di Alessandro Guarda

Di che cosa si parla?

Il XV Capitolo Generale dell’Istituto nel 1997 ha “vivamente raccomandato alle province un fondo comune che raccolga le entrate generiche e particolari della provincia per essere distribuite equamente alle comunità secondo i loro bisogni e la programmazione comune”. (n° 181)
Nel 2003 il Capitolo Generale ha voluto il n. 102 per indicare che “nella condivisione realizzeremo una cultura di comunione”. I primi tre numeri illustrano la realtà del FCT:
102.1 – Sosteniamo e incoraggiamo tutte le forme di condivisione dei beni economici a livello comunitario, provinciale e di tutto l’istituto;
102.2 – favoriamo l’opzione del Fondo Comune a livello provinciale per perseguire obiettivi provinciali frutto di un discernimento comune;
Il Fondo Comune è una scelta e un atteggiamento di vita che, ispirandosi alla prima comunità cristiana (RV 27.3), esige la conversione del cuore e dello stile di vita.
102.3 – ci impegniamo tutti nella ricerca dei mezzi necessari per la nostra vita ed il servizio missionario.

L’obiettivo nel 1997 era chiaramente indicato nel voler evitare la sperequazione tra i confratelli di una stessa provincia, in modo che ci fosse equità tra tutti, avendo come criteri di misura i bisogni delle comunità e la programmazione comune nella provincia.
Questa “programmazione comune” che era supposta, è diventata nel 2003 un elemento del metodo missionario comboniano, sulla linea del “piano di Comboni”:
n. 42 – Il Piano di Comboni e la nostra tradizione sono le fonti principali del metodo missionario. Ispirandoci ad esse e operando sempre in modo comunitario nel rendere presente Gesù Cristo ed il suo Regno,
42.1 – facciamo un’accurata e regolare analisi della realtà, valorizzando l’opera dello Spirito in ogni cultura, con un attento impegno d’inculturazione del Vangelo;
42.7 – lavoriamo con impegni specifici per una promozione umana integrale.

La raccomandazione del 1997 poi è inserita in un contesto d’invito alla corresponsabilità che si applica alla realtà di qualsiasi comboniano (n° 182), a tutte le comunità (n° 180) ed alle province (n° 183).
L’Istituto trova una via privilegiata alla solidarietà nell’attenzione alla formazione degli Scolastici, “ricchezza per tutto l’Istituto e non solo per le province d’origine” (n° 184), e nella manifestazione di “fraternità con i confratelli ammalati” (nn. 185-187). Da questi ultimi riferimenti sono sorti rinnovati i fondi Scolasticati / CIF ed Ammalati

E’ possibile focalizzare le preoccupazioni del Capitolo che in qualche modo lo hanno spinto a giungere a tale raccomandazione?

I segni dei tempi, individuati al n° 22 nel 1997 intendono “mettere in questione il nostro stile di vita”, e sembrano bene essere in relazione stretta con l’uso dei mezzi materiali, sia per il titolo del paragrafo “con gli occhi dei poveri”, sia per le conclusioni che suggeriscono: vita e strutture semplici, solidarietà con la gente, condivisione all’interno ed all’esterno della comunità. (n° 23).
Ecco i segni dei tempi di otto anni fa (non sono ancora attuali?):
1.a) situazioni di guerra, estrema povertà, provvisorietà, disagio, divisioni tra i popoli, ecc.
1.b) espansione del neoliberalismo;
2.a) pluralismo culturale e religioso; oggi dovremmo aggiungere l’estremismo islamico,
2.b) globalizzazione;
3. nuova geografia comboniana (confratelli provenienti da paesi emergenti del sud);
4. difficoltà economiche dovute alla diminuzione d’aiuti finanziari provenienti dai paesi donatori.

Tra questi segni dei tempi troviamo sicuramente il materiale necessario per un’analisi della situazione che sia alla base di una riflessione sul FCT. Nel 2003 viene detto espressamente al n. 101: “In un mondo dominato dal neoliberismo, l’economia è uno dei settori della vita meno evangelizzati.” Esiste un’infinità d’interventi in materia di neoliberismo globalizzato da persone documentate che hanno approfondito il problema sotto i diversi aspetti. Le nostre riviste ci offrono un materiale interessante ed aggiornato, prima di tutte Nigrizia in italiano, non di meno altre nelle rispettive lingue.
Porrei l’accento soltanto sul rischio che abbiamo come missionari che lavorano sul terreno diretto: spesso e volentieri analizziamo “solo” la situazione ristretta in cui noi viviamo: ad esempio, l’aridità del suolo della zona in cui viviamo, le necessità della “mia”parrocchia, un certo accostamento emotivo alla politica del paese, incapaci a volte di andare in profondità e cercare le cause un po’ lontane, ma che sono spesso quelle vere, delle difficoltà incontrate dalla gente, e quindi anche del nostro stile di presenza, del nostro intervento, delle conseguenze di ciò che facciamo nell’insieme dell’equilibrio delle forze che intervengono. Il Capitolo 2003 invita a “informarci adeguatamente per un giudicio critico ed etico.” (n.101.2) Quando dico “noi” non dobbiamo pensare soltanto ad un insieme di 1.800 “io”: “noi” è in primo luogo la provincia comboniana, inserita e coordinata in un piano (se esiste) ecclesiale. Quindi ci renderemo conto che la Chiesa come forze vive presenti ha un vero impatto nella storia e nella situazione del paese. Perché non domandarsi quale impatto avere nel futuro, dopo un’analisi di questo genere?

Aggiungerei la constatazione che a volte (quanto frequente?) esiste una vera sperequazione tra confratelli, giungendo a far esistere di fatto “Comboniani poveri” e “Comboniani ricchi”. La considerazione che ci dovrebbe guidare è che noi viviamo la stessa missione, in una stessa famiglia, per realizzare lo stesso programma, anche se con modalità e stili a volte diversi.
I momenti di crisi dovrebbero essere vissuti con atteggiamento di paziente paternità o di rispettosa maturità.

L’analisi della realtà sociale globale ci fa riconoscere in sintesi
- l’esistenza di un mondo in cui viviamo che è mosso (in Occidente e nelle realtà da esso dipendenti) da principi ideologici di neo-liberalismo.
- che questi principi sono la negazione della solidarietà tra gli esseri umani,
- che è attribuibile in gran parte ad essi l’origine delle sperequazioni economiche nel mondo,
- che esistono dei principi alternativi per la costruzione di un mondo nuovo, ispirati ai valori evangelici del Regno.

Quali sono i principi ideali che ispirano la nostra azione e presenza missionaria?

A - Confrontiamoci con l’insegnamento sociale della Chiesa, che bisogna conoscere non solo come testi di cui si è sentito parlare, ma insegnamento programmatico missionario;
Solo a titolo di esempio:
15/05/1891 (Leone XIII) – Rerum Novarum: “La Chiesa è quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre o certo a rendere assai meno aspro il conflitto; essa procura con gli insegnamenti suoi, non pur di illuminare la mente, ma d’informare la vita e i costumi di ognuno; essa con un gran numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime del proletario” (n.13)
15/05/31 (Pio XI) – Quadragesimo Anno: “Sebbene l’economia e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui principi propri, sarebbe errore affermare che l’ordine economico e l’ordine morale siano così disparati ed estranei l’uno all’altro, che il primo in nessun modo dipenda dal secondo. (n.42)
26/03/67 (Paolo VI) – Populorum Progressio: “Fedele all’insegnamento ed all’esempio del suo divino fondatore, che poneva l’annuncio della buona novella ai poveri quale segno della sua missione, la Chiesa non ha mai trascurato di promuovere l’elevazione umana dei popoli ai quali portava la fede nel Cristo. I suoi missionari hanno costruito, assieme a chiese, luoghi di assistenza e ospedali, anche scuole e università. Insegnando agli indigeni il modo onde trarre miglior profitto dalle loro risorse naturali, li hanno spesso protetti dall’avidità degli stranieri.(n.12)
Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. (n.14)
14/05/71 (Paolo VI) – Octogesima Adveniens: “Resta ancora da instaurare una più grande giustizia nella ripartizione dei beni, sia all’interno delle comunità nazionali che sul piano internazionale. Negli scambi mondiali bisogna superare i rapporti di forza per arrivare ad intese concertate in vista del bene di tutti. I rapporti di forza infatti, non hanno mai garantito la giustizia in modo durevole e vero.” (n.43)
08/12/75 (Paolo VI) – Evangelii Nuntiandi: “La chiesa ha il dovere di annunziare la liberazione di milioni di esseri umani, essendo molti di essi figli suoi; il dovere di aiutare questa liberazione a nascere, di testimoniare per essa, di fare sì che sia totale. Tutto ciò non è estraneo all’evangelizzazione.” (n.30)
14/09/81 (Giovanni Paolo II) – Laborem Exercens: Se la Chiesa considera come suo dovere pronunciarsi a proposito del lavoro dal punto di vista del suo valore umano e dell’ordine morale, in cui esso rientra, in ciò ravvisando un suo compito importante nel servizio che rende all’intero messaggio evangelico, contemporaneamente essa vede un suo dovere particolare nella formazione di una spiritualità del lavoro, tale da aiutare tutti gli uomini ad avvicinarsi per il suo tramite a Dio, Creatore e Redentore, a partecipare ai suoi piani salvifici nei riguardi dell’uomo e del mondo.” (n.24)
30/12/87 (Giovanni Paolo II) – Sollecitudo Rei Socialis: “Lo sviluppo non può consistere soltanto nell’uso, nel dominio e nel possesso indiscriminato delle cose create e dei prodotti dell’industria umana, ma piuttosto nel subordinare il possesso, il dominio e l’uso alla somiglianza divina dell’uomo e alla sua vocazione all’immortalità.” (n.29)
17/12/90 (Giovanni Paolo II) - Redemptoris Missio: “Ciò che ancor più mi spinge a proclamare l’urgenza dell’evangelizzazione missionaria, è che essa costituisce il primo servizio che la chiesa può rendere a ciascun uomo e all’intera umanità del mondo odierno.” (n.2) Il regno mira a trasformare i rapporti tra gli uomini e si attua progressivamente, man mano che essi imparano ad amarsi, a perdonarsi, a servirsi a vicenda. (n.15)
01/05/91 (Giovanni Paolo II) – Centesimus Annus: “Per la chiesa il messaggio sociale del vangelo non deve essere considerato una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l’azione. Spinti da questo messaggio, alcuni dei primi cristiani distribuivano i loro beni ai poveri, testimoniando che, nonostante le diverse provenienze sociali, era possibile una convivenza pacifica e solidale. Con la forza del vangelo, nel corso dei secoli, i monaci coltivarono le terre, i religiosi e le religiose fondarono ospedali e asili per i poveri… Oggi più che mai la chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua coerenza e logica interna. Anche da questa consapevolezza deriva la sua opzione preferenziale per i poveri, la quale non è mai esclusiva né discriminante verso altri gruppi.” (n.57)
06/01/2001 (Giovanni Paolo II) – Novo Millennio Ineunte: “Certo, non va dimenticato che nessuno può essere escluso dal nostro amore, dal momento che con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ma stando alle inequivocabili parole del Vangelo, nella persona dei poveri c’è una sua presenza speciale, che impone alla chiesa un’opzione preferenziale per loro. Attraverso tale opzione, si testimonia lo stile dell’amore di Dio, la sua provvidenza, la sua misericordia, e in qualche modo si seminano ancora nella storia quei semi del Regno di Dio che Gesù stesso pose nella sua vita terrena venendo incontro a quanti ricorrevano a lui per tutte le necessità spirituali e materiali.” (n.50)

B - Al n. 179 il Capitolo ’97 fa riferimento a Comboni come modello di missionario “povero per vocazione e per necessità” (S. 1769 – anno 1868). E’ un settore da approfondire, non sufficientemente valutato.
Non povero perché senza soldi “per necessità”, ma evangelicamente povero.
Non religiosamente povero ! Di una povertà professata, canonica, etichettata. No, Comboni sente i “frati” come il fumo negli occhi.
Evangelicamente povero, povero e missionario, povero per vocazione !
Sappiamo bene tutti che la Vocazione con la V maiuscola, la sola grande passione della sua vita, la spiritualità animatrice e portatrice di vita per Comboni è l’annuncio del Vangelo ai più lontani e dimenticati. Questa è la sola vocazione conglobante tutte le sue energie ed ispiratrice di tutti i suoi disegni, animati dalla fede.
Povero per vocazione non si può intendere che all’interno di questa dinamica : chiamato da Dio, ispirato dal Vangelo ad essere povero per portare a termine la missione che il Buon Pastore gli aveva affidato.

Fin dalla prima esperienza missionaria sente che la povertà, sperimentata a Verona nell’Istituto Mazza e continuata in missione “per necessità”, è un vantaggio missionario. (cf. S. 208 – anno 1858). Egli fa delle riflessioni su quella vita pratica quotidiana eppur semplice nella quale i predecessori dei Mazziani, meglio equipaggiati, potevano non privarsi di certe abitudini di casa propria. Poteva trattarsi di certi alimenti, poteva essere una struttura che mentre rendeva confortevole la vita del missionario la separava un po’ dalla gente. Eppure erano tempi in cui si moriva facilmente, ma il giovane missionario Comboni - si può ben dire idealista, inesperto - vede la convenienza della povertà. L’esperienza della vita missionaria gli potrà suggerire più indulgenza e comprensione per certi bisogni, ma non lo cambierà nel profondo del suo cuore e delle sue intuizioni.
La sua estrema fiducia nella Divina Provvidenza ed in S. Giuseppe ha come corollario la sua povertà evangelica e “per necessità”.
L’impresa delle spedizioni missionarie esigeva delle somme enormi in mezzi, viaggi ed organizzazione necessari per giungere fino a quella gente a cui si era inviati. Tutto doveva servire a quest’incontro.

Il Capitolo ’97 fa un passo avanti nella sua logica : preso Comboni come lui stesso si auto-definisce e si vuole, viene posto come modello a cui ci riferiamo. Sul suo esempio e come lui, anche noi viviamo la povertà missionaria ed una missionarietà povera. Le due dimensioni vanno assieme, si condizionano, si legano indissolubilmente. Il Capitolo, di una constatazione che avrebbe potuto essere semplicemente agiografica, spirituale, ne fa un elemento chiave della metodologia missionaria (comboniana) : la povertà è una condizione per la missione, un elemento irrinunciabile.
“Sulla scia del nostro fondatore riteniamo che la povertà che professiamo come religiosi è condizione della missione” (AC’97 n.179)
Affermazione importante perché chiara e sentita nella sua urgenza attuale.

Il Capitolo del 2003 continua ad indicare la stessa via:
(AC’03 n.42) ispirandoci alle fonti principali del metodo missionario (Piano di Comboni e tradizione) e operando sempre in modo comunitario,
a) condividiamo la vita dei poveri,
b) lavoriamo per una promozione umana integrale,
c) denunciamo le situazioni e le cause delle ingiustizie,
d) rendiamo le persona protagoniste della loro storia,
e) formiamo leader,
f) lavoriamo nella chiesa locale in collaborazione con tutte le forze,
g) costruiamo comunità nuove intorno alla Parola di Dio e alla celebrazione dei sacramenti,
h) facciamo un’accurata analisi della realtà.

C - La Regola di vita, nella sua linearità, aveva già detto queste cose : al centro di tutta la nostra vita spirituale, religiosa, di povertà sta la missione. Una missione che non è da intendere in modo tale da annullare la portata reale della dimensione della povertà, ma una missione che è illuminata, capita e animata da una certa povertà di vocazione e di necessità.
“Il missionario sceglie volontariamente la povertà di Cristo e segue uno stile semplice di vita, per esser libero di portare il messaggio evangelico ai più poveri ed abbandonati”. (RV. 27)
“Accetta il piano di Dio anche negli insuccessi e fallimenti e condivide il più possibile le condizioni dei poveri tra i quali lavora.” (RV. 28)
“Le comunità incarnano la loro povertà nel contesto concreto del popolo col quale vivono. Il loro atteggiamento di povertà si riflette nello stile di vita, nell’abitazione, nell’ospitalità e nella scelta dei mezzi e dei programmi adatti all’ambiente.” (RV.n.29.1)
“La povertà porta il comboniano ad usare i mezzi poveri nell’opera di evangelizzazione e a una crescente condivisione dei beni con la chiesa locale.” (RV.n.30.2)

D – La vita religiosa.
La povertà nel Vangelo non è soltanto una metodologia missionaria : “Va, vendi quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi” (cf. Lc.18, 22), non è soltanto l’esempio ideale di Cristo : “Il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo” (cf. Mt.8, 20) - e già questo dovrebbe avere un valore assoluto per coloro che si dicono suoi apostoli - ma è affermata a chiare lettere la sua relazione con il Regno di Dio ed i suoi “cittadini” : “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Mt.5, 3), “Chi non rinuncia a tutto non può essere mio discepolo” (Lc.14, 33).

Ma quale Vangelo annunciamo noi ai poveri, i soli che ci ascoltano ? E’ veramente integrale ? E’ esemplare, nel senso che diamo noi l’esempio di Vangelo vissuto ? D’altronde il vero annuncio del Vangelo è sempre esemplare : il mondo riceve il Vangelo non dalle parole che diciamo, ma dallo stile di vita che viviamo ed é capito ciò che diciamo se trova spiegazione nella vita del missionario.

Quali sono le applicazioni possibili?

Il Capitolo 2003 (oltre a quello del ’97) parla di “Condivisione per una cultura di comunione”, come realizzazione di questo spirito missionario che ci deve animare dal profondo.

Le applicazioni di questi principi fanno già parte della nostra tradizione nelle diverse province:
+ si condivide destinando una percentuale più o meno elevata delle offerte alla gestione provinciale che sostiene delle spese comuni;
+ si condivide destinando il superavit comunitario all’uso comune provinciale. Si troverà un accordo in provincia sui criteri per fissare questo superavit.
+ si condivide con dei contributi volontari delle comunità occasionali per degli scopi precisi.
+ si condivide partecipando a Fondi provinciali dedicati a spese comuni: acquisto di veicoli delle comunità, viaggi all’estero, malattie, solidarietà con comunità in difficoltà, finanziamento progetti, sostegno delle spese di formazione, ecc.

+ Il Capitolo ’03, al n° 102, ha raccomandato “L’uso individualistico dei beni materiali è un ostacolo al vivere una visione comunitaria di missione”, e suggerisce (o impone moralmente) delle forme di comunione:
1. forme di condivisione a livello comunitario, provinciale e di istituto. E’ dimenticata qui la dimensione “continentale”.
2. il Fondo Comune a livello provinciale;
3. responsabilità generale nella ricerca dei mezzi;
4. auto-sostentamento locale;
5. discernimento comunitario e provinciale nel campo dell’economia;
6. trasparenza per la gestione dei beni;
7. promozione di un modello di sviluppo sostenibile.

Quali sono le province o delegazioni che hanno realizzato una forma di FCP?

Con FCP totale: Centrafrica, Congo, Malawi / Zambia, Spagna, Sud Sudan, Tchad,
con una forma particolare: DSP, London Province, Colombia (?)
in via di studio: Ecuador, Portogallo,
con altre forme di condivisione: Asia, Brasile Nordeste, Brasile sud, Egitto, Eritrea, Etiopia, Italia, Kenya, Khartoum, Mexico, Mozambico, Perù, Sud Africa, Togo. Uganda.

Qual è l’elemento determinante di una gestione con FCP?

E’ sicuramente l’uso del bilancio preventivo e conseguente approvazione del C.P. Questo significa che le comunità si programmano e ne ricevono l’autorizzazione. La Direzione Provinciale quindi diventa il cuore della presenza comboniana nella regione: deve avere un programma missionario che si sente di svolgere con il personale ed i mezzi di cui dispone; chiede ai confratelli disponibilità, competenza, condivisione, comunione d’intenti e di beni.

Tecnicamente si mette in moto tutto un movimento comunitario:

1. La comunità, sulla base dell’esperienza e dei bilanci consuntivi, prepara il bilancio preventivo per l’anno a venire: è un momento di condivisione degli obiettivi e dei mezzi per raggiungerli, delle metodologie di lavoro, della collaborazione nelle diverse tappe e settori di attività. Questo preventivo è una “domanda” che la comunità fa alla provincia: propone le sue attività, presenta i mezzi che prevede di ottenere, chiede autorizzazione e mezzi complementari.

2. Parallelamente la comunità prepara le domande per progetti di realizzazioni straordinarie sia comboniane che “diocesane”, qualora vi fosse un impegno diretto economico della comunità o provincia. Il C.P. approvando, darà disposizione di costituire un fondo in economato provinciale per l’opera che sarà finanziata secondo un programma.

3. L’economo provinciale assiste tutte le comunità che ne hanno bisogno ed i segretariati provinciali nel preparare questo preventivo. A sua volta, con l’aiuto del suo consiglio, prepara il preventivo per i diversi fondi provinciali di spese comuni.

4. Il secondo momento è del consiglio di economia (o degli economi in assemblea a seconda delle scelte provinciali). Bisogna valutare i progetti dal punto di vista amministrativo: realizzabilità, confronto tra progetti delle diverse comunità, valutazione dei mezzi disponibili in provincia, eventuali proposte di tagli ad alcuni (o a tutti i) preventivi. Le conclusioni dei lavori sono presentate al C.P.

5. Il C.P., con l’aiuto del consiglio per l’economia (o dell’economo provinciale) valuta le proposte emerse ed approva.

6. L’economo provinciale gestisce il FCP, portando a termine le decisioni prese dal CP.

Sulla linea di massima di questo schema si può sviluppare tutte le varianti volute e valutate nelle situazioni concrete della provincia. Niente è obbligatorio; tutto è ispirato dalla volontà di condividere la stessa vita missionaria ed i mezzi che la divina Provvidenza mette a disposizione.
18/08/2005