Tentazioni, le Beatitudini, il Discorso della montagna.
Se è difficile per noi fare una sintesi della missione di Gesù in poche righe, possiamo affidarci alla scelta fatta da Luca nel suo Vangelo: Lc. 4,16-19, dove si mostra che Gesù realizza le attese profetiche e si identifica con quanto detto da Isaia.
Il ministero di Gesù è prioritario nei confronti delle modalità di realizzazione della sua stessa missione, che saranno illustrate in seguito nei capitoli successivi del Vangelo.

Lc. 4, 16-19 – All’inizio del suo ministero, nella sinagoga di Nazareth, Gesù proclama che lo Spirito lo ha consacrato per portare ai poveri il lieto messaggio, per proclamare la liberazione dei prigionieri e il dono della vista ai ciechi, per liberare gli oppressi.
Con questo proclama, messo all’inizio del suo vangelo, Luca ci vuole indicare le linee maggiori del programma di Gesù. Di fatto il Maestro rimarrà aperto a tutte le persone, ricchi e poveri, ebrei, romani e pagani, andrà anche al di là delle attese della gente, ma conserverà un atteggiamento particolare verso la categoria dei poveri, al punto che sarà chiamato “Maestro buono”.
(Significato dell’espressione “Maestro Buono”)
Il soccorso a queste persone provate dalla vita e dalla società sarà fisico per alcuni che si rivolgeranno a lui con fiducia ed avranno la fortuna di incontrarlo, ma non sarà sistematico, nel senso che Gesù non apre un ospedale o una istituzione di soccorso. Rimane un “maestro”, vuole insegnare una via valida per tutti ed innovativa per la trasformazione del mondo: agisce personalmente, ma pensa ai suoi discepoli: che cosa potranno fare e come potranno continuare la sua opera. Preferisce ciò che può fare l’esempio e un nuovo atteggiamento seguito da molti, più che un lavoro fatto in modo isolato.
Gli oppressi sono nel suo cuore, vive coerentemente una vita che non sia un’offesa alla loro povertà, se deve scegliere sta dalla loro parte, vive prima che lo facciano gli apostoli ciò che dirà Pietro in seguito “Non ho né oro né argento, ma ciò che ho te lo do”… e Gesù può aggiungere “ti do la mia vita”. Questo dono non si realizza solo sulla Croce, ma viene anticipato quotidianamente nello stile di vita scelto da Gesù.
La scelta di una vita “povera ed austera” da parte di Gesù è la conseguenza della missione stessa accettata dalle mani del Padre, per l’evangelizzazione dei poveri (“Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc.6,20). Stranamente non tira le conseguenze che noi tiriamo così spontaneamente: per aiutare i poveri bisogna avere tanti soldi da distribuire! Non così per Gesù.
Gesù con la sua scelta di povertà accusa il sistema: i poveri sono amati da Dio e rifiutati dalla società!

Il riferimento a Gesù il Cristo è l’atteggiamento fondamentale da riscoprire e risvegliare in noi, magari dopo gli slanci entusiastici della giovinezza, dopo l’esperienza, a volte dura, della vita missionaria, dopo le abitudini prese e gli atteggiamenti assunti in seguito alle vicende della nostra esperienza personale.
Possiamo fare un esame di coscienza, molto personale, nell’intimo delle motivazioni che ci muovono. A volte certe ideologie hanno pervaso a tal punto la società in cui siamo vissuti, che noi le abbiamo inspirate ed assunte e le abbiamo colorate, trasportate nel contesto evangelico. Illustro questo concetto con alcune citazioni:

Nella sua ultima enciclica “Spes Salvi”, Benedetto XVI ha messo in confronto l’idea di “progresso” con la “speranza” (faccio una breve sintesi). “Anche la speranza, in (Francesco) Bacone, riceve una nuova forma. Ora si chiama fede nel progresso. Per Bacone infatti, è chiaro che le scoperte e le invenzioni appena avviate sono solo un inizio; che grazie alla sinergia di scienza e prassi seguiranno scoperte totalmente nuove, emergerà un mondo totalmente nuovo, il regno dell’uomo” (S.S. n.17). Al contempo, due categorie entrano sempre più al centro dell’idea di progresso: ragione e libertà. (S.S, n.18). C’è innanzitutto la Rivoluzione francese come tentativo di instaurare il dominio della ragione e della libertà ora anche in modo politicamente reale. L’Europa dell’Illuminismo, in un primo momento, ha guardato affascinata a questi avvenimenti, ma di fronte al loro sviluppo ha poi dovuto riflettere in modo nuovo su ragione e libertà (S.S. n.19).
Dopo la rivoluzione borghese del 1789 era arrivata l’ora per una nuova rivoluzione, quella proletaria: il progresso non poteva semplicemente avanzare in modo lineare a piccoli passi. Ci voleva il salto rivoluzionario (S.S. n.20). Ma con la sua vittoria si è reso evidente anche l’errore fondamentale di Marx. Egli ha indicato con esattezza come realizzare il rovesciamento. Ma non ci ha detto come le cose avrebbero dovuto procedere dopo. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli (S.S. n.21).”

Un’altra citazione e riflessione: In questo contesto mi piace ricordare un’immagine molto suggestiva di un “missionario scrittore protestante”, Jonahtan J. Bonk in Missions and Money.
“Tra le idee che influenzarono la teoria e la pratica missionarie dall’inizio dell’era moderna, probabilmente nessuno può indovinare il potere perverso della credenza occidentale nella inevitabilità del progresso. La legge del progresso era, nelle parole di uno storico, “la prima grande lezione che la storia ci insegna”.
Non soltanto i missionari credettero nella inevitabilità del progresso, ma essi videro se stessi come suoi veri emissari.
Gli assunti occidentali riguardanti il progresso e la civilizzazione sono soltanto parti di un retroscena contro il quale la ricchezza relativa dei missionari deve essere vista. La sovrabbondante ascendenza razziale, materiale e politica delle nazioni “cristiane” era non semplicemente un fatto, ma – nel pensiero missionario – un fatto provvidenziale. Il razzismo missionario era di un genere infinitamente più benigno di quello degli scienziati del diciannovesimo secolo, è vero. Ma essi erano razzisti, nondimeno. “Il missionario, osservava il ben conosciuto Segretariato degli Esteri della Società Missionaria di Londra, appartiene ad una razza superiore in energia e, affermando il diritto di guidare e governare, una razza la cui grandezza è evidente al mondo.”

Faccio questi accenni solo per suggerire un esame di coscienza profondo, per domandarci: Oltre al Vangelo, non ci sarà in me una qualche ideologia radicata, come un virus che non si dichiara, ma agisce sotto la forma di altri programmi e dichiarazioni di intenti?

Un altro aspetto riguarda l’autoconoscenza. Mi conosco non solo nel mio carattere, ma anche nella mia cultura? Di chi sono figlio? Di chi sono debitore ed erede? Da chi ho ricevuto? La mia povertà è evangelica o cultura veneta? La mia dedizione è amore o attivismo milanese? La mia attenzione agli altri è ascolto o irresponsabilità giovanile? Eccetera.
Mi sembra di poter osservare che le generazioni passate dei nostri missionari esemplari avessero caratteristiche tipiche dell’epoca: nella prima metà del secolo XX° non erano “eroi” ispirati dall’ideologia delle guerre? Nella seconda metà del secolo non siamo stati araldi della libertà e del dialogo, come dei veri sessantottini? Qui non voglio demonizzare le culture, ma pormi la domanda: quanto c’è di Cristo nel mio essere missionario?

2. Missionario modello

Lo diceva già Paolo VI nell’enciclica “Evangelii Nunziandi”: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni. E’ dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo. Vale a dire, mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità.” (E.N. 41)

A volte il rischio è quello di avere una teoria da far conoscere, un’idea per la quale cercare degli adepti, magari lo stesso insegnamento evangelico, ma senza la testimonianza della vita, diventerebbe una ideologia da sostenere: parole ben congegnate che possono anche far applaudire, ma non hanno la forza della conversione.

Tra queste teorie c’è anche la definizione di povero, come colui che manca dei mezzi economici. Allora si vuole vincere la povertà costruendo un sistema che produca ricchezza, improvvisandosi imprenditori; ma questo, quando funziona, trasforma i poveri in ricchi, ma rimangono con gli stessi problemi di prima, infelici come prima; i conti non tornano: la nostra ricca società è più felice di una società povera? Direi di no. Che cosa non quadra in questo sistema? I Francescani Cappuccini hanno dedicato 12 anni dei loro lavori Capitolari per capirne qualcosa, ed hanno fatto anche questa analisi; sentiamo Fr. Helmut Rakowski, OFMCap, Una Missione per il Denaro – SEDOS 2006:
“C’è anche un altro aspetto, che io ho potuto vedere proprio in Africa. Là ripetutamente mi è stato detto dai frati: “La povertà per noi non è un valore. Nelle nostre famiglie siamo poveri. Per questo non abbiamo bisogno di entrare nell’Ordine”. Data questa considerazione, la soluzione è vista unicamente nell’afflusso di denaro, che deve operare il mutamento da “poveri” a “ricchi”. Spesso nel nostro lavoro missionario e nell’usare i soldi per le missioni abbiamo esattamente seguito questo principio. Così abbiamo reso possibile il cambio di campo prima ai membri del nostro Ordine e alla gerarchia della Chiesa, e poi anche ai cristiani e alle persone di altre religioni. Ognuno conosce le conseguenze ed i problemi, perché solo in casi rarissimi tutto ciò succede senza invidie, lotte e gelosie. Specialmente durante crisi politiche e periodi di guerre civili la violenza si scatena contro tante strutture, istituzioni ecclesiastiche e residenze dell’ordine così incentivate. Il costante bisogno di “denaro fresco” conduce ad una pericolosa dipendenza.”
Per il nostro atteggiamento verso il denaro e per la nostra vita in quanto dipendenti dall’economia noi Cappuccini abbiamo sviluppato una cosiddetta “economia fraterna” come nuova forma di rapportarsi al mondo e, allo stesso tempo, annuncio profetico. È molto più di un semplice sistema di contabilità o di una fraterna condivisione delle risorse della casa fra noi religiosi. I suoi cinque principi costituiscono una critica profetica al corrente sistema che molti di noi hanno accettato come il solo sistema possibile, e ci chiamano a costruire con il denaro che dobbiamo usare, rapporti redenti in un mondo di relazioni asimmetriche:
a) la partecipazione assicura che tutti coloro che ne sono interessati siano coinvolti nelle decisioni significative che vengono prese. È questo un elemento importante contro la manipolazione e la segretezza delle informazioni.
b) L’equità non esige che ognuno abbia le stesse cose, ma che ognuno abbia il diritto a ciò che è necessario ad una vita dignitosa. È una forma in cui si riconoscono le differenze personali e culturali. Ed è rifiuto di valutare le persone con il metro di ciò che possiedono.
(Non so se vedete in filigrana la nostra esperienza missionaria!?)
c) La trasparenza garantisce l’onestà, la responsabilità ed i criteri etici nelle transazioni. Costituisce una forte critica alla corruzione, alla disonestà e alla manipolazione ai vari livelli della società.
d) La solidarietà critica (quindi non qualunque, ingenua) e si contrappone alla volontà di profitto che concentra la ricchezza nelle mani di pochi e agisce come motore nell’”economia di mercato”. La solidarietà si basa sull’esperienza (di san Francesco) che ciò che noi possediamo viene da Dio( e che l’unica cosa che è veramente nostra, è il nostro peccato).
e) L’austerità non è esattamente solo la scelta personale di uno stile di vita semplice, ma è anche una scelta comunitaria contro tutto ciò che distrugge le relazioni con Dio e con i nostri fratelli e sorelle. È un valore fraterno fondamentale che preserva gli altri valori della vita (francescana). È una maniera di rigettare un sistema che funziona col creare costantemente nuovi desideri per poter vendere di più. Senza l’auto-limitazione dell’austerità, la solidarietà diventa oggetto di offesa e di distruzione.”

Sottolineerei quest’ultimo punto di “austerità” con il concetto di “povertà comboniana”. Se i Francescani Cappuccini hanno trovato il modo di servirsi del denaro, nonostante la loro proverbiale povertà francescana, io credo che i Comboniani debbano prendere maggiormente coscienza della loro “povertà”, come identità propria, senza aver paura di essere più poveri dei Francescani, se questa fosse la realtà.
Il Capitolo del 1997 ha ripreso l’espressione di Comboni “Povero per vocazione e per necessità, sacrifico tutta la mia esistenza per soccorrere i miei fratelli in Cristo” (S.1769), e l’ha applicata alla nostra realtà attuale: “Sulla scia del nostro fondatore riteniamo che la povertà che professiamo come religiosi è condizione della missione, perché essa ci permette di essere più vicini, come persone e come strutture, alla vita della gente a cui siamo mandati, facendo causa comune con essa.” (AC’97, n.179)
“Di fronte al consumismo della società – ma ricordiamo anche i tempi di Gesù che diceva “Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re!” – rinnoviamo la nostra opzione per l’autolimitazione dei beni economici (RV 164), come un’espressione della sequela di Cristo. Essa si traduce in un’educazione alla sobrietà e alla semplicità volontaria”. (AC’03, n.103) Questo poi a conferma della RV. 27 che afferma “Il missionario sceglie volontariamente la povertà di Cristo… e segue uno stile semplice di vita per essere libero di portare il messaggio evangelico ai più poveri e abbandonati e vivere in solidarietà con loro”. Condivisione dei beni sì, ma soprattutto condivisione della povertà! E con questa affermazione la RV raggiunge le scelte fatte da Cristo: povertà per la missione di annuncio del Vangelo ai poveri!

3. Una vita missionaria cristiana (= ad imitazione di Cristo)

Il missionario, anche il Comboniano, è chiamato dal Vangelo ricevuto ad essere liberato e ad essere annunciatore della libertà di Dio (in parole ed opere = segni).
Ritorno alle parole di Benedetto XVI nella Spes Salvi, che sottolinea nella Lettera agli Ebrei la differenza tra il patrimonio perso dei nuovi credenti (le sostanze) e la vera sostanza, il Patrimonio che fonda la fede: “Avete preso parte alla sofferenza dei carcerati e avete accettato con gioia di essere spogliati delle vostre sostanze sapendo di possedere beni migliori e più duraturi”. Queste sostanze, la normale sicurezza per la vita, è stata tolta ai cristiani nel corso della persecuzione. L’hanno sopportato, perché comunque ritenevano questa sostanza materiale trascurabile. Potevano abbandonarla, perché avevano trovato una “base” migliore per la loro esistenza. (SS. 8)
All’ascolto di queste affermazioni facilmente concludiamo che sono parole fuori dal mondo, parole campate per aria. In realtà dobbiamo porci la domanda, se il vangelo che annunciamo noi, è lo stesso vangelo di Pietro, di Paolo, … di Cristo.
Credo che dobbiamo confessare a noi stessi una grande necessità di conversione interiore, di cui siamo i soli a conoscerne le profondità.
Su questa base, credo, sulla base della libertà interiore e di una profonda speranza in Cristo, possiamo lanciarci nel cammino della solidarietà con equilibrio.
Rimane ancora un punto fermo quanto detto da Paolo VI nel 1967 con la Populorum Progressio: “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo.” (PP. 14)
Troppo spesso noi valutiamo la situazione di “miseria” del popolo a cui siamo inviati, con gli stessi occhi del mondo occidentale, o occhi economici, rischiando di non valutare sufficientemente la grande ricchezza umana e culturale che abita dentro il loro cuore. Credo che nessun popolo, villaggio, parrocchia o altro agglomerato debba essere definito “povero”, sia per non avere noi un atteggiamento da ricchi benefattori a poveri, sia per non creare una mentalità di dipendenza, sudditanza e inferiorità. Tutti i popoli hanno una volontà di crescita e di superamento delle difficoltà. Assieme si troveranno le soluzioni. Probabilmente a volte non siamo sufficientemente usciti dal nostro mondo originario e siamo scarsamente penetrati nel mondo che ci ha accolti. Assumere poi questo ruolo di benefattori da lontano (l’Italia) in favore di tutte le popolazioni e culture del cosiddetto terzo Mondo, è un’impresa ardua: rischiamo di vedere necessariamente con i nostri occhi stranieri, cioè di colonizzare, anche volendo fare del bene.
Benedetto XVI, nell’’enciclica Deus Caritas Est (n. 35), ci insegna ancora: “L’intima partecipazione personale al bisogno ed alla sofferenza dell’altro diventa così un partecipargli me stesso: perché il dono non umili l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio, ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona.”
In questo riscopriamo lo stile “di Cristo” e “lo stile cristiano”. La differenza dell’aiuto che dà il missionario da quello che danno le ONG, le ONLUS, le associazioni laiche, è questa partecipazione alla vita della gente. Noi facciamo il massimo bene non quando organizziamo un ospedale, ma quando viviamo con gli ammalati, non quando organizziamo soccorsi per le vittime delle guerre, ma quando sopportiamo il peso della guerra e diamo speranza con la nostra presenza. Non sono le opere il nostro fiore all’occhiello, ma i Confratelli che vivono giorno per giorno con la gente nei quattro angoli del mondo: non fanno rumore, non scrivono libri, non fanno campagne, ma sono presenza di Cristo nel mondo.
Vorrei aggiungere, anche senza continuità di discorso, il pericolo che noi abbiamo di tradire le nostre stesse intenzioni. Dopo una vita di “evangelizzazione” per il Regno di Cristo, rischiamo di aver annunciato Mammona. Coloro che ci hanno ascoltato, che abbiamo aiutato, che sono stati con noi, hanno riconosciuto dalle nostre parole e dalla nostra presenza, che il Salvatore è Gesù Cristo? Oppure hanno capito semplicemente che la soluzione dei loro problemi è “il denaro”, che devono trovarsi uno sponsor in Europa, che senza denaro saranno infelici per sempre, ecc.?

4. In comunione

Da quanto detto è evidente il senso della Comunione che deve regnare in tutte le dimensioni:
- comunione con Cristo, senza il quale la nostra vita è vuota;
- la comunione con la Chiesa, nell’Istituto, in un comune progetto missionario comboniano;
- la comunione con la gente con cui siamo chiamati a vivere.

Il primo ed il terzo punto ci sono abbastanza evidenti: comunione con Cristo per essere realmente missionari del Padre, missionari che fanno causa comune con la gente, per non essere astratti ed ideologici.
La comunione ecclesiale nell’Istituto o la comunità è più difficile e contestata: è sentita spesso come un limite alla propria vocazione personale, quindi alla volontà di Dio, si accetta magari in teoria, ma non nel concreto di questa comunità e di queste esigenze dell’istituto nei propri riguardi personali. Perché?
Credo che semplicemente sappiamo alzare la testa con Gesù Cristo, illudendoci di essere al suo completo servizio, purché Lui accetti ciò che noi vogliamo fare per Lui. D’altronde con la teoria che la vocazione non contraddice la natura, basta fare ciò che si desidera per credere che Dio ci è debitore.
La gente con cui siamo, sappiamo incantarla e farci trascinatori di folle, perché comunque teniamo sempre noi il coltello per il manico, coltello che significa la borsa, quella non la lasciamo mai, neanche quando siamo i difensori dei poveri e degli oppressi.

Dobbiamo riscoprire in profondità la grandezza di un progetto comune, la coscienza di lavorare non per un risultato immediato, ma per una soluzione che duri nel tempo. Forse avere meno coscienza delle nostre grandi capacità, ma credere maggiormente nel lavoro di Dio attraverso i nostri confratelli e l’istituto.
Siamo qui per formulare un piano d’azione comune, per mettere insieme le nostre intuizioni, per riprendere il piano già formulato prima di noi e valutarlo nell’oggi, senza scartarlo a priori, ma aggiornandolo per il prossimo futuro. Dobbiamo essere coscienti di un cammino che è stato fatto prima di noi e la volontà di lasciare un piano a chi ci segue. Questo è più importante di un fondo in denaro lasciato in banca. I mezzi saranno quelli che la Provvidenza darà al momento opportuno, ma con una storia di salvezza che continua.

Un atteggiamento è molto importante, e non ha niente a che fare con l’economia: fiducia nei confratelli: limitati, peccatori, ma missionari come noi. (Per favore evitate atteggiamenti di umile superiorità …).

Accenno ad uno stile ed azione missionaria comboniana che ancora non esiste, ma che è coerente con il nostro carisma: un piano missionario provinciale che associ l’annuncio e la solidarietà.
Ancora una volta la chiave del problema non è veramente l’economia, nonostante le apparenze, ma la Missione. La premessa è la volontà di realizzare una missione comboniana comune ed assieme. Sembra un’evidenza, ma in pratica sappiamo bene che non si realizza nella maggior parte dei casi, e non è solo dovuto ai soliti testoni che vogliono fare per conto proprio, ma manca anche una prassi e forse le persone e l’abitudine di lavorare assieme. Voler realizzare una missione comune significa analizzare, studiare la situazione, proporre, discutere e tirare delle conclusioni assieme. Sembra una perdita di tempo, soprattutto quando si è convinti di avere già la soluzione in tasca. È invece un investimento del tempo per ritrovarsi poi tutti assieme nel voler portare a compimento ciò che si è deciso assieme. Tutti devono essere convinti della correttezza di questa via e voler collaborare con la propria disponibilità: sappiamo bene invece quanto questo sia raro, o perché ciascuno va per la sua strada o perché si crede superiore a quanto deciso dagli altri, decisione a cui spesso non ha voluto partecipare. La realizzazione di questo piano missionario non ci vedrà necessariamente protagonisti, in prima pagina, ma convinti realizzatori di un’opera che non è di una persona, ma di tutti. Questo piano missionario ha anche bisogno di guide convinte e capaci, superiori che sappiano animare, accompagnare, incoraggiare, riprendere, illuminare, limitare pure chi è tentato di andare a destra o a sinistra del piano previsto. Questo significa identificarsi con i Comboniani di una provincia: siamo qui per realizzare il piano comboniano concretizzato in questo contesto storico. Ci sentiamo a nostro agio quando diciamo “noi Comboniani”.
Questo piano comprende tutto il raggio d’azione: evangelizzazione, solidarietà, formazione, presenza, servizio. I cosiddetti progetti sono manifestazioni, segni della nostra missione, conformi al nostro annuncio, volontà comune di rafforzare il cammino di solidarietà della comunità ecclesiale ed umana.
In questo contesto la Provincia ha un progetto: “la Missione in questo Paese”, che si concretizza in iniziative diverse per attività e luoghi; ogni parrocchia, comunità è un luogo dove si realizza parte del progetto comune, ed il progetto comune non è altro che la somma delle presenze e realizzazioni, volute e garantita dall’intera comunità comboniana. L’economia provinciale non è altro che l’amministrazione e la gestione di questo “progetto provinciale”.

Termino citando un passaggio del Verbale dell’incontro dell’equipe della COMMISSIONE CENTRALE FORMAZIONE PERMANENTE per l’ Animazione di Esercizi Spirituali” per le province nel capoverso: - Facciamo la missione come comunità: “Cenacolo di Apostoli”:

“L’esperienza di Cristo è fatta in comunità, condividendo l’esperienza della fede (Parola e Vita). E’ la comunità che forma il missionario. Se non c’è comunità, non c’è missione. La comunità è il luogo della crescita personale e del fare missione. Se c’è una comunità fondata sulla Parola, la dottrina della Chiesa, l’esempio di Comboni e la comunicazione di vita le risposte nasceranno (Progetto personale, Progetto comunitario, Progetto pastorale)
Il Discernimento comunitario è la metodologia della seconda tappa della Ratio e vuole allenarci ad una nuova maniera di fare missione. Nel discernimento comunitario ci sono questi elementi: Una comunità fraterna che prega la Parola, analizza la realtà, studia, riflette, condivide la vita, sta all’ascolto dello Spirito per tracciare assieme il progetto vita, di lavoro e missione, lo realizza e valuta assieme.” A questa visione io aggiungo, o preciso, che l’aspetto economico vi è compreso.
Pesaro 15 Gennaio 2008 – Preghiera e riflessione