Lunedì 20 maggio 2019
Arrivano migliaia di persone persino dai paesi confinanti alla ricerca dei rubini. Pochissimi i fortunati. Costruite gallerie profonde anche 30 metri. E attorno a queste miniere illegali sono cresciuti villaggi ed economie informali. Le violenze della polizia e dei proprietari.

È ancora buio quando Felisberto Julião Navedano esce dalla casa del suo piccolo villaggio, a poca distanza dal centro urbano di Metoro nella provincia di Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico.

Si dirige verso dei chapa, pulmini sgangherati riempiti fino all’inverosimile e che costituiscono il principale mezzo di trasporto nel paese. «Vado a trovare i miei ragazzi nel mato. Una volta anch’io ero uno di loro, poi ho iniziato il mio percorso religioso e ora mi dedico a portare aiuto e la parola di Dio. Cerco di convincerli a fare la mia stessa scelta».

Felisberto è un volontario missionario cattolico di 26 anni, ma fino a qualche anno fa era un garimpeiro informale che si nascondeva nelle sterminate boscaglie semidisabitate di questa regione: «Cercavamo quelle pietre rosse e brillanti, convinti che ci avrebbero cambiato la vita. Ma quelle gemme sono rosse perché intrise di sangue». Il volontario si riferisce ai rubini e agli immensi giacimenti che sono stati scoperti quasi 10 anni fa nel distretto di Montepuez.

Percorrendo la strada statale che dal capoluogo della provincia, Pemba, punta verso l’entroterra in direzione della cittadina di Montepuez, attraversando il distretto di Ancuabe, Felisberto scende dal chapa di fronte a un piccolo bar circondato, sul retro, da qualche casupola in legno e lamiera.

Parla con alcune donne mozambicane vestite con le tipiche capulane colorate e cariche di frutta, manioca, galline e pesce essiccato che, assieme a uomini che imbracciano picconi e vanghe, aspettano accanto a un vecchio pickup arrugginito. Sale con loro sul cassone, e il mezzo parte veloce verso la foresta, seguendo la strada sterrata. Dopo circa 3 ore di selvaggia natura mozambicana, il mezzo giunge a un insediamento che non compare su nessuna cartina.

Il villaggio segreto

«Questo posto ha un nome che tutti conoscono nella zona, ma non posso dirlo. Vogliono che rimanga segreto», afferma Felisberto. Si tratta, a tutti gli effetti, di un piccolo villaggio nato nelle foreste, come altre decine, a seguito della “febbre del rubino” scoppiata allo spargersi della voce sulla presenza delle pietre preziose in quei luoghi.

Fra le centinaia di piccole strutture in legno ci sono bar e negozi che vendono un po’ di tutto e una piazzetta adibita a mercato. L’economia di questo posto gira attorno ai rubini. Come nel Far West ai tempi della febbre dell’oro, nei negozi si vendono picconi, pale, teli, corde e torce, oltre a semplici beni di prima necessità destinati ai garimpeiros, che qui vengono a rifornirsi. Ma soprattutto, «qui si viene a vendere le pietre ai rivenditori che poi...
[Testo e foto di Marco Simoncelli – Nigrizia]

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