di Alessandro Guarda

“Capitolo 2003: Missione/Economia e Formazione”

Premessa: la struttura economica dell’Istituto
- con Comboni
- oggi
Fondo Scolasticati (Capitolo 1997)

1 . Contesto comboniano

n. 17 “Ci ritroviamo in una nuova geografia vocazionale e sentiamo che con essa arriva il dono dell’interculturalità”.
Il tema della nuova geografia vocazionale è trattato da molto tempo, anche dal punto di vista economico.
Solo per restare nella storia di cui sono testimone, nel 1996 l’Assemblea generale degli economi provinciali tenutasi a Roma ha chiesto a P. Firmo Bernasconi, allora formatore dello scolasticato di Roma, di presentare il tema “Diversità culturali tra i missionari di origini diverse, particolarmente in materia di povertà ed atteggiamenti economici”. A titolo di esempio cito cinque punti in cui il Padre sottolineava le differenze:
+ “Ci si può sentire vittime di un sistema economico ingiusto, o ci si può trovare dalla parte dei colpevoli di queste situazioni.
+ Il rapporto con i più “poveri ed abbandonati” è il frutto di un cammino diverso, non è lo stesso tragitto, a seconda che si parta da situazioni di povertà economica o di abbondanza”.
+ Di fronte ai beni economici, ci si potrà trovare o in un atteggiamento di “attrattiva”, o al contrario di sazietà, quasi di nausea, da cui potranno venire spinte diverse: a prendere o a lasciare, per esempio.
+ Diversità ci sono per quanto riguarda anche l’accoglienza e l’ospitalità: tra chi tende più verso la riservatezza, adducendo anche motivazioni legate alla povertà, e chi tende ad aprire al massimo: casa, tempo, cibo…
+ Diversità rispetto ai rapporti con la propria famiglia: da una famiglia che aiuta ad una famiglia da aiutare; una famiglia ristretta ed una famiglia allargata.”

Prospettiva continentale nuova:
- identità culturale
- carisma comboniano
- Unità e interculturalità (Cenacolo di Apostoli)
- Responsabilità.

2. Sfide per una vita consacrata

A parte questo stesso “contesto”, che è forse la più grande sfida che abbiamo oggi, il Capitolo ce ne presenta altre, tra cui, in chiave di “educazione” per tutti certo, ma soprattutto per chi è ancora “in formazione”:
n. 27.2 “un’educazione alla sobrietà, alla semplicità volontaria, all’etica del limite, segno visibile dell’opzione per la radicalità e l’austerità”
n. 27.4 un’educazione all’uso sapienziale delle nuove tecnologie informatiche, mezzi e strutture.”

Pongo solo una domanda: questo orientamento dell’educazione è già una risposta inculturata nel carisma comboniano? Voglio dire: è solo una risposta dei vecchi, o degli europei, che esigono dagli altri, oppure c’è un consenso comune? Il movimento della Ratio Missionis dovrebbe dircelo chiaramente: se questa è la risposta comboniana valida per tutti, non giochiamoci più intorno! Se ci sono dei dubbi, procediamo ad un chiarimento. Importanza del processo (workshop).

Quattro scolastici vedono la sobrietà, l’autolimitazione ed il lavoro come valori proposti in una tappa di formazione (noviziato?) e non portati avanti, a causa dei modi diversi di vivere, a seconda dei formatori, che influiscono sulle strutture.

Negli scolasticati la sobrietà è vissuta personalmente nella trasparenza nel resoconto finanziario (12) e nella sobrietà nel vestire, nel cibo e nell’uso di mezzi semplici (10); comunitariamente con l’attenzione nell’uso e cura dei beni comunitari ed evitando l’uso superfluo dei mezzi.
Dove si esprimono liberamente (novizi e scolastici) è nella questione: “cosa si potrebbe fare?”. Qui la risposta comune è “Ridurre le strutture: case più piccole, meno impiegati, meno auto”.

3. Specializzazioni

62.5 All’inizio del sessennio la DG, in dialogo con i consigli provinciali, programmi le specializzazioni necessarie per la vita di tutto l’Istituto e delle singole province, secondo le necessità della missione.Per i Fratelli siano privilegiati i seguenti settori: GPIC e promozione sociale, Mass Media ed economia.

Apparentemente le specializzazioni non riguardano la formazione di base, ma un gran numero di specializzazioni viene valutato durante ed in conclusione degli studi teologici. In risposta alla preoccupazione “come potranno amministrare i beni comboniani nel futuro prossimo?” è importante che ci siano varie specializzazioni e non soltanto tra i Fratelli, ma tra chi ne avesse le doti necessarie. Una pratica estesa delle specializzazioni toglierebbe dalla testa dei candidati questa “spada di Damocle”, perché non sarebbe una condanna irrevocabile. Un mio suggerimento è che ci sia un possibile candidato in ogni scolasticato nell’arco di tre-quattro anni e non si tratta solo di economia, ma anche di sociologia, economia dello sviluppo, ecc.
Ogni provincia scelga un confratello di origine per una formazione universitaria.

4. Nella comunità comboniana
85. La comunità è il luogo dove si compie il discernimento, la scelta, la realizzazione e la valutazione del lavoro e del servizio missionario. Tutto questo favorisce la continuità dell’opera apostolica e aiuta a far fronte ai problemi causati dalla rotazione, dalle malattie e altri imprevisti. È stato Comboni, per primo, a volere che la missione fosse portata avanti da un cenacolo di Apostoli (S 2648) dove persone diverse venissero associate per lo stesso progetto comune.

Sottolineo, se ce ne fosse bisogno, l’importanza della comunità e del lavoro fatto assieme. Nel contesto delle riflessioni sulla evangelizzazione, credo che ci sia modo di approfondire l’importanza primaria della progettazione comune del lavoro missionario, evangelizzazione o altro. Ne voglio alludere anche nel contesto dell’economia. Missione ed economia formano un binomio inseparabile; non c’è economia missionaria senza la Missione e non c’è missione comunitaria se non impegna anche l’economia. Fin dalla prima formazione il Comboniano è introdotto ad una dinamica comunitaria di missione e di economia, una dinamica che in questo paragrafo viene descritta nei suoi momenti essenziali: discernimento, scelte, realizzazione e valutazione. Queste parole descrivono una vera e propria metodologia di gruppo, che non sarà mai più imparata se non si è introdotti negli anni della formazione. L’evangelizzazione comunitaria non è solo un problema di spiritualità e di consigli da ricordare spesso durante i ritiri spirituali. Bisogna esserne introdotti, impararne la metodologia, ritrovarsi assieme su un cammino a cui si è allenati. Se lo scolasticato è preparazione alla missione, non può mancare di apprendistato del lavoro di gruppo.
Per me questo paragrafo è essenziale per costruire il nostro cammino: una missione comune, con un piano comune condividendone i mezzi ed il lavoro, con una metodologia comune.
P. Pierli, analizzando i Capitoli generali (vedi articolo in internet), commentando l’internazionalità e l’interculturalità che ci è venuta dal cap. 1975 ha forti dubbi: “convincere giovani confratelli nei nostri Scolasticati o CIF a fare un lavoro pastorale in equipe, è quasi un sogno impossibile.”

5. I diversi ministeri

99. … interagiscono in maniera complementare nella comunità apostolica.
99.1 Il ministero dei Fratelli è orientato all’edificazione e crescita della comunità umana e cristiana (RV 11.2) con un’attenzione particolare allo sviluppo integrale, giustizia e pace e diritti umani.
99.2 Il ministero dei presbiteri è prevalentemente orientato alla nascita, crescita, animazione della comunità cristiana, attraverso il servizio della Parola e la celebrazione dei sacramenti.
99.3 Il ministero dei Laici Missionari Comboniani è una partecipazione all’attività missionaria della Chiesa secondo il carisma del Fondatore (AC ‘97, n. 83).
99.4 Sull’esempio di Comboni, la comunità è chiamata a valorizzare il ruolo ed il ministero della donna, in modo particolare con le Suore Missionarie Comboniane e le Secolari Missionarie Comboniane.
P. Pierli, commentando il Capitolo del 1969 dice: “Appare chiaro che c’è un solo carisma comboniano e diversi ministeri: sacerdoti, fratelli, suore, istituto secolare e missionari laici.”

Questa diversità di ministeri è alla base per una valida collaborazione in un piano comune: ciascuno esercita una parte della missione globale, contando sulla collaborazione degli altri. Questo mi sembra un principio da ricordare costantemente durante la formazione, anche con il compito di identificare il carisma personale del candidato. Nessuno è inferiore ad un altro confratello, quando fa bene il suo compito. Lo dico anche pensando alle favole, battute e sorrisini in direzione degli economi, che provocano un allontanamento psicologico da questo compito anche in chi potrebbe esserne capace. Anche inconsciamente girano troppi pregiudizi: il prete si crede più del fratello o della suora, poi pretende di esercitare il compito di competenza del fratello, e sulla stessa linea si prendono i laici come estranei alla nostra missione.

6. Missione ed Economia

101. L’economia è un importante settore della vita umana e missionaria. In un mondo dominato dal neoliberismo, l’economia è uno dei settori della vita meno evangelizzati. Per poter dare una testimonianza sempre più autentica ci impegniamo a:
101.1 utilizzare le nostre risorse economiche a vantaggio della missione e nel rispetto dei valori evangelici (RV 30 e 162);
101.2 informarci adeguatamente per un giudizio critico ed etico;
101.3 evitare forme di complicità con un sistema economico che spesso è responsabile di gravissime ingiustizie. Talvolta, una denuncia esplicita di questi meccanismi di morte è doverosa. In tutto l’Istituto non accettiamo l’uso di mezzi finanziari che presentano problemi etici.

La formazione di base è strutturata in modo essenziale in vista della missione: preparare comboniani che siano adatti alla Missione del domani. Se l’economia è un settore importante della missione, c’è da domandarsi se la formazione prende in considerazione questo importante settore e come?
Io faccio due semplici constatazioni:
+ Le nostre comunità normali sono composte da tre persone con un superiore e un economo. Durano in carica normalmente tre-sei anni. Il che significa che ogni tre-sei anni un terzo dei Comboniani può diventare in teoria economo locale. Al massimo dopo 12 anni a tutti viene offerto di essere economo in una comunità e rendere conto dei mezzi economici a nome della comunità. Non occorrono doti eccezionali, né una preparazione qualificata, spesso soltanto un po’ di buona volontà.
+ In certi paesi, la formazione scolastica di base è pessima, al punto che qualche Vescovo ha pensato di riaprire il sistema dei seminari minori, per garantire una preparazione di base sufficiente.
Noi a che punto siamo?
Verifichiamo nella formazione che i nostri candidati sappiano “far di conto”? Che sappiano vivere nella nostra società globalizzata con una ordinaria conoscenza delle regole esistenti? Con una base di contabilità semplice, l’esattezza dei conti, il senso del dover rendere conto?

Aggiungo in questo contesto il problema, piccolo per le somme che riguarda, grande per la mentalità che crea, del pecunio (pocket money – argent de poche). Dovrebbe essere un espediente di comodità e di pedagogia: cioè per non essere sempre disturbato, il formatore dà una somma una volta al mese, invece di darla una volta al giorno e per di più alla fine del mese chiede un resoconto, in modo che lo sacolastico si abitui a render conto, faccia pratica con il sistema amministrativo della comunità e si abbia degli elementi esemplificativi sul discorso formativo che si vuol fare personalmente: per es. questa è una spesa inutile, questo lo acquista solo chi è ricco, questo sta ad indicare quasi che non si sa da dove vengono i soldi, ecc. Viene cioè usato come strumento formativo.
Il grosso pericolo è quello di trasformarlo in un piccolo salario (la paghetta dicono anche i genitori), un diritto su cui non si dà nessun resoconto, oppure puramente formale. A volte la colpa è dei formatori che non vogliono prendersi delle responsabilità, o a loro volta non sono a loro agio con l’amministrazione ed allora lasciano andare. Con quali conseguenze?

7. Nella condivisione per una cultura di comunione

102. L’uso individualistico dei beni materiali è un ostacolo al vivere una visione comunitaria di missione. Per rispondere a questa sfida:
102.1 sosteniamo e incoraggiamo tutte le forme di condivisione dei beni economici a livello comunitario, provinciale e di tutto l’Istituto.
102.2 favoriamo l’opzione del Fondo Comune a livello provinciale per perseguire obiettivi provinciali frutto di un discernimento comune.
Il Fondo Comune è una scelta e un atteggiamento di vita che, ispirandosi alla prima comunità cristiana (RV 27.3), esige la conversione del cuore e dello stile di vita;
102.3 ci impegniamo tutti nella ricerca dei mezzi necessari per la nostra vita ed il servizio missionario;
Questa “nuova” mentalità di comunione, con tendenza al fondo comune, dovrebbe essere la mentalità “di default” oserei dire, la mentalità con la quale si viene introdotti nell’istituto, è la mentalità preferenziale e del futuro, è la mentalità “predefinita” nel linguaggio del computer sulla quale viene impostata tutta la metodologia missionaria comboniana. Le forme individualistiche vanno progressivamente dall’optional al proibito.
La mentalità di comunione suppone una capacità di lavoro di gruppo con analisi, proiezione, programmazione e valutazione; suppone ripartizione del lavoro, complementarità e sussidiarità; suppone tutti per uno ed uno per tutti; suppone partecipazione alla ricerca degli obiettivi, delle soluzioni e dei mezzi.
La mentalità di comunione non è spontanea ed istintiva. E’ motivata da una forte spiritualità, sostenuta da spirito di sacrificio, alimentata dalla dedizione all’obiettivo missionario. La mentalità di comunione è una scelta ben precisa, che ha nel tempo della formazione il suo momento privilegiato.

8. auto-sostentamento

102.4 a livello provinciale e comunitario, ricerchiamo forme di auto-sostentamento locale, per ridurre le dipendenze da aiuti esterni, pur ricordando che il nostro lavoro e il sostegno della Provvidenza rimangono le principali fonti di sostentamento per le nostre comunità e attività;
Anche se l’auto-sostentamento è un invito rivolto essenzialmente alle province di missione, è molto importante nel contesto formativo, perché è l’esatto contrario della mentalità dominante: siamo finanziati dall’istituto! Probabilmente nel ciclo della formazione ci deve essere un momento in cui sia messo in chiaro qual è il ciclo economico comboniano, da dove vengono i soldi, chi li procura, perché sono dati, che relazione c’è tra un soggetto e l’altro, qual è il ruolo dell’istituto nella realtà odierna.
Se si parla di auto-sostentamento locale, si vuol perseguire un obiettivo che ha alla base una volontà di autosufficienza della chiesa locale per una propria crescita fino allo stato di maturità. Questo non vuol negare la solidarietà, che però non è mai un diritto di chi riceve, ma piuttosto un dovere di chi può dare.
Dal questionario: Un suggerimento libero dai novizi era “I nostri programmi formativi conducono ad una dipendenza dai benefattori invece che ad una autonomia. Propongo che si stabiliscano dei progetti che generano “income” e capacità pratiche. Ho l’impressione che i formandi non siano in contatto con la vita concreta della gente che li circonda”. Mi sembra importante analizzare questa posizione perché si possono distinguere vari elementi che devono trovare un equilibrio nel comboniano del domani:
- i benefattori non sono dei ricchi che danno del loro sovrappiù, con più o meno buona coscienza e generosità, ma sono quella parte del popolo di Dio che partecipa della missione, a nome di chi siamo inviati (missione come partecipazione ecclesiale);
- dai benefattori non siamo umiliati, perché riceviamo come dei mendicanti, ma siamo in comunione fraterna e collaborazione: noi mettiamo la vita e loro i mezzi.
- c’è una volontà di autosufficienza materiale, a volte ingenua perché magari chiederà mezzi abbondanti per far funzionare progetti che non stanno in piedi (contraddicendo i primi punti), ma manifesta la volontà di impegno per l’autostentamento e di mantenersi a livello della vita concreta della gente che li circonda. Un atteggiamento da sviluppare.

9. progetti di sviluppo

102.5 operiamo scelte nel campo dell’economia attraverso il discernimento comunitario e provinciale, la valutazione pastorale e tecnica, le reali necessità della Chiesa locale e criteri di povertà evangelica;
102.6 studiamo criteri di trasparenza per la gestione dei beni affidatici per la vita dell’Istituto e per i progetti di sviluppo;
102.7 esaminiamo e valutiamo criticamente la qualità dei progetti che promuoviamo, per favorire un modello di sviluppo sostenibile e compatibile con le risorse locali.

I progetti di sviluppo, o anche di assistenza, sono strettamente legati all’evangelizzazione per cui operiamo; sono in stretta relazione, due forme per raggiungere lo stesso obiettivo. Nella metodologia comboniana, proposta dai capitoli generali, i progetti di sviluppo hanno delle caratteristiche di comunitarietà ben chiare, a livello locale, sociale ed ecclesiale.
Non è il caso ora di entrare in merito ai progetti stessi, ma di porsi delle domande in relazione alla formazione; è facile sentire riflessioni del genere: io non posso realizzare progetti perché non conosco benefattori, i comboniani europei invece fanno quel che vogliono. Siamo completamente fuori dalla metodologia voluta dal Capitolo: sia chi realizza in modo personalistico, sia chi non realizza perché intende solo il sistema personalistico.
Oggi ci sono strumenti alla portata di tutti per la realizzazione di veri progetti di sviluppo, a cui bisogna prepararsi sin dalla formazione, perché è una vera preparazione alla missione:
- non progetti personali, ma che sorgono dallo strato sociale in cui siamo presenti e da un discernimento comunitario;
- non occorrono benefattori personali (questi eventualmente alimentano il sostentamento della comunità), ma esistono organismi grandi e piccoli, a cui però bisogna presentare dei progetti in buona e dovuta forma, ed a cui bisogna rendere poi conto della realizzazione. La comunità (la provincia – l’istituto) possono benissimo “maneggiare” queste strutture, se i Comboniani sono preparati.

10. auto-limitazione

103. Di fronte al consumismo della società, rinnoviamo la nostra opzione per l’autolimitazione dei beni economici (RV 164), come un’espressione della sequela di Cristo. Essa si traduce in:
103.1 un’educazione alla sobrietà e alla semplicità volontaria (RV 164);
103.2 un uso sapienziale delle nuove tecnologie informatiche, per entrare criticamente nella comunicazione globale, con mezzi proporzionati alla realtà locale e ai bisogni pastorali;

L’auto-limitazione è la vera espressione del voto di povertà e ci viene presentata come espressione della sequela Christi, ma ci viene arricchita del contesto attuale. Non una povertà vecchio stampo, fatta di regole ed impedimenti, ma motivata dalla realtà in cui viviamo come proposta di soluzione ai mali odierni e di sempre: una reazione al consumismo, al neo-liberalismo, alla sete di potere e di godere.

11. Qualificazione e formazione del personale

104. Per raggiungere l’obiettivo di un miglior servizio in questo settore, sottolineiamo la necessità:
104.1 di un’ampia iniziativa di formazione permanente nel campo dell’economia, allo scopo di accrescere la corresponsabilità, la capacità di leggere le relazioni finanziarie e comprendere gli importanti mutamenti che stanno avendo luogo nell’Istituto e nella società;
104.2 della preparazione del personale per la gestione economica dell’Istituto sia a livello generale che provinciale.
104.3 di un’adeguata formazione, durante il periodo dello Scolasticato e CIF, nel campo dell’economia e dell’uso dei beni, per educare alla responsabilità e alla trasparenza.

Se il Capitolo generale presenta la necessità di formazione costante e per tutti per far fronte alle novità culturali del mondo in cui viviamo, sottolinea ancora una volta che questa formazione deve iniziare negli Scolasticati e CIF: ciò che per i più anziani è esigenza di rinnovamento, per i più giovani è coerenza di preparazione di base per la missione.

In che cosa ci sentiamo meno preparati?
- in economia
- uso dei beni
- responsabilità
- trasparenza?
Valore e importanza dell’incontro di oggi.

IN SINTESI

1. Contesto comboniano: nuova geografia vocazionale,
Il punto chiave della riflessione della formazione, anche dal punto di vista economico, è la nuova geografia vocazionale e relativo impatto culturale: come viene letto il Vangelo dalle nuove generazioni, nelle diverse culture?; come viene interpretato il carisma comboniano? Quali sono i paletti da porre per mantenere l’unità nella differenza?

2. Sfide per una vita consacrata: educazione alla sobrietà e autolimitazione.
I contrasti del mondo in cui viviamo, la situazione sociale delle popolazioni in cui esercitiamo il nostro ministero, l’ideale sociale che scaturisce dai valori del Regno di Dio, impegnano la nostra vita evangelica, prima della nostra organizzazione, e riduce tante problematiche all’essenziale: Se vuoi, lascia tutto e seguimi!

3. Nella comunità comboniana. I diversi ministeri. Missione ed economia.
La dimensione comunitaria entra di prepotenza nella nostra vita missionaria, sentita forse molto spesso come qualcosa che ci manca, ma la pressione è forte perché mantenga una posizione fondamentale. Se qualcuno l’ha a volte dimenticato, l’economia rimane essenzialmente comunitaria, legata essenzialmente al nostro voto evangelico di povertà e quindi di servizio comune alla missione.

4. Nella condivisione per una cultura di comunione. Autosostentamento. Progetti di sviluppo.
La condivisione con chi ne ha bisogno è una realtà fondamentale anche all’interno dell’Istituto. Dobbiamo maturare all’interno una mentalità di controcorrente rispetto a quella regnante all’esterno: là dov’è l’egoismo si metta la solidarietà, l’individualismo lasci il posto alla comunione, la furbizia sia rimpiazzata dal servizio e le strutture siano concepite su questa misura, affinché sia chiaro il cammino che si vuole intraprendere. Ognuno cresca nella coscienza delle possibilità di impegno che può avere per la comunità e del contributo che può dare.

5. Qualificazione e formazione del personale. Specializzazioni.
Se ci vuole un’anima convertita che dia vita ai buoni propositi, ci vogliono anche persone qualificate ai compiti che ci proponiamo: santi e capaci, direbbe qualcuno di nostra conoscenza. Se l’economia ha una vera importanza nella missione e nella situazione, che potremmo dire critica, che stiamo incontrando, allora bisogna programmare seriamente, per le persone che sono la speranza dell’Istituto negli anni prossimi, una formazione ad hoc, non per tappare i buchi, questo lo possono fare i vecchi dinosauri, ma per dare un nuovo respiro alla missione del futuro.

Seconda parte: FONDO SCOLASTICATI – CIF

6.3.Considerando che le vocazioni sono una ricchezza per tutto l’Istituto e non solo per le province di origine, tutte le Province e Delegazioni partecipano al finanziamento del Fondo Scolasticati / C.I.F. che sostiene tutti gli Scolasticati e C.I.F. dell’Istituto secondo le norme stabilite nella Ratio Fundamentalis et Studiorum. (cf. AC’97 n° 184)

6.3.1.Ambito del fondo.Il Fondo Scolasticati / Centri Internazionali Fratelli, amministrato dall’economo generale, è costituito per il mantenimento ordinario dei candidati che si trovano in uno scolasticato o centro internazionale.

6.3.2.Finanziamento del fondo. Il fondo Scolasticati/C.I.F. viene finanziato da tutte le province.

6.3.2.1.In particolare confluiscono nel fondo: le quote di partecipazione al fondo pagate dalle province, le donazioni specifiche e le borse di studio.

6.3.2.2.L’economato generale prepara ed aggiorna una tabella di partecipazione al Fondo, tenendo in considerazione particolare la situazione economica delle province; tale tabella entra in vigore dopo l’approvazione del Consiglio generale.

6.3.3.Contributi. Il fondo contribuisce alla vita ordinaria degli scolasticati e C.I.F., di regola per l’80% delle spese preventivate.

6.3.4.Il preventivo del Fondo Scolasticati / CIF viene approvato dal Consiglio generale per l’anno sociale, dal 1 gennaio al 31 dicembre. La tabella delle quote di partecipazione delle province viene mandata a tutti gli economati provinciali e di delegazione. La tabella delle diarie viene mandata a tutti gli scolasticati /C.I.F. ed economi provinciali e di delegazione.

Capitoli 1997 – 2003

1.a tendenza:
1997: opporsi alla “frantumazione” dei popoli (Sinodo dell’Africa) edificando la famiglia di Dio.
2003: In un mondo marcato dalla ”globalizzazione” la comunità comboniana diventa segno del villaggio globale.

1.a sfida: Verificare che la comunità:
- trovi le dinamiche umane e spirituali di una sana vita comunitaria (AC.’97 n.30). Rimettere la fraternità al cuore della vita comune (AC’03 n.75-81)
- condivida la propria fede e preghiera, impegnandosi a discernere, lavorare e verificare insieme le attività.
- coltivare relazioni fraterne in modo che l’attività sia riflesso dei valori vissuti insieme. La comunità: soggetto e oggetto della missione (AC’03 n.82-89).

2.a tendenza:
1997: Corresponsabilità e condivisione.
2003: Nella condivisione per una cultura di comunione (n.102).

2.a sfida:
Economia comunitaria (AC.97 n.182) a vantaggio della missione (AC’03 n.101).
Corresponsabilità provinciale (AC’97 n.180) – Fondo Comune (AC’97 n.181 – AC’03 n.102) – A livello di Istituto (AC’97 n.183) – Fondo Scolasticati / CIF (AC’97 n.184) – Assistenza Ammalati (AC’97 n.187).

Corollari;
1. Poveri per vocazione e per necessità (AC’97 n.179) – Autolimitazione (AC’03 n.103)
2. Con gli occhi dei poveri (AC’97 n.20-23) – Ai più poveri, con la passione di Comboni bel cuore (AC’03 n.36)

3.a Tendenza:
Il Piano (RV 1.2) –
2003: Per rigenerare l’Africa con l’Africa (n.40) – Con il Piano (n.42) – Ratio Missionis (n.49) – Obiettivi provinciali frutto di discernimento (n.102.2; 102.5)
Scolasticato – Roma - 29 settembre 2005